venerdì 15 maggio 2009

RIGO: "Smiles & Troubles", il viaggio di un bassista. Dieci canzoni, quattro corde e "due mogli".


Antonio, Rigo Righetti, Rigo, Antonio Righetti: chiamatelo come volete, ma Rigo va meglio. Perchè è breve, asciutto, musicale, e perché è una bella fortuna avere un marchio che ti rende quasi unico (pensare a Elvis e Bruce, tanto per dirne due ai quali Rigo non è indifferente e sui quali ne sa un bel po’). Poi, fatevi i conti, R.I.G.O, fanno quattro, quattro lettere, come “bass”. Lui e il basso sono una cosa sola, da un bel pezzo di vita, e tra loro c’è l’intruso, o la seconda moglie (perché Rigo naturalmente è bigamo): Robby Pellati, di professione batterista.
Succede tutto in “Smiles & Troubles” (Irma Records), prova numero due (c’era stato il mini “Songs From A Room” qualche anno fa) di una carriera da solista iniziata quando Rigo era già, con Robby (naturalmente), il motore di Luciano Ligabue. Tappe precedenti, in Italia, erano state per entrambi quella nei Rocking Chairs (tra Modena e Reggio, importante perché ha davvero messo le basi a tutto), e quelle al servizio delle canzoni di Edoardo Bennato (fugace) e Marco Conidi (concerti e un brano su disco, “Un passo via da te”, cover di “One Step Up”, venuto bene davvero, con l’apporto di un altro Chairs: Giorgio Buttazzo).


Rigo racconta, e posso confermarlo, di camere quadruple, poi triple, diventate improvvisamente comode singole, in quel salto dal rock'n'roll di provincia con puzzo d'America alle 4 e 5 stelle da classifica del lusso garantito dal suo Boss più acclamato, quel Luciano Ligabue che, come usa talvolta nel rock’n’roll, a un certo punto ha voluto continuare il viaggio da sé e “ha messo via” i cilindri cromati di Rigo e Robby per cambiare motore. Ecco che nella strada lastricata di esperienze di ogni tipo e collaborazioni con nomi che al pubblico del rock più genuino dicono molto (The Gang e Mauro Pagani in Italia, Elliott Murphy, Robert Gordon e Willie Nile dove capita) sono tornati d'attualità gli alberghi a due e tre stelle, che in questo lavoro significano due metri quadri di bagno in meno, niente servizio in camera ma un chilometro di strada libera in più.
Se l’è presa tutta, Rigo, quella strada e ci ha messo le sue idee e il suo gusto, senza commettere l’errore di confezionare un disco per i vecchi appassionati dei Rocking Chairs né per l’esercito da stadio che canta a memoria ogni canzone che passa la radio al Bar Mario. Ci ha messo dentro le letture che ama, i bei film che ha visto, i viaggi, gli anni passati ad ascoltare la musica (cosa utile per migliorarsi, perché non basta fare come in Italia fanno quelli bravi “ma bravi un bel pò”, non basta solo suonare). L’ha inzeppato, questo disco, delle cose che ha imparato quando vendeva, in un buco di quelli che non esistono più, i dischi dei musicisti che apprezzava. Ne è venuto fuori un lavoro ambizioso e atipico, un disco da cantautore rock che non suona da cantautore rock, perchè non è prodotto come lascerebbe supporre il curriculum di questo musicista curioso e di Pellati (a cui si aggiungono qui Marco Montanari, chitarrista di ruolo, e pochi pochi ospiti, tra cui Pagani).


“Smiles & Troubles”, registrato e missato tra Correggio e El Paso, Texas (davvero tra la Via Emilia e il West, mica chiacchiere) brilla perchè mai prevedibile, nè banale. Lo si capisce da come inizia “A Girl Called You”, con quell’organo che parte quando invece ti aspetti la voce, una voce con la quale Rigo, che è e resta un eccellente bassista prima di essere un cantante, fa un lavoro onesto ed essenziale, senza puntare a convenienti modelli visibili o a canoni imposti. Qui di imposto, e di conveniente, non c’è nulla, lo capisci da quella love-song un po’ fifties – “Stay” - che viene lanciata nello spazio dei Duemila da un lavoro di voci in retrovia e di programmazioni abbracciate a un malinconico violino. Lo capisci quando le chitarre lontane di “I Love You” ricordano i primi R.E.M. e non gli U2 dei grandi tour. Ne sei certo quando l’incedere di “(Just Like) St.Thomas” più che al mainstream rock che è stato la prima casa per Rigo negli ultimi vent’anni (ma qualcosa riecheggia nell'ottima "The Wrong Side Of Everything”, con quel basso “bello fuori”, così “Rigo”, così "Rocking Chairs") fa pensare a un bizzarro ma gustoso incrocio tra l’Europa dell’est e i Los Lobos più sperimentali (la ritmica, e quella chitarra twang che suona sul canale sinistro). “Lonely Winter”, “All I Really Want” e le altre, sono canzoni pensate e scritte nell’intimità, ricolme di sentimenti personali, tra riflessioni, amore per la donna amata e quel senso di libertà che ti lasciano sempre le esperienze importanti appena concluse.

C’è sempre, qui, un protagonista che si dibatte tra la dolcezza e l’amarezza, che poi sono componenti inscindibili della vita, su quella strada che percorriamo ogni giorno. Non c’è da credere completamente a Kerouac, uno che la strada la conosceva bene, e a quelle sue parole: “Mankind is like dogs, no gods”. Però un bel po’ di verità da lì’ arriva ancora, perché - a chiunque, ovunque e sempre - dopo una carezza è facile che la vita assegni un paio di morsi alle caviglie. Ecco allora Kerouac e gli altri. Rigo, dopo aver realizzato un disco ispido e morbido come la vita, accattivante ma perfettibile, cielo azzurro e nuvole, “sorrisi” e “preoccupazioni”, quelli bravi a mettere insieme le parole (Pavese, Miller, Pessoa, Kerouac) se li porta dietro anche nei live show. “Musica e readings”, potrebbe esserci scritto qualche volta sulla locandina. Canzoni di "love and hate" insieme a fogli strappati scegliendo bene. Cose che negli stadi non si possono fare. C’è un prezzo per tutto. Cosi si torna ai piccoli club, con una sacca piena di idee e i sogni non ancora consumati. Tanti auguri.

Acquista il disco: www.msol.biz/

----------------------------------------------------------------------------------

Il Rigo Righetti Trio (Righetti+Pellati+Francesco Pugnetti) gira l’Italia (questa sera, 15 maggio, è di scena a Roma, al Caffè Fandango, vicino Piazza del Pantheon) con le canzoni di “Smiles & Troubles” + Elvis, Robert Johnson, Leonard Cohen and more. Altro piattino niente male che vedrà Rigo tra i protagonisti è un giro di concerti estivi con Steve Wynn (Dream Syndicate), Chris Cacavas (Green On Red), Linda Potmon (Miracle 3) e altri. “Wynn plays Dylan” sembra molto di più di un “very special project”, come annuncia Antonio. E’ troppo bello per essere vero. Sarà agosto – “Antò, faaa caldo” – ma un pensierino…

Live gigs and more www.myspace.com/rigorighetti

lunedì 11 maggio 2009

JACKSON BROWNE: Un tempo sognato che bisognava sognare.


Impresso su una sacca in tela (“Saturate Before Using”, 1972, l'esordio), di profilo in versione ancora giovanile (“Hold Out”, 1980), pronto a spuntare dalle acque torbide di una relazione sentimentale difficile (“I’m Alive”, 1993, con ritratto d’autore di Bruce Weber), in controluce a guardare con preoccupazione verso est (“Looking East”, 1996), o - ultimamente - con barba cresciuta e occhiali da sole a proteggersi dai segni del tempo che conquista tutto (“Time The Conqueror”, l’ultimo di una lunga serie di album dalla poetica sempre elevatissima): il volto di Jackson Browne ha sempre rivelato senza mezzi termini, dalle copertine, dove si trovasse l’uomo, con i suoi sentimenti, prima ancora del fine songwriter.


Questa capacità di smascherarsi prima di iniziare a cantare è sempre stata la prerogativa di questo autore californiano (classe 1948) a cui il tempo sembra risparmiare quei colpi che stanno progressivamente allontanando alcuni suoi coetanei dalle scene. Perché è sempre lì, pure se aggredito da qualche capello bianco, quel classico caschetto da surfer che fa pensare alle onde e alle palme, ai Beach Boys e a “Fragole e Sangue”, alla Woodstock generation e a quando anche i Byrds cedettero alle frangette “alla Beatles”, ed è sempre più bello il canzoniere che Browne porta in giro dal vivo, mescolando ad arte le stagioni della sua creatività, tra amore e politica, chitarra e pianoforte, zone d’ombra e colpi da classifica. Sono briciole di un’iconografia andata, che per qualcuno è polverosa, ma per altri decisiva. Ieri sera uno degli auditorium progettati da Renzo Piano per la “Città della Musica” era gremito di quarantenni (questa la media, a voler stare stretti con la calcolatrice) che l’anagrafe segnala come romani con il cuore tra Los Angeles e il Big Sur. Tutti a sentire questo eterno ragazzo che gira in auto per Santa Monica ascoltando la musica di Ben Harper, che porta i suoi musicisti a Cuba con un visto religioso, che ancora si indigna per le cose che nel mondo non funzionano e che dal suo sito non vende t-shirts ma consiglia la lettura di libri come “The Reclutant Fondamentalist” di Mohsin Hamid, ovvero l’America vista dagli occhi di un giovane pakistano. In platea, c’erano quelli che presero il caldo a Castel Sant’Angelo nel 1982, quando Browne portò per la prima volta canzoni e band nel nostro paese, e quelli che senza essere presenze fisse quando Brother Jackson scende da noi lo seguono con affetto quando possono, cercando di comprendere le nuove canzoni che pubblica con la stessa attenzione riservata a “Before The Deluge” e “For Everyman”.


E c’erano anche – ad abbeverarsi a quella fonte west coast che oggi, con tre neri nella band su sette (ottimo davvero l’innesto delle coriste Chavonne Morris e Alethea Mills), offre anche magnifiche tracce di gospel e soul - quelli che lo avevano idealizzato per una vita senza mai incontrarlo. Tutti raccolti a seguire il filo della memoria e a passeggiare tra canzoni che al “tempo”, quello scandito dalle lancette di un orologio, hanno sempre guardato con occhio attento. Da “These Days” a “Late For The Sky”, da “The Times You’ve Come” a “Baby How Long”, c’è sempre in quello che scrive Browne un tempo da aspettare, da rincorrere e da temere perché vuol dire che la vita si sta consumando non senza un filo della speranza che ci lasci intravvedere un futuro migliore. Ma c'è, più di ogni altra cosa, quel tempo bello che nessuno potrà portarsi via. E chi ha sognato, o viaggiato, almeno una volta con le canzoni di Jackson Browne, quel tempo prima o poi, sia pure per la durata di una sola sera, torna a riprenderselo, come accaduto ieri. Per rubare le parole a Fossati, potremmo dire che si tratta di quel “tempo sognato che bisognava sognare”, un tempo “che sfugge” ma “niente paura che prima o poi ci riprende”.
________________________________________________________
La scaletta della serata (Roma, 10 maggio 2009)
Primo set: Boulevard/The Barricades of Heaven//Fountain of Sorrow/These Days/Time the Conqueror/Off of Wonderland/Live Nude Cabaret/Giving that Heaven away/Doctor my Eyes/About my Imagination
Secondo set: Something fine/For a dancer/Before the Deluge/Late for the Sky//Lives in the Balance/Going down to Cuba/Just say yeah/Late for the Sky/The Pretender/Running on Empty
Bis: I am a Patriot (Little Steven)-It's Your Thing (Isley Brothers)/The Load Out-Stay (Maurice Williams & the Zodiacs)

Questa sera, 11 maggio, Jackson Browne e la sua band - Mark Goldenberg, Mauricio Levak, Kevin McCormick, Jeff Young, Chavonne Morris (foto) e Alethea Mills - concederà all’Auditorium Manzoni di Bologna l’ultima sua replica italiana (dopo Milano, Padova e Roma) prima di andare a chiudere il “Time the Conqueror – European Tour 2009” alla Royal Albert Hall di Londra.

venerdì 8 maggio 2009

WILLIE NILE: Nella "casa delle mille chitarre" non ci sono corde spezzate. Il nuovo album e il tour italiano dell'amatissimo rocker newyorkese.


Pochi minuti fa, un amico che ieri sera era come me tra il pubblico del concerto romano di Willie Nile al Big Mama, e che aveva lì acquistato la ristampa con inediti di un vecchio disco del rocker newyorkese, mi ha scritto: “Che bel disco, che canzoni, e che suoni. Se Willie non è venuto fuori con quello, vuol dire che non era destino”. Quel disco è “Places I Have Never Been”. Uscì nel 1991, dopo anni in cui, dopo essere stato tra i tanti nuovi Dylan e nella nutrita truppa dei nuovi Springsteen, ed avere anche aperto, forte di due album bellissimi pubblicati all’inizio del decennio precedente, i concerti americani degli Who, Willie aveva per più mitivi messo il freno alla sua esuberanza artistica. In quelle sue composizioni, nuove ma covate a lungo, aveva riversato tutte le proprie capacità e le proprie speranze. Canzoni alla Byrds (“Rite of Spring”, con Roger McGuinn), potenti rock a sfondo sociale che strizzavano l’occhio agli U2 (“Heaven Help the Lonely”), folk elettrici ma con lo spirito di Pete Seeger (Everybody Needs A Hammer) e ballate che pochi scrivono così bene (“Yesterday’s Dream”), non erano serviti più di tanto a consegnargli le chiavi di quel mondo di cantautori rock in cui centrali erano Springsteen, Tom Petty e, allora, Steve Earle. Piuttosto, e non è un risultato affatto disprezzabile, hanno tolto il freno alla carriera di un autore di immenso talento che sembrava essersi perduto tra le strade della sua New York.

Da allora, da quando quel piccolo motore di poesia e canzoni ha ripreso a girare, anche con il conforto dell’attenzione di un pubblico europeo che dai primi Novanta se l’è coccolato (ricambiato) come merita, Willie Nile ha messo insieme una fila di album (non tanti, né pochi, il giusto: un mini e tre in studio, più un paio di live, l’ultimo dei quali – “From the Streets of New York” - accompagnato da un bel dvd) che non hanno mai deluso chi lo segue con attenzione. “House of a Thousand Guitars” ha sorprendentemente le stesse caratteristiche di “Beautiful Wreck of the World” (1999) e “Streets of New York” (2006): è ricco di passione e speranza, nonostante gli anni passino e la forbice del futuro professionale vada inesorabilmente restringendosi per questo generoso attore della scena rock più sincera e sanguigna. Nile ha ancora intatta quella voglia, già espressa da “On the Road to Calvary” (un delicato ricordo di Jeff Buckley) e “The Day I Saw Bo Diddley in Washington Square” (cantata con Jakob Dylan), di guardare con ammirazione al lavoro di chi gli è passato accanto e non c’è più.


Celebra, come fanno anche le apparizioni live di questo minuto ma estremamente energico interprete, la grande e bella stagione di un rock’n’roll che sembra oggi aver lasciato la sua posizione centrale nel confuso e frammentato mercato dei Duemila. Basta ascoltare le prime battute del brano e leggere i primi versi per capirlo. “Non c’è occhio asciutto nella casa delle mille chitarre quando canta il vecchio Hank, di quella sofferenza che solo l’amore può portare/Puoi sentirci Bob Dylan e i Rolling Stones nella casa delle mille chitarre/e Muddy Waters e John Lennon/…non c’è una sola corda spezzata nella casa delle mille chitarre”. Scrive tutto ciò con la felicità, vera, di esserci ancora, da queste parti, a raccontare il bello che ha ancora da dire. “Benvenuti in quello che passa nella mia testa!”, grida all’inizio dei suoi concerti, prima di eseguire la vecchia “Welcome to my Head”. “Attenti a quello che succede adesso!”, esclama prima di attaccare, sul palco, un medley dei Ramones, accompagnato dalla sua band europea che lo sta accompagnando in tour (Jorge Otero + Rigo&Robby).

Nile appare immerso nel suo viaggio attraverso le radici del rock’n’rol che tanto lo ha nutrito, ma apre sempre qualche finestra su quel mondo che sta stretto a molti e che tutti vorremmo migliorare. Quando ripropone oggi “Across the River” col solo pianoforte, ricorda di averla scritta “circa trent’anni fa, dopo aver visto sul New York Times l’immagine di una donna africana piegata in terra col suo bimbo morente sulle spalle”; nel presentare “Back Home” manda un pensiero a chi una casa per ora l’ha persa (il riferimento è agli amici abruzzesi, che a l’Aquila, in un delizioso locale del centro storico oggi distrutto, ospitarono il suo primo concerto italiano nel 1992).


Il disco non manca di episodi che dispensano ancora l’energia giovane del rock’n’roll: “Run”, piacevolmente sospesa tra la ruvidità dei Clash, il candore di Buddy Holly e la fluidità dei migliori Heartbreakers, ne è la dimostrazione (“Ho il battito dell’universo che mi fa esplodere le vene/il suono della stratosfera che rimbomba nel mio cervello/ho i colori dell’arcobaleno sulla mia tavolozza/fremo selvaggiamente quando aspetto te”), ma non manca il Nile meditativo che riflette sentimenti più contemporanei. E’ quello dell’intensa, matura “Love Is a Train * (la sua “Land of Hope and Dreams”) e di “Now that the War is Over”, che col piano e un elegante accompagnamento dove eccelle il violoncello di Christopher Hoffman, urla a bassa voce parole di ficcante disprezzo per il governo americano uscente. Tutti i colori di Willie Nile sono qui, nella casa delle mille chitarre che ha anche lampi di speranza, come Give Me Tomorrow” da cui è un piacere lasciarsi attraversare (“sono stato sotto la pioggia battente/…in un mondo strano un bel po’/dove però ho visto le cose cambiare/consegnami il domani, adesso”).

Qualcuno manometta il calendario, fermi il tempo e faccia che Springsteen abbia composto, non dico tante, ma almeno due di queste canzoni (facciamo "Run" e "When the Last Light Goes Out on Broadway"), e le abbia incluse in Working on a Dream. Facciamo?
___________________________________________________
Nile sta girando l’Italia, dove conta di tornare in estate per alcuni festival. Per ora il domani inizia stasera, con due repliche a Montale vicino Modena (8 maggio – La Palafitta) e a Bergamo (9 maggio – Auditorium di Piazza della Libertà). Insieme a questo sensibile artista, che dal vivo sa comunicare come pochi e che mantiene ancora ben saldo un posto tra quelli che sanno raccontare la vita con la semplicità dei grandi, un trio d’eccezione. Perché Jorge Otero (chitarra, ma in studio è anche mandolinista e bassista) ha già suonato per Elliott Murphy, e Rigo & Robby, ovvero Antonio Righetti e Robby Pellati sono gli ex Rocking Chairs e a lungo sezione ritmica di Ligabue che già accompagnarono Nile in Italia in tour anni fa. Di Rigo, che apre lo show con canzoni dal suo recente “Smiles & Troubles”, parleremo nei prossimi giorni.

giovedì 23 aprile 2009

BOB DYLAN - Insieme attraverso una vita. Di grandi canzoni e di esibizioni svogliate.



Dovunque io mi volti c’è qualcuno che piange il Bob Dylan che non c’è più, quel meraviglioso artista che un tempo era (quasi) solo parole, poi è stato musica (bellissima) e perfino una bella voce (calda e incredibilmente profonda, anche se un po’ artefatta, quella di “Lay Lady Lay”). E’ stato folk ed è stato rock, ha colorato le sue cosette di reggae divertendosi e divertendoci, ha fatto il bluesman rubacchiando a destra e sinistra ma lo perdoniamo (come si può non perdonare Dylan?). Ed è stato, in tarda età, con “To Make You Feel My Love”, anche un meraviglioso signore del pop (chiedere a Billy Joel, che non è fesso, che l’ha incisa per un “Greatest Hits” infilandola tra le cose sue più belle – ognuno ruba come può). E’ stato anche, ai tempi di “Hard Rain” - con una piuma infilata nel cappello - un meraviglioso cowboy. Oggi, con quei due baffetti da sparviero che esibisce dai tempi di “Love and Theft”, con quelle mise nere di raso e i pantaloni con la striscia che corre lungo la gamba pare Zorro, e meno male che resta segaligno, altrimenti potremmo propendere per Sancho Panza.
Da quando sono lucido abbastanza per comprare i dischi di Bob Dylan, attendo quello nuovo sempre con la stessa ansia e con un'emozione che riconsoo quando la sento arrivare, ma da un bel po’ i suoi spettacoli mi lasciano sconcertato.


Ha un titolo, il next Dylan, che mi affascina non poco, quasi quanto “Blood On The Tracks” o “Blonde On Blonde”: “Together Through Life”. Insieme attraversiamo la vita, o qualcosa di simile, ognuno può trovarci una sfumatura diversa. Tutti ci siamo tirati dietro qualcosa nella nostra vita. I bambini hanno lo “straccetto” che gli fa da copertina di Linus, altri hanno un amuleto, altri ancora non si separano mai da un libro (che rileggono in continuazione) o da un disco. Oggi qualcuno infila tutto in un I-Pod, e legge, guarda, ascolta. Io quando mi è possibile vado ai concerti, che mi ricordano sempre qualcuno o qualcosa. Quelli di Dylan sono davvero “together through life”. E siccome l’ultimo suo concerto mi ha deluso e il prossimo è un’incognita, gioco a percorrere la memoria e a rivivere in cinque (cinque?) righe tutti gli altri, certo che qualcuno me lo perderò per strada.

LAY LADY LAY
Quella volta che ero davanti a un giradischi, nell’ampio salone di una villa al mare. Non è stato il mio primo concerto (la palma spetta a uno show delle Orme, credo, a Rimini, in un piccolo club che forse si chiamava Splash: avevo 7 anni all’incirca, mi ci portò mia madre, mi faceva impazzire “Mita Mita”, che il gruppo dedicava a Mita Medici, mi pare di averlo letto all’epoca sulla copertina del 45 giri), né il mio primo concerto di Bob Dylan, ma è come se Dylan stesse suonando per me. “Lay Lady Lay”, andatevela a riascoltare in questi giorni in cui Dylan raglia che è una bellezza, sembra provenire da un altro pianeta tanto è cantata bene, in modo inusuale per Dylan. Che voce. Calda, baritonale, quasi come quella di Johnny Cash, che nel disco (“Nashville Skyline”) canta con Dylan “Girl From the North Country”. Abbasso quelli che considerano “Nashville Skyline” un album minore. Avevo otto anni, mi ha aperto una porta gigantesca.

CHANGING OF THE GUARDS
Quella volta che andai vicino a Londra con il treno. Trovate la storia in un mio post del 2008. Io e un altro mezzo milione di persone accalcate sul prato di un aeroporto. Dylan tornava in Europa a dodici anni dall’incidente motociclistico del 1966 che gli aveva ingrossato la voce (dicono, e io ci credo quando ascolto quella “Lay Lady Lay” del 1968). La prima volta non si scorda mai. E io non la scordo. Anche se Dylan già allora (1978) maltrattava le sue canzoni immergendole ora in un bicchiere di reggae (“Don’t Twink Twice, It’s All Right”), ora inzeppandole di flauti sciocchini (“Mr. Tambourine Man”). Aveva le maniche a sbuffo, un buffo cilindro e si truccava gli occhi . Ma a me pareva Dio. Era il mio cambio della guardia: passavo dalla musica suonata a Villa Ada con i miei amici a the real thing. Non avevo nemmeno diciotto anni.

LICENCE TO KILL
Quella volta che Dylan cantò a Verona, all’Arena, e in conferenza stampa sfoggiava un cappellino di paglia che sembrava lo spaventapasseri della pubblicità Orzoro. Le foto, abbastanza inusuali, fecero il giro del mondo, e anche io, nel tentativo di arrivare quel giorno nella città di Giulietta e Romeo in permesso militare, feci una serie di giri e casini tali che arrivai tardi. Troppo tardi. Tre date a Roma, un mese dopo, mi misero in pace con la coscienza e con la caserma. Dylan era al secondo bel disco con Mark Knopfler (“Infidels”), così le sue canzoni, “direstraits-izzate”, avevano una gradevolezza di cui fare tesoro, anche perché nel decennio Bob si sarebbe trascinato un po’ stancamente, salvo quel brillante colpo di coda (“Oh Mercy”, 1989) accanto a Daniel Lanois, l’uomo U2. Al concerto, più che Dylan apprezzai Mick Taylor, quando Dylan lo lasciava suonare. Tornai a casa e ascoltai “Jokerman”, “I and I” e “Licence To Kill” per tutta la notte perchè sul nuovo disco erano più belle. E “Sweetheart Like You”, la mia preferita in assoluto, perchè in tre sere Dylan non era riuscito a farla una volta. Avevo ventitre anni. Ancora potevo sentire musica fino all’alba.


PRECIOUS MEMORIES
Quella volta che al Festival dell’Unità, in un pratone del Modenese, arrivò facendosi accompagnare da Tom Petty and the Heartbreakers, che incidevano all’epoca dischi più belli dei suoi. Uno dei suoi allievi aveva superato il maestro. Ma Dylan e quello scampolo di anni Ottanta in fondo non mi erano dispiaciuti. In quegli anni, Bobby aveva incontrato Dave Stewart senza fare troppi danni, aveva appena pubblicato l’ondivago “Empire Burlesque” (dove “I’ll Remember You” e “Emotionally Yours”, pur se erano la coda lunga del Dylan tutto casa e chiesa, facevano faville), poi si era messo addirittura a scrivere con Sam Shepard, vecchio amico dai tempi della Rolling Thunder Revue. Quando arrivammo - io, Roberta R., Graziano R., Mauro Z., Paolo A., ma ne dimentico almeno dieci - con orecchie fresche, freschissime, di “Brownsville Girl” (di Dylan/Shepard, era un capolavoro di gospel-rock), ce la godemmo non poco. Anche perché c’era abbastanza casino da non capire in che condizione fosse quel Dylan live. Ero nei miei Mid-twenties.

DON’T DO ME LIKE THAT
Quella volta che venne a Roma, dopo Modena. Il giorno dopo? due giorni dopo? Un mese dopo? chissà chi mi può aiutare. Ma erano quei giorni lì, di un tour pomposamente chiamato “Temples in Flame”. Al Palasport di Roma, quello del tour col cappellino di paglia, apriva Roger Mc Guinn, poi c’erano Petty con i suoi Heartbreakers, band fantastica, il miglior rock’n’roll del decennio, pari alla E Street Band. E fin qui un meccanismo perfetto, un orologio. Poi entra Dylan, col suo chitarrone bianco, e qualcosa gira male. Perché gli Heartbreakers se in mezzo, a dirigere il traffico, c’è il vigile del Minnesota, diventano in un attimo come Piazza Venezia a fine anno, o Piazza San Babila quando il Milan vince lo scudetto: un casino. "Don’t do me like that”, Dylan, te lo dico con la canzone di Petty. Non farmi di nuovo una cosa del genere, Dylan, che la prossima volta me la segno al dito. Quasi dieci anni di concerti di Dylan e, per ora, soddisfazioni abbastanza magre.
Il tempio va a fuoco. Sono un ventiseienne mediamente deluso, un’altra volta.

A HARD RAIN
Quella sera che al Parco Nord di Bologna Dio ha mandato tutta la pioggia che aveva. Ma non va così male. La devo raccontare. Io e Robby P. siamo ospiti, backstage, del bassista Tony Garnier, che è amico di un nostro amico. Per ripararci dalla temporale ci vediamo Van Morrison dal palco. A tiro di gomito abbiamo un tipo strano, ma strano un bel po’. Balla… ...mmm, vabbè... si muove a un ritmo tutto suo. Vedo jeans, stivali Frye, felpa inzuppata e cappuccio extra large. Spunta il naso, ma non è un naso qualsiasi. Quando capisco che è il naso di Bob Dylan, proprio quello di tanti disegni e di tante fotografie, dò una gomitata a Robby, che siccome fa il batterista sta percuotendo i tubi Innocenti su cui siamo appoggiati. Non ci crede, devo insistere. Insisto. Abbiamo visto Van Morrison accanto a Bob Dylan. Che poi ha suonato, ma giuro che mi ricordo poco, tranne una buona e rara “Man of Peace”. Tre mesi esatti e compirò 30 anni. Dunque: in meno di 30 anni ho visto Dylan 5 volte, e Dylan che guarda Van Morrison una volta. Mi poteva andare peggio.


A HARD RAIN part.2
Quella sera che interrompo una vacanza nelle pacifiche colline del Chianti per andare nel caos del Festival Blues di Pistoia. Ma suona Bob Dylan, e siccome ho saltato i suoi tour italiani del 1992 e del 1994, capirete... Un bel pezzo di strada, un centinaio di curve e io e un bel gruppetto di dylaniati siamo a Piazza Duomo. Un paradiso per freak, sembra Woodstock trent’anni dopo. Ci pensa Bucky Baxter con la sua pedal steel guitar a far capire che c’è poco blues e molto Dylan, il solito Dylan. Che per fortuna esegue in larga parte pezzi molto conosciuti, così - aggrappato a una rete metallica - sono persino in grado di fare bella figura con l’amico Gianni R., che deve fare un pezzo per un quotidiano ed è nel panico. Gli snocciolo un titolo dopo l’altro (compreso quello dell’orrida “Silvio”) e lui sembra improvvisamente uno che ha visto la Madonna. Lo incontro ore dopo in autostrada, non è messo meglio: è in moto, a centocinquanta all’ora, sotto una pioggia torrenziale. A pensarci bene, è passato un lustro esatto (7 luglio-7 luglio) dalla serata di Bologna. Tra due mesi il mio orologio dirà che ho 35 anni. Ma Dylan è sempre, in qualche modo, next to me. Come passa il tempo.

A LADDER TO THE STARS
Quella sera che Dylan sta per fare filotto ma non ci riesce. Se fosse stato il 7 luglio 1998, Bobby avrebbe fatto i suoi ultimi tre stop in Italia sempre il 7 di luglio. Un record difficile da battere. Invece è il 5, ma è lo stesso, a Roma, una serata speciale. Per una serie di circostanze che non sto a spiegare, mi telefona Fernanda Pivano che è a Roma per contatti con un editore. Vorrei andare a vedere Dylan, mi dai una mano? Io? Beh, ci sarei andato comunque, anzi ci sto lavorando. Offro la massima disponibilità. Puntualissima all’appuntamento come lo era quando traduceva Dylan, lei appare ed è come se mi si spalancassero le porte di un mondo. Mi passa davanti un film: la beat generation, Allen Ginsberg, Bob Dylan, Hemingway, Joan Baez, De Andrè che canta Dylan, la prefazione di "Sulla strada di Kerouac". Scendiamo uno ad uno gli scalini che dal palazzo della Civiltà e del Lavoro (la groviera mussoliniana) ci portano al retropalco di Bob Dylan. Non ci giurerei ma ci fermiamo a salutare Francesco De Gregori, un altro che non è lì per caso. Quando arriviamo alla roulotte di Bob la porta si apre come si sarebbe aperta se gli avessero detto che fuori c’era George Harrison. Mi trovo un varco tra gli speaker che si affacciano sul palco, mi faccio piccolo piccolo e mi vedo il concerto da lì. Accanto a me c’è Johnny Depp con Vanessa Paradis, ma non se li caga nessuno. Ho impiegato vent’anni esatti per vedere il mio più bel concerto di Bob Dylan (con “Man in the Long Black Coat” e “To Make You Feel My Love”, che Dylan ha scritto da poco ma sembra un classico). E intanto sono arrivato a quasi trentasette anni.


COUNTRY PIE
Quella sera che un posto più brutto non si poteva trovare ma tutti felici ce ne andiamo a Firenze a vedere Dylan in un brutto Palasport. Lo show è abbastanza “country”, tra virgolette. Sarà per l’accoppiata Charlie Sexton-Larry Campbell, ma vedo un’abbondanza di mandolini e chitarre slide. Così mi animo e dico, a voce bassa, “chissà… Nashville Syline, chissà”. Ho fatto bene, perché “Nashville Skyline”, quel disco che tanto mi piace, si materializza quando Dylan fa un cenno ai ragazzi e decide di suonare “Country Pie”. Buona proprio come la torta di Nonna Papera. Dylan da vicino inizia ad essere vecchio ma vecchio. Il mio amico Giovanni C., che scatta da professionista, mi farà vedere giorni dopo dei primi piani che – dice lui – per rispetto non si possono vendere a nessuno. Siamo da poco entrati nel nuovo millennio. Tempo un anno e mi aspetta il nastro dei 40 anni da tagliare. Con Dylan, tra pioggie e dolori, siamo quasi a 10 concerti in un quarto di secolo.


SUMMER DAYS
Quella sera che Dylan giocò a baseball. No, non è uno scoop. Non è successo ma fa un certo effetto vederlo suonare su un “diamante” del baseball. Siamo ad Anzio, dove sbarcarono gli americani e dove nel 2001, fresco di album nuovo, Dylan trova una grande platea di sedie ad aspettarlo. Il giorno prima mi era accaduto quello che mai più mi accadrà: ho atteso Dylan sulla porta di un hotel, l’ho visto arrivare a piedi, come uno qualsiasi, ho preso l’ascensore con lui, gli ho aperto la porta di una sala dove ad attenderlo c’era una decina di giornalisti, lì per parlare con lui di “Love and Theft”. L’unico che non gli ha fatto una sola domanda è stato quello italiano. Il giorno dopo, un’intera pagina di “intervista esclusiva”, con le domande di tutti gli altri. Capita a chi vorrebbe chiedere tutto a Bob Dylan così finisce per non chiedere nulla. Sarebbe potuto capitare anche a me. Ma non ne sono certo.
Ad Anzio, normale amministrazione. Come a Pistoia era stato un Blues Festival senza blues, qui è un Jazz Festival senza jazz. Anche se Dylan, ormai, è tutto, mescolato; perché nel nuovo album, dove nella foto di copertina Bobby sembra malandato ma all’interno pare un modello sessantenne, una vaga traccia di jazz c’è, specie quando in “Summer Days”, che insieme a Mississippi mi piace assai, si viaggia su una strada che incrocia Django Reinhardt e gli Stray Cats. Del concerto vorrei poter ricordare e poter dire di più, ma ho poco da ricordare e ancor meno da dire. Il Dylan live, se mai l’ho incontrato, l’ho smarrito da parecchio tempo. Il tempo che è bastato a portarmi a passi da gigante verso i miei 40 anni, che ora sono davvero dietro l’angolo. Bye bye Anzio, bye and bye Dylan. Torno a casa provato e con un paio di birre di troppo sotto la maglietta. Per fortuna che in macchina con me, insieme a un Dylan “che canta bene”, c’è Antonio R., così "rigo" dritto.


TOGETHER THROUGH LIFE
Quella sera che Dylan è tornato al Palaeur di Roma per la terza volta in venticinque anni gli ho dato buca. Chissà dov’ero. Brutto segnale. Ho dato buca anche ai tour italiani di Dylan nel 2005, 2006, 2007 e 2008. Per fare il padre. Ma è una piccola bugia, perché se fosse tornato una volta con The Band (o quel che resta) ad accompagnarlo, una volta con i Counting Crows, una volta con la E Street Band e una volta con i Subdudes sarei stato lì, I’m positive. E voi, avete qualche dubbio? Ma la solfa è sempre la stessa, ormai Tony Garnier ha alle spalle 2000 concerti (la sparo, convinto di non sbagliare troppo) di cui ai nipotini forse non saprà un giorno che raccontare. Se Dylan è in pausa da un bel po’ quando si confronta col palco, qualche pausa me la posso concedere anche io.
Ma quella sera – qualche sera fa – che Dylan è tornato ancora a Roma, dove l’ultima volta, mi dicono, aveva trotterellato per tutto il tempo dietro a una pianola, quella sera c’ero. La sera che sul calendario c’era scritto 17 aprile 2009 io c’ero. Per affezione. Per causa di una malattia incurabile. Per nostalgia. Perché sono uno che non butta le macchinine né i giocatori del Subbuteo, figurati se butto Dylan.
La verità più vera di tutte è che mi ero riposato dal solito tran tran del dylaniano “Never-ending-tour” per sette anni. Ci poteva stare che muovevo il culo e mi facevo dodici chilometri in Vespa per andare a vedere Dylan. Dylan, che da un po’ firma come Jack Frost la produzione dei suoi album tutti molto simili tra loro, mi accoglie – aiuto! - con la sua pianola. Il culo al centro del palco lo porta una volta per stiracchiarsi dietro a una chitarra e un paio di volte per sputacchiare dentro l’armonica. Se Dylan non è più Dylan da un bel po’, oggi lo è meno che mai. Temo che lui e Tom Waits siano clienti dello stesso laringoiatra pazzo. Solo che Waits sulla vociaccia ci ha costruito una carriera, Bobby la sua di carriera l’ha demolita con quell’insopportabile e svogliato raglio. Non importa che stia mortificando un monumento come “Don’t Think Twice It’s All Right” o provando a farci capire, a parole, che la sua band sta suonando “Boots Of Spanish Leather”: funziona tutto poco, e male.
Dylan un tempo era uomo di parole, quando la musica per lui era un accessorio con cui tenere impegnate le corde della sua chitarra acustica. Poi è stato anche un uomo di musica, bella. Adesso è tristemente un uomo di riff e ritmi. Si innamora di un giro, lo fa looppare a quegli asini della sua band (non che non siano capaci a suonare, semplicemente non sono capaci di ribellarsi o di andarsene) e dentro ci infila una sua vecchia meraviglia che di meraviglioso non ha più nulla. Ascoltare oggi Dylan dal vivo è come fare l’amore insossando tre preservativi, uno sull’altro, e di colori diversi. E’ come vedere un bel film dalla cassa, con il biglietto in mano e i popcorn ma senza superare mai le tende di velluto pesante. E’ come andare allo stadio e restare fuori a guardare la bancarella delle sciarpe.
Questa volta mi sono riportato a casa la lacrimuccia durante la centenaria “Like A Rolling Stone” (ci ho scritto un libro con quel titolo, come potrei rimanergli insensibile?) e un sorrisetto di simpatia per “Spirit On The Water”, scritta l’altro ieri ma copiata da chissà chi. Ho gioito senza darlo a vedere per Salvatore S. e Fabrizio B., chè erano soddisfatti della loro prima volta, quella che non si scorda mai. Mi hanno fatto pensare alla mia prima volta e a tutta la vita – bella - che c’è stata in mezzo, tra quei miei diciassette anni e i quarantotto, che ormai sono distanti dai cinquanta solo un paio di album di Dylan.
Quello nuovo, di disco, sta per arrivare. Dice “Together Through Life”. Non ho sentito nulla, posso aspettare, non ho voglia di rincorrerlo in giro per Internet, con Dylan non si fa. “Insieme attraverso la vita”, che bel titolo Mister Dylan. Cos’è, una minaccia? Vado a sgranchirmi un paio d’anni di là. Ci rivedremo. Lo so.

___________________________________________________________
La foto di Bob Dylan con il cappello nero è di Filippo De Orchi (17/4/09) - grazie!

martedì 14 aprile 2009

LOWLANDS - Chitarre, Bonarda e bourbon. Quando il buon rock americano e la musica d'autore dei "grandi spazi" arrivano da Pavia.


In between, ovvero in mezzo, ci stiamo un po’ tutti. Ci stiamo noi che ascoltiamo la musica americana, facendoci trasportare in Texas o in California ogni volta che ci arriva uno di quei dischi che hanno il potere di farci saltare l’Oceano; e ci stanno i musicisti, quelli che con piedi e chitarre sono ben saldi in Italia ma suonano, sognano, scrivono come se quel mondo tanto mitizzato fosse dietro l’angolo e non al di là del mare. Per la somma di questi motivi, in between ci stanno anche i Lowlands, attualmente la migliore banda italiana di american rock’n’roll. Ci stanno più di altri perché da Pavia guardano a ovest con la passione dei fan della musica (quelli, appunto, per cui un nuovo disco di Steve Wynn è sempre un evento) e con la comunicativa di chi la musica la fa con la speranza di portarla lontano. Mesi fa, i Lowlands mi fecero avere un loro demo, e poi un altro, e poi il loro prezioso esordio, Last Call (registrato – bene -tra Italia, America, Inghilterra e Australia), dove alla posizione 5 c’è “In Between”, in cui Edward Abbiati scrive e canta “you travel a million miles but never move on”. E’ una canzone di speranza e rammarico, di quelle dove il protagonista sembra immobile, stretto tra la voglia di andare e quella mano misteriosa che lo trattiene. Cinque minuti dolenti, alla Ghost of Tom Joad, incastrati con il loro violino e un accompagnamento essenziale di chitarre acustiche e pedal steel, in un disco bellissimo che altrove sprizza Americana, quella buona, celebrando – con personalità e originalità - le molte facce della canzone d’autore made in USA e il suono di tante band di cui questi ragazzi vedono la scia. Sul finire di “In Between” c’è una frase - “every now and then something happens” – che da sola sembra raccogliere ogni segreta ambizione di casa Lowlands. Se è vero che ogni tanto qualcosa succede, qui di cose ne succedono e ne succederanno parecchie, e il merito è di una scrittura davvero brillante, che Abbiati, un pavese bilingue che ha sangue australiano nelle vene, supporta con un’interpretazione che dalle nostre parti – dove a cantare certe cose in modo così credibile sono in tre o quattro – è quasi impossibile battere.

Così capita di innamorarsi di “Leaving NYC”, canzone di viaggi e promesse, tra i momenti più toccanti del disco, dove il protagonista attraversa in Greyhound l’America delle mille facce (“intrappolate tra il sogno e la realtà, come me”, canta Abbiati), delle mille possibilità e dei mille tradimenti. Dove si scappa come ladri da New York, dove si plaude a quelli che ce l’hanno fatta e si piange chi è andato via per sempre, dove puoi “sballare” a Toronto e venire beccato a Buffalo, quell’America che quando serve manda giù una pioggia benefica a lenire il dolore. E’ l’America che abbiamo sentito cantare tanto a lungo da averne quasi noia, senza mai sapere per certo se arriverà un’altra canzone a farcela amare di nuovo. “Leaving NYC” è una di quelle, perché avrebbero potuto scriverla Willie Nile, Steve Forbert o Michael McDermott, e perché quella strofa in cui si esce dal Lincoln Tunnel per incontrare il New Jersey delle Turnpike, del fantasma di Sandy e delle thunder road non è solo un omaggio alla musica di Springsteen ma un crocevia di emozioni uniche che portano anche altrove. La completezza di questo disco e l’armonia delle sue intenzioni sono testimoniate infatti anche da quegli episodi di bellezza mista, come “Ghost of This Town”, poesia ibrida che sembra nascere nel garage dei Green On Red per approdare, giusto il tempo di finire il primo verso, dalle parti degli Hothouse Flowers, in quella terra d’Irlanda che dalle nostre parti è il primo oblò attraverso cui si vede davvero l’America. Tra notti scure, cieli color arancio, angoli di strada, la luce pallida di una luna piena, venerdi in cui fare festa (due canzoni si abbracciano grazie a questo tema, “Friday Night” e “That’s Me On The Page”) e spiagge davanti al Pacifico si consuma il più bel disco di american rock prodotto dalle nostre parti dopo la favola troppo breve e ormai lontana degli emiliani Rocking Chairs.


Prendete ognuno di questi brani e fatelo vostro senza indugio, per ritrovarci i Dream Syndicate che non ci sono più (“What Can I Do”) o per godere di qualcosa che non assomiglia a nulla se non ai Lowlands (“38th & Lawton”), perché la bravura di Abbiati (voce, chitarre e ottima produzione artistica) e di chi viaggia con lui (il bassista Simone Fratti, il batterista Paolo Maggi, la violinista Chiara Giacobbe e i chitarristi Simone "John" Prunetti, Stefano Speroni e Francesco "Lebowski" Verrastro, più ospiti vari e nobili, tra cui Chris Cacavas e Nick Barker) è proprio nel rasentare i muri maestri della musica americana o percorrere le strade di retrovia aggiungendo i propri colori, cosa non sempre facile come appare qui. Già segnalati, con merito, da magazine e siti americani, i Lowlands sono una bella scommessa che parte dalle nostre campagne dove si beve la Bonarda per arrivare a stordirsi nella terra dove whisky, bourbon e birra scorrono a fiumi.

_________________________________________________________
Sapere i Lowlands impegnati tra breve (il 17 aprile) a Spaziomusica di Pavia, la loro Asbury Park, mi fa venire voglia di rubargli di nuovo le parole e fargli una pinta di auguri, certo però che questi rocker di pianura, raccolta l’ultima chiamata, siano già partiti.
Every now and then something happens…

www.lowlandsband.com

martedì 17 marzo 2009

JOE SLOMP / "New Move": jazz, pop, soul e west coast, tutto in una voce.



Dai Coldplay a John Coltrane, dai Red Hot Chili Peppers a Joe Jackson: una voce italiana attraversa i generi

What's Goin' On (Marvin Gaye) e Naima (J.Coltrane) in rotazione su "Monte Carlo Nights", RMC, by Nick the Nightfly.

The New Album

New Move (River Nile/Ala Bianca) riuscirà a sorprendere molti – anche se probabilmente non quelli che conoscono già I’approccio musicale di Joe. Nu soul, urban jazz, standard classici, piccole formazioni acustiche, una sprizzata di suono big band, morbide parti vocali, perfino due duetti: sono questi gli elementi che compongono i 55 minuti e i 13 brani di New Move. Il viaggio comincia con la rivisitazione degli Style Council di Lodgers, per saltare in una tagliente versione di Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers. L’umore torna positivo con la riscoperta di una gemma nascosta di Bill LaBounty, In 25 Words Or Less, ridipinta con una sezione fiati a swingare come le big band. Poi, solo due strumenti a supportare la voce di Joe in The Very Thought of You, con il contrabbasso di Dario Deidda suonato e stoppato a fare anche da percussione. The Way It Is di Bruce Hornsby viene resa in un arrangiamento jazz dal passo serrato e veloce, spinto dal basso di Deidda e impreziosito da un magistrale assolo al piano di Pino Iodice. Stefano Micarelli ha prodotto una Naima nello stile del Barrio Jazz Gang, tra campionamenti, suoni e voci missatiesapientemente.
Poi un’altro cambio di tono tanto improvviso quanto calzante, per immergersi nella riscoperta di Eleanor Rigby dei Beatles, ancora scarna con solo chitarra e contrabbasso a portarci il groove. What's Going On, resa qui in forma di ballad, regala all’ascoltatore aspetti non ancora esplorati di questa grande canzone: davvero da ascoltare la voce di Joe, l’assolo di chitarra di Micarelli e il superbo lavoro di spazzole di Pietro Iodice. Troviamo poi del rock'n'roll, del jazz e del blues, fusi in Night Train, omaggio alla divertente interpretazione di Eddie Jefferson. Anche i Coldplay – eroi della musica del Duemila - vengono rivisitati. Con Yellow, che riscopriamo tinta di jazz waltz. E poi Baby It's Cold Outside, tra le cui pieghe troviamo il secondo duetto con Pauline London. Uno standard classico, My One And Only Love, e l’arrangiamento afro con molteplici sovrapposizioni vocali di Steppin' Out (scritta da Joe Jackson negli anni del cool pop inglese, i primi Ottanta) vanno a chiudere l’album.

New Move (on River Nile/Ala Bianca) is going to surprise many - though probably not those who are already familiar with Joe's work. Nu soul, urban jazz, classic standards, small club drums-less combo, a touch of big band swing, smooth vocals, even two duets: all of these elements make up the 55 minutes and 13 tracks of New Move. The journey starts from the revisitation of Style Council's Lodgers, jumping into a cutting version of Red Hot Chili Peppers' Scar Tissue, the mood then switches to Bill LaBounty's hidden gem, In 25 Words Or Less, colored with a 5-piece horn section swinging in big band mode. Only two instruments back up Joe's voice on The Very Thought of You, with the percussion to keep the pulse going provided by Dario Deidda's slapping on the upright bass strings. Bruce Hornsby's The Way It Is gets rendered in a fast-paced jazz arrangement powered by Deidda's bass with an impressive piano solo by Pino Iodice.
Stefano Micarelli produced a Barrio Jazz Gang-style samples-laden Naima, then another sudden though fitting change of mood with Beatles' Eleanor Rigby, again with only guitar and bass to drive the groove. What's Going On, rendered here as a ballad, brings to the listener aspects of this song not yet explored, guided by Joe's voice, Micarelli's guitar solo and Pietro Iodice's superb brushes work. Rock'n'roll, jazz and blues are next, all embedded in Night Train, hommage to Eddie Jefferson's interpretation. Coldplay's Yellow gets revisited in jazz waltz style, and Baby It's Cold Outside we discover the second duet with Pauline London. A classic jazz standard like My One And Only Love, and Joe Jackson's Steppin' Out afro rhythm and multi-layered vocals close the album.

About JOE (www.joeslomp.com)

Artista maturato nella scena dei club jazz di Roma, Joe – che ha vissuto tra Italia, Parigi, Cambridge e Copenhagen – abbraccia tutta la musica, dalla A alla Z, come si percepisce chiaramente dalla sua produzione, e come si deduce dal suo curriculum di cantante solista e dalle partecipazioni come backup vocalist, chitarrista e tastierista in numerose band e accanto ad artisti solisti (Mimmo Locasciulli, Alta Tensione, Capital Soul). Prima di cominciare a produrre i suoi album da leader, ha registrato brani jazz con il maestro di piano jazz Nino De Rose, ha cantato in TV con Sarah Jane Morris, ha contribuito con Tenth avenue freeze-out al cd-tributo italiano a Bruce Springsteen “For You” e partecipato come backing vocalist all'album omonimo di Marco Conidi (1998). Passando dal jazz al soul al rock all’R&B, e adattando la sua voce alle capacità espressive richieste dalle canzoni che propone, Joe aggiunge la sua preziosa miscela e il suo amore sincero per queste canzoni al panorama musicale del nostro tempo.

A live performer brought up in Rome's jazz club scene, Joe – who lived between Italy, Paris, Cambridge and Copenhagen - embraces music from A to Z, as can be heard from his 3 CDs production, and deduced from his portfolio of lead and backup vocals, guitar and keyboards contributions to numerous bands and solo artists (including Mimmo Locasciulli, Alta Tensione, Capital Soul). Before recording his solo albums, he cut some tracks for jazz piano maestro Nino De Rose's recordings, on TV with Sarah Jane Morris and contributed with 10th avenue freeze-out to Italian Bruce Springsteen tribute cd “For You”. Ranging from jazz to soul to rock to R&B, adapting his voice to suit the needs of the songs he sings, brings his own blend of musical flavours to the table.

My friend

Facciamo musica insieme da un bel po’, io e Joe. Quanta vita. Quante discese. E quante salite. Lui cantava, io ascoltavo, guardavo, pensavo. Al massimo prendevo nota. Mi sono scelto il ruolo più semplice e il più difficile, perché ascoltare è più comodo ma cantare è più bello. Un giorno ci sarebbe stato un disco, lo sentivamo. Siamo arrivati a due, e chi poteva dirlo. Introducing e New Move contengono un bel pezzo di storia della musica con cui ci siamo formati. Di più, sono la cassaforte dei nostri sogni e la raccolta di tutte le nostre discese e salite. Può una canzone contenere così tanto? Credo di si. Può una voce farsi carico di tanto? Decidetelo voi. - E.L.

lunedì 23 febbraio 2009

BONOLIS E SANREMO: A qualcuno piace "milionario"


Nel giorno in cui The Millionaire si porta a casa otto Academy Award, che da noi si chiamano più folcloristicamente “le statuette dell’Oscar”, cala defiinitivamente (definitivamente?) il sipario sulla settimana che ha incoronato Paolo Bonolis re di Sanremo. Sembrava poco probabile che il presentatore riuscisse a migliorare il suo Festival del 2005, eppure ci è riuscito e gli va dato merito. Se mi avessero preannunciato la presenza, sullo stesso palco, di Kevin Spacey, Todd Rundgren, Nathan East, Katy Perry e Burt Bacharach avrei pensato ai Grammy Awards. Se avessi letto, tutti in fila, i nomi di Gino Paoli, Roberto Vecchioni, Pino Daniele e Roberto Benigni mi sarebbero venute in mente edizioni passate del Premio Tenco (la prossima volta perchè non Tom Waits a cantare di nuovo col toscano, visto che ora sembra tutto possibile?). Se mi avessero detto che Riccardo Cocciante avrebbe cantato in prima serata “Quando finisce un amore” e che in diretta dalla platea dell’Ariston, di fronte a dodici milioni di spettatori, avrebbe avuto diritto di parola il presidente onorario dell’Arcigay Franco Grillini non ci avrei creduto. A tante altre cose non avrei creduto, ad esempio che tra i “giovani” avrebbe trionfato una ragazza priva di quei requisiti estetici richiesti per l’ammissione ai reality show.
Per rimanere sul terreno della musica, e per dire ancora della bravura e dell'irresistisbile simpatia di Arisa, mai avrei creduto che nella sezione “nuove proposte” avrebbe sbancato un pezzo retrò accompagnato dalla steel guitar (c’era sul palco, e ancora di più nella versione da disco, verificare pure) che è prerogativa della country music. Certo, la stralunata cantante lucana e la steel guitar sono quanto di più distante possa esserci dal terzetto dei ”big” vittoriosi. Ecco l’unica nota dolente: il podio, quello del sabato sera. Forse il prezzo da pagare per avere tutto il buono precedentemente elencato era ritrovare lassù Marco Carta, Sal Da Vinci e la canzone troppo derivativa di Povia (vedi Cristicchi, Waterboys, Povia stesso) consegnati agli annali del Festival. Ma di questo non si può dare colpa a Bonolis, che per garantire varietà e interesse alla rassegna doveva prevedere anche la presenza di un teen idol e di un neo melodico, nonchè di un tema - quello di “Luca era gay” - che suscitasse curiosità e scatenasse polemiche, ingredienti base di ogni trasmissione televisiva che ambisca a un certo tipo di successo.
Poi l’Italia del televoto è quella che è e ce la dobbiamo tenere, purtroppo.
Ma altre due Palme (quarto e quinto posto) è d’obbligo assegnarle. Una a Pippo Baudo per aver fatto la storia del Festival e per aver accettato di condurre con misura(polemica Mina/Puccini a parte) e professionalità la sua “Domenica In – Sanremo” dallo stesso palco che la sera prima aveva suonato la marcia trionfale per il suo successore. L’altra alla battuta dell’anno (Benigni): “Sono rimasti in due che mandano filmati: Mina e Bin Laden”.
Il Milionario, in queste ore da Premio Oscar, è Bonolis, che sembra aver messo tutti d’accordo.
Ci riuscissero mezza volta i politici, in quest’Italia di canzonette!

martedì 17 febbraio 2009

ON VALENTINE'S DAY, BRUCE AND THE NEW SONGS



I'm driving a big lazy car...


On this past Valentine's day I started to like some of the new songs a
lot. No, wait a minute, I am starting to actually "love" some of the new songs a lot.
I always loved that "Tunnel of love" final track. Valentine's Day, what a nice ending. Just like "Drive all night" it's the quintessence of the romantic Bruce Springsteen.
That "love & sadness" bittersweet kind of feeling that pervades some of the best Bruce's ballads it's something that for me speaks as loud as any great BS rock'n'roll song. Simply couldn't do without it. Couldn't
do without "Fade away", "I wish I were blind", "I wanna marry you", "Back in your arms" and stuff like that.
It's not exactly what brings eighty thousand people to fill a Spanish
stadium for two nights in a row (and that's still a great thing to
witness) but it's there, it's a value, I can't forget that my love and
admiration for Bruce is built around those kind of songs as well
as "Born to run".
"Working on a dream", the album, is filled with joy and I hear many
people disliking the album 'cause of that.
Even though I'll never forget how the rage in "Darkness" and "Nebraska" songs spoke to me when I first heard them, I am open to give credit to the happy Bruce. What's wrong about being happy with your life and to show a great hope in your country's future?
I loved and love pop music as much as I love rock'n'roll.
I need the energy and rhythm of "Great balls of fire" as much as I need Roy Orbison's dramatic and melancholic falsetto.
I need the rough edge of some Rolling Stones songs as well as the
sweetness of the Beach Boys harmonies.
I need the highway and the beach.
I need "Raw power" and "Fun fun fun".
Driving my "big lazy car rushing up the highway in the dark" I was
hearing the new songs again and again and thinking that every woman, especially on a Valentine's Day, would love to have somebody writing and singing "This life", "Kingdom of days" and "Surprise, Surprise" for her. I do like to have them on a disc. I appreciate the passion that Bruce brought into crafting those incredible harmony vocals for his newly written songs.
They are not "Thunder road", everybody knows that, including Bruce, but I want to thank him for bringing his happy soul to the studio and for not forgetting his favourite 45's from the Sixties.
I think "Girls in their summer clothes" won a Grammy for this reason,
and the new album - or the most part of it - started from where that
brilliant song ended.
My hope for the tour is that Bruce and his camp would create a live
show that could be unique and strongly connected with this album. Just like the beginning of the 1988 tour was. Something that would be
coherent with the new musical approach.
The size of the tour and the way it is shaped (see: stadiums and
festivals) clearly works again any drastic change in either the whole stage setting and the band's line up (why don't bring the horns back on the road? or why don't add a small string section to the ESB? or how 'bout some proper background vocalist, a la Roy Orbison's "Black & White Night"?).
Sure, Bruce is still adding new songs to every tour, but I
can't help but thinking that "in some fashion" I've been watching the
same show for the last ten years.
It was a lot of fun, Bruce, but how 'bout a little "surprise, surprise"?

...I got one hand steady on the wheel
and one hand's tremblin' over my heart

lunedì 2 febbraio 2009

BRUCE SPRINGSTEEN: WORKING ON A DREAM, il sogno pop della E Street Light Orchestra. E il popolo del Boss si divide.


Ryan Adams, 34 anni, qualche discreto album e nessun capolavoro alle spalle, ha avvisato i fan dal suo blog: “lascio la musica, potrei tornare, ma non ne sono affatto certo”. Bruce Springsteen, 60 anni dietro l’angolo, qualche discreto album e diversi capolavori, pubblica il suo ventiquattresimo disco non senza fiatone ma è qui, a giocarsela su quel terreno che è suo da una quarantina d’anni.
Questo non è un paragone tra il Boss e il giovane Ryan (non Bryan), al quale va dato il merito di aver scritto buone canzoni e di aver provato tutte, ma proprio tutte le strade per realizzare un album da vero Boss: é un modo per spiegare quanto sia difficile, nel mondo della musica, restare competitivi a lungo.
A voler tirare in ballo due grandi, equiparabili a Springsteen per statura artistica, si può evidenziare come sia Bob Dylan che Neil Young abbiano alle spalle paurose oscillazioni. Da un trentennio almeno, quando si parla di album registrati in studio per loro si alternano segnali di giubilo, il pollice verso, entusiasmi e indifferenza: accade di tutto, ormai è la normalità. La normalità, forse, per due artisti che ci hanno preparati a tutto, saltando tra divagazioni elettroniche (lo Young di “Trans”) e incolori album di cover (Bob, nei giorni di “Self Portrait” e “Dylan”), non per Bruce Springsteen, che come i colleghi tiene vivo il suo mito suonando sui palchi di tutto il mondo ormai quasi incessantemente ma che a differenza loro finisce sempre sotto i riflettori quando pubblica nuove canzoni.
Da noi in Italia, addirittura, arriva puntualmente, da vent'anni, al primo posto della classifica di vendita degli album.
Se Springsteen lascia ancora il segno ad ogni pubblicazione è per effetto della sua straordinaria capacità di rimanere in gara, al centro di quella competizione artistica che molti suoi coetanei illustri hanno abbandonato da tempo.


Quando sembrava voler affondare nuovamente la mano negli archivi, offrendo al suo pubblico nel trentennale di “Darkness On The Edge Of Town” (1978) un’edizione rimasterizzata di uno dei suoi dischi più belli (potenziata da un concerto e da un documentario già registrato, con Patti Smith a dire la sua su “Because The Night”), è arrivato l’annuncio di un nuovo disco, nuovo a metà, a ben vedere, perché presentato esplicitamente come una appendice di “Magic”.
Diciamolo subito: “Working On A Dream” è troppo complesso per finire da subito liquidato come l’appendice di qualcosa. Non è un capolavoro, ma un disco da attraversare con cognizione di causa e una giusta dose di rispetto.
Certo, presentarsi con un fumetto anziché una copertina e partire con un pezzo da otto minuti è quantomeno azzardato. Della copertina rispondano l’artista e il suo staff, gli stessi che approvarono l’indimenticabile scatto fotografico usato per “Born To Run” e che rifletterono per mesi proprio sulla grafica di “Darkness”. Sul pezzo non si apra un processo: poche volte Springsteen ha rasentato o superato quella misura (“Incident On 57th Street”, “New York City Serenade”, “Jungleland”, “Backstreets”, “Drive All Night”: parliamone!) e nemmeno “Stairway To Heaven” o “Hotel California” durano tanto, tuttavia “Outlaw Pete” è composizione rock, genuina e roots abbastanza da non far sospettare intenzioni lucrative. Poteva risolversi prima ma ha il merito di concludersi senza che gli occhi siano caduti sull’orologio, e poi sembra coincidere con le intenzioni di due Springsteen al di sopra di ogni sospetto: quello del pre-“Greetings”, che scriveva storie di pistole e malaffare (“He’s Guilty”, “The Ballad Of Jesse James”), e quello delle “Seeger Sessions” che ha nuovamente abbracciato il mondo dei fuorilegge (“John Henry”). Assolta a fatica, ma il tempo e il palco, se Springsteen deciderà di portarsela in tour, le faranno del bene.


Bruce non è tipo da cadute verticali. Ha lasciato perplessi ma mai sconcertati. Ha pubblicato dischi che potevano essere più concisi (i due del 1992, dai quali poteva trarne uno potenzialmente bellissimo, da metterci la mano sul fuoco; un album che avrebbe reso ancora di più se fosse stato suonato dalla E Street Band e non da musicisti di talento chiamati a percorrerne il solco) ma mai ha veramente tradito le aspettative dei suoi fan.
Oggi c’è da seguirlo nella sua evoluzione e nella sua lecita curiosità verso ciò che non ha fatto prima d’ora, c’è dunque da esplorare con affetto e interesse la strada che Springsteen è libero di permettersi.
“Thunder Road” su disco non la ritroveremo più? Pazienza, si era capito da un pezzo. Quando si stacca dalle assi del palco, dove tutto continua a funzionare a meraviglia, l’uomo di “Born To Run” cerca un’altra dimensione. È meno terreno, toglie il freno a mano all’immaginazione. E diventa più poetico. Osa. Sogna. Questa è la chiave di lettura per godersi in serenità il sedicesimo album in studio di un uomo che a trentasette anni dal suo primo disco è ancora oggetto di studio e accorate discussioni.


Fresco di Golden Globe (per “The Wrestler”, dal film con Mickey Rourke, bonus track ma punto più ispirato della raccolta), Bruce si presenta sotto un cielo di stelle che sembrano porporina. La giacca l’ha presa dal guardaroba che nemmeno Little Steven usa più. Tra i capelli, un riflesso biondiccio innaturale. Dietro c’è la luna. D’accordo, siamo nel limbo tra magic e dream eppure si poteva essere più sobri nel raccontarlo.


Va detto però che preso in mano e osservato da vicino, soprattutto nella sua versione de-luxe, che è più ampia, l’oggetto “Working On A Dream” smorza lievemente la diffidenza verso l’impasto cromatico della copertina e lo stile scelto per illustrare questo viaggio nel pop di un consolidato boss del rock.

Subito ci investe come già detto il brano di apertura e sono otto minuti da prendere o lasciare, un corpo quasi estraneo che tuttavia – e qui sarà necessaria un’analisi molto più approfondita, prevista anche per il resto dei brani (prossimamente su questo blog) – attraversa più la vita stessa di Springsteen che quella del precoce pistolero qui cantato. Un passo dopo "Outlaw Pete" arrivano “My Lucky Day” (media statura, da quinto disco di “Tracks”) e “Working On A Dream” (rinfrescante fischiettata pro Obama in stile Roy Orbison voltata a guardare quei 60 – dei Kennedy, di Pete Seeger e di Martin Luther King – per l’America mai più tornati), e il fatto che sembrino di seconda mano, ovvero che siano state offerte al pubblico in più modi prima dell’uscita ufficiale, smorza un po' la nostra curiosità.
Anche qui il tempo sarà galantuomo e consentirà alle due canzoni di finire riassorbite dall’album che le ospita dopo essere state veloci e improbabili singoli online (ma perchè poi chiamarli singoli, ormai sono fugaci apparizioni da rete, anticipazioni elettroniche senza più cuore nè copertina).

E’ quando si giunge a “Queen Of The Supermarket” – incedere classico, pianoforte e glockenspiel, tenerezze da E Street Band di un tempo e complesse elaborazioni vocali – che scendono in campo, col motore del disco già caldo, tutti gli elementi che divideranno il popolo springsteeniano. Si apre qui un mondo di non facili compromessi tra un deciso sapore rock (marcatamente alla Tom Petty quello di “What Love Can Do”, con cori in stile Byrds che affiorano anche altrove) e un rischioso pastiche pop con la bussola che sterza verso la California dei surf incrociando abbastanza spesso certe orchestrazioni marcatissime che sono sempre state una prerogativa dei gruppi anni Sessanta (ecco il vero riferimento di questo Springsteen anni Duemila che gioca a tuffarsi nei ricordi).
Altra spiegazione è che al contrario di “The Rising”, che trasudava smarrimento e cordoglio, questo lavoro presenta una maggioranza di brani che invitano ad accettare la vita per quella che è, celebrandola con un sorriso. È un disco felice che indugia sull’amore. La politica è una eco lontana, è lambita, forse volutamente silenziata.


L’impasto creato da Brendan O’Brien (che sembra avere esaurito un ciclo) è avvincente ma può stordire. L’orecchio attento ci scoverà i Beau Brummels, i Left Banke, i Monkees e i Kinks. La sponda dei diffidenti e dei meno riflessivi avanzerà il sospetto che questa volta, partendo dai Beach Boys come accadde in “Girls In Their Summer Clothes”, si sia presa la deriva che porta a Jeff Lynne. In “This Life” (e non solo) c’è la E Street Light Orchestra? Nessun problema: è bellissima, quel prologo alla Bacharach è un incanto imprevedibile che abbracciamo con ricambiato incanto, anche perché con la frase «a blackness then the light of a million stars» («buio pesto, poi la luce di milioni di stelle») ben spiega la copertina, il mood dell’autore, il senso del disco e le aspettative del mondo dopo Obama.

Intromissioni d’archi alla Beatles e chitarre che fanno sognare appaiono anche in “Kingdom Of Days” (ampollosa ma convincente e amabile almeno quanto “This Life”) e “Surprise, Surprise” (che a un certo punto cita “You Got It” di Orbison: quindi tutto torna, anche Lynne). Ormai libero dall’obbligo di dover sempre offrire un concept o di cercare un suono unitario, l’autore svolazza, ondivagante e sovente con approccio vocale vagamente tenorile, tra i “singoli” della sua adolescenza e tra i tanti Bruce che ci hanno intrattenuti negli ultimi tempi. Ne raccogliamo in frutto anche l’elegante e composta “Life Itself”, il blues tutto jersey devil di “Good Eye” e l’ottimismo country di “Tomorrow Never Knows”. Anche quando accarezza i ricordi nella bella, acustica e dolente “The Last Carnival” (due funamboli, due polsi che a un certo punto non si trovano più, due amici per la vita separati dalla morte: Bruce e Danny Federici) è uno Springsteen tutto sommato normale, colto qualche centimetro sotto le aspettative (ma due sopra la media dei suoi colleghi coetanei).
L’errore sarebbe volerlo sempre speciale, chiedergli di restituire a noi e a lui stesso l’età che tutti avevamo ai tempi di The River.
Quella è cosa che nessun musicista sa fare.

_____________________________________________________

venerdì 9 gennaio 2009

SPRINGSTEEN: Aspettando WORKING ON A DREAM


Mancano pochi giorni all'uscita del nuovo album - il sedicesimo in studio - di Bruce Springsteen. Il numero di JAM di gennaio pubblica un mio lungo articolo (disponibile anche sul sito on line del mensile).
Vai al link
http://www.jamonline.it/pages/articolo.aspx?item_id=1179

“Working On A Dream” sembra suggerire che il sogno americano è finalmente tornato ad essere realtà. O almeno che, con Barack Obama alla Casa Bianca, ci si possa lavorare su. Cerchiamo quindi di capire chi è oggi il musicista del New Jersey: non una recensione anticipata dell’album, ma un viaggio attraverso i segnali, i ricordi, le aspettative che circondano le nuove canzoni del rocker più amato d’America.
Di spalla all'articolo, due ottimi interventi di Paolo Vites: uno sulle "relazioni (spesso) pericolose" tra il mondo del rock e la Casa Bianca e uno su quando Ronald Reagan tentò di "scippare" Born In The U.S.A. al suo autore.
E intanto da Washington giunge notizia che il 18 gennaio, durante la cerimonia ufficiale di investitura di Obama, ci sarà anche Springsteen ad esibirsi (da solo) sulla scalinata del Lincoln Memorial, in un concerto gratuito che sarà il primo passo verso un nuovo tour della E Street Band. Dopo l'altro appuntamento, questa volta con band, alla cerimonia di apertura del Superbowl a Tampa, in Florida, si prevedono - sembra in primavera - cinquanta/sessanta di date.
Attendiamo un annuncio ufficiale. In ogni caso sembra accertato che il tour 2009 non avrà le "dimensioni" del precedente.


Rinnovo l'invito a visitare il sito di JAM, ma consiglio di non perdere il numero che è in edicola. L'articolo "Reborn in the U.S.A" ha una splendida impaginazione, è corredato di bellissime foto e nelle pagine successive non ci si ferma a Bruce ma si parla anche, tra l'altro, di Nils Lofgren (che canta Neil Young), di Young (che dopo alcuni live "storici" continuerà a celebrare sè stesso, e sarà presto un diluvio di cd retrospettivi ricchi di inediti, i favoleggiati "Archives"), di Warren Zevon (che bella la ristampa "de-luxe" del suo album omonimo del 1976) e della Motown (50 anni di musica meravigliosa).

giovedì 8 gennaio 2009

IL MEGLIO DEL 2008


E' proprio vero che ognuno ha la fine che si merita. George Bush figlio, il presidente uscente degli Stati Uniti, ci ha regalato l'immagine più bella del suo duplice mandato: qualcuno gli ha tirato due scarpe addosso, mancandolo di poco.
Il gesto di un giornalista iracheno come simbolo del desiderio di mezzo mondo. L'immagine più bella che quel mezzo mondo potesse desiderare è mossa ma indimenticabile, quasi quanto la doppia torsione praticata da Bush per schivare i mocassini.
"Quello che ha lanciato le scarpe a Bush" si piazza di diritto in cima alla lista del "meglio del 2008", anzi del meglio secondo me. Segue "quello che ha colorato di rosso l'acqua della Fontana di Trevi", non tanto per lo spirito politico che lo ha animato quanto per l'originalità e la creatività. Lucida follia da premiare.
Poi qualche album, qualche canzone, una manciata di film e libri, un paio di giocate di Antonio Cassano e l'ennesimo "cucchiaio" di Francesco Totti (questa volta al Lecce, teatro lo Stadio Via del Mare).

venerdì 26 dicembre 2008

BABBO NATALE SI E' PORTATO VIA EARTHA KITT



Eartha Kitt è morta ieri in un ospedale di New York. Era la voce della "Santa Baby" originale, da lei incisa nel 1953 e ripresa da Marilyn Monroe e da altre stelline come Kylie Minogue, le Pussycat Dolls e Madonna. Qualcuno ricorderà che quarant'anni fa, al Festival di Sanremo vinto da Sergio Endrigo con "Canzone per te", Eartha cantò in coppia con Peppino Gagliardi.
Eartha Kitt e Babbo Natale, che singolare appuntamento. Lei aveva cantato "Santa Baby, mio Babbo Natale, portami una decappottabile del '54, celeste chiaro, e fai presto, scendi da quel camino", lui è passato a portarsela via proprio il 25 dicembre.

copia il link e guarda "Santa Baby" su You Tube
http://www.youtube.com/watch?v=xOMmSbxB_Sg

giovedì 25 dicembre 2008

BUON NATALE - HAPPY CHRISTMAS


Buon Natale a chi commissiona gli articoli e poi se ne dimentica. Buon Natale a quello che ancora crede che gli abbia rubato l’idea per un libro che ho semplicemente pensato prima di lui. Buon Natale a quel giornale che non parla mai dei miei libri. Buon Natale a quello che dietro a una telecamera ha detto “salutiamoci qui” (e allora salutiamoci qui!). Buon Natale al “fratello” che sarà al Festival. Buon Natale agli irriconoscenti e a quelli corti di memoria. Buon Natale anche a loro, certo, perché – come dicono gli americani – “anche i cani hanno un giorno fortunato”.
Buon Natale alla mia Vespa vecchietta (non è quella della foto però siamo lì) perchè mi fa sentire più giovane.
Ma soprattutto Buon Natale a chi può camminare a testa alta e a tutte le persone che mi vogliono bene. Vi voglio bene anch’io. E per questo vi auguro di restare per sempre giovani.

“May you grow up to be righteous
May you grow up to be true
May you always know the truth
And see the lights surrounding you
May you always be courageous
Stand upright and be strong
May you stay forever young
-(Bob Dylan)

giovedì 4 dicembre 2008

EDOARDO BENNATO: L'isola, anzi, il cantante, che non c'è


2 dicembre. Era stato annunciato, il suo nome era sulle locandine, Repubblica aveva pubblicato un trafiletto che parlava della sua presenza al concerto, nel pomeriggio Radio Città Futura aveva dedicato uno speciale all'evento di beneficenza "Light of day" (vedi blog qui sotto) promuovendo l'ipotizzato incontro tra il cantautore napoletano e i suoi colleghi americani. Edoardo Bennato non si è visto nè sentito. Peccato.

martedì 2 dicembre 2008

LIGHT OF DAY: la canzone americana sbarca oggi a Roma con Willie Nile, Jesse Malin, Joe D'Urso e i Marah. Per una buona causa.


Concerto di Beneficenza - Light of Day
Roma, 2 Dicembre 2008 (Stazione Birra)

Il sound della East Coast americana a favore della ricerca sul Parkinson, SLA e Sclerosi Multipla.
Una “Acoustic rock night” con la partecipazione di Willie Nile, Jesse Malin, Marah, Joe d’Urso. Special guest: Edoardo Bennato.

"Suono una sera per me e una sera per l'altro ragazzo". C'era una volta Harry Chapin, autore di canzoni, newyorkese bravissimo a dare di block notes e chitarra, ma bravo forse ancora di più a ritenere che guadagnare una sera su due gli potesse bastare. Suonava una sera per lui e una per chi ne aveva più bisogno: "one night for me, one night for the other guy", appunto. E lo raccontava orgoglioso, ed anche un po' logorroico, a chi lo incontrava per caso. Per caso, una sera fu Bruce Springsteen a ritrovarselo sotto la finestra del suo hotel. Erano gli anni Settanta, quando poteva capitare che Chapin e Springsteen dividessero lo stesso motel fuori città, e poi giù a raccontarsi come era andata, ognuno in un club diverso, ognuno con la propria band. Poi Springsteen all’inizio degli anni Ottanta ha scritto e pubblicato “The River” prima di diventare una superstar planetaria, mentre a Chapin è toccato un incidente d’auto sulla Long Island Expressway a pochi chilometri dal prossimo club in cui cantare per “l’altro ragazzo”. Avrebbe devoluto l’incasso in beneficenza quella sera, invece ha trovato la morte. A 27 anni da allora, c’è ancora chi canta “one night for me, one for the other guy”.
L’altro ragazzo si chiama Bob Benjamin e a molti il nome dirà sicuramente poco. E’ una manager di periferia, precisamente del New Jersey del nord, uno che campa gestendo gli interessi e le serate di piccoli rock’n’roller ma che lo fa con la passione di chi finisce col dare alla musica tutto sé stesso, anche le ultime forze. Sta lottando da anni con il morbo di Parkinson ma non molla i club, le chitarre, l’agenda degli appuntamenti. Per lui hanno messo insieme nove edizioni di un evento di beneficenza, il “Light Of Day”, che è attraversato dal sogno che Bob possa farcela. E' capitato così che sul palco dello Stone Pony di Asbury Park incrociassero le chitarre Bruce Springsteen e l’attore Michael J.Fox, o che Southside Johnny, Garland Jeffreys e altri cantassero le loro canzoni appassionate in cambio di nulla, perché la “cassa” serviva a dare forza alla ricerca sul male terribile che aveva colpito il loro amico.


Alcuni dei protagonisti di quelle notti seguono le orme di Harry Chapin e senza mai mancare l’appuntamento americano del “Light of Day” (“luce del giorno”, dalla canzone che Springsteen scrisse per l’omonimo film dell’amico Paul Schrader), sono anche ospiti fissi di una piccola versione europea di quei concerti. Ormai giunto al terzo anno, il giro porta in Scandinavia, Spagna, Italia e altri paesi una carovana di amici di Benjamin.
Willie Nile è stato negli Ottanta sul punto di farcela a grandi livelli, ha aperto per gli Who, creato una strada alternativa su cui chi amava "Darkness On The Edge Of Town" e "The River" poteva trovare ballate da sogno (“Across The River”) ed energia pari a quella della E Street Band (“Vagabond Moon”), Joe D’Urso da molti anni si sbatte per i club della costa est e di tutta Europa propagandando con sudore e passione una musica che non poco deve al Boss (bella la sua versione di "Cadillac Ranch" incisa anni fa), i Marah sono stati un piccolo fenomeno a Philadelphia prima di incuriosire chi pratica il rock’n’roll anche fuori dalla Pennsylvanya, Jesse Malin è stato per qualche tempo insieme all’amico Ryan Adams “the next big thing” e per chi mastica certa musica è oggi ben quotato. La critica lo adora perchè è punk e classico al tempio stesso, uno che se deve eseguire una cover (nella cui scelta è un maestro) spazia dai Ramones di "Do you remember rock'n'roll radio" a "Wonderful world" di Sam Cooke.


Tutti insieme, forti delle loro ultime produzioni (tutte consigliabili, va da sé), daranno vita questa sera ad un set acustico che se non ci fosse la Stazione Birra di Roma (in realtà Morena, frazione alle porte della città, incastrata tra fabbriche di lampadari e il primo Ikea sorto in Italia) bisognerebbe andarlo a rincorrere in qualche localino del Greenwich Village, l’ex cuore folk di New York dove ha mosso i primi passi Bob Dylan e dove Springsteen tenne uno showcase per farsi notare dal produttore musicale e talent scout John Hammond, che poi lo portò alla Columbia Records, ad iniziare quel percorso musicale ancora vivo senza il quale non esisterebbero il “Light of Day” e i suoi protagonisti.
L’incasso della serata – che verrà aperta da Antonio Zirilli and the Blastwaves, romani ma è come se fossimo sulla New Jersey Turnpike – porterà denaro europeo, altre forze dunque, a chi sta cercando di frenare il Parkinson. Non solo, a beneficiarne saranno anche quanti stanno facendo ricerche sulla SLA e sulla sclerosi multipla.

Willie, Joe, Jesse e alcuni elementi dei Marah (tutti probabilmente raggiunti da Edoardo Bennato), siederanno in circolo, con le loro chitarre acustiche e la loro generosità, senza pensare a quanto andava facendo e dicendo Harry Chapin ma comportandosi esattamente come lui.

Sarà bello, per tanti motivi.
Poi tutti a Milano, si replica il 3 dicembre, con il rocker romagnolo Lorenzo Semprini guest star italiana al posto di Bennato.