giovedì 5 febbraio 2015

DYLAN vs SINATRA – E PIOVE SUL RING






Non riesco ad avere un pensiero stabile su BobDylanCantaSinatra.
Per cinque minuti lo amo, gli altri cinque lo vorrei strozzare. E via cosi, in un faticoso loop. Non mi riconosco più. It ain't me, babe.

Intenso, noioso, commovente, noioso, familiare, noioso. Pedal steel, noia, spazzole, gioia. E' un'altalena, ti ci devi abituare. Standard e jazz ribolliti nel country. The Voice vs DylanVoice: un ring inedito. Ombre nella notte, notte buia. Qui il sole non esce mai.
Dylan sembra riflettere dietro le sbarre, prigioniero di una nuova idea. E del suo papillon messo per rispetto. Altro non mi viene. C'é del bello, e me lo tengo stretto.

Ma se Highway 61 revisited, Blood on the tracks, Desire, Oh mercy e Time out of mind erano navi che facevano una grande schiuma, e onde fragorose, questo è un canottino su cui reggersi forte in mezzo a tanto sbattere. Amo Dylan e lo detesto. Lo detesto amandolo. Nessuno mi mette alle corde e mi anestetizza come lui.
Nobody feels any pain. Tonight as I stand inside the rain.

mercoledì 7 gennaio 2015

PINO DANIELE - A CALDO, E QUALCHE ORA DOPO

5 gennaio 2015, a mezzogiorno

Non bastano le parole ad esprimere il dolore per la morte di Pino Daniele. I ricordi sono tanti. Giorni giovani di grandi scoperte, di grandi canzoni, di tour visti che erano poco glamour e tanta sostanza, quando Pino Daniele imbracciava una Gibson nera e indossava maglioni di lana a trecce. Poi tantissima vita lavorativa, di discografia e di studi televisivi, di altre canzoni, di impuntature e suoi modi bruschi, di amici che erano con te proprio quella certa sera dietro alle telecamere che inquadravano Pino Daniele e che non ci sono più. Di migliori anni e di anni migliori. Di quando Pino, Fiorella, Francesco e Ron provavano in un capannone alle porte di Roma e si facevano le foto che sarebbero servite per il tour a 4 e tu col cavolo che hai chiesto al fotografo quello scatto a 5, col fondale giusto e le luci belle, che ti sarebbe rimasto per la vita e che oggi ti riempirebbe il cuore. Come quello che non facesti con Dylan o con Rod Stewart. Ma sono i ricordi e il suono irripetibile di una chitarra, non le foto, che restano con te in eterno. E Pino Daniele, con quel modo di parlare, con la sua Napoli, con quella strafottenza e indolenza così diverse dalla sua musica, con le sue composizioni bellissime è un pezzo, uno dei tanti pezzi della mia vita.






Ora metto da parte lo scivolone grossolano di qualche canzone malriuscita e il poco degli ultimi anni messo a confronto col tantissimo dei primi, perche' c'e' un tempo per i capolavori e un tempo per tutto il resto, piuttosto penso a Pino Daniele e a Troisi insieme e rabbrividisco osservando il vuoto che lasciano dietro. Al nulla che si è accomodato su quelle loro sedie. E spero tanto che ora la peggiore televisione e la peggiore rappresentanza della nostra musica non si coalizzino per tormentarci con inutili brutture. Tanto il bello c'è stato, Pino il suo "Nero a metà 2.0" se l'è bello che fatto, i 4 di cui sopra hanno già cantato insieme, Dalla non può esprimersi e Troisi neppure. Francesco De Gregori non ha cantato in pubblico per Lucio e non lo farà per Pino Daniele. Soffriamo con decoro, risparmiateci se potete le urla di quattro nuove divette della canzone e di qualche band melodrammatica. Ce la possiamo fare?



5 gennaio 2015 , a mezzanotte

E' tutto il giorno che leggo cose su Pino Daniele. A casa, in metropolitana, in giro per strada non ho potuto fare a meno di rincorrere i pensieri e i ricordi degli altri. Mi ha fatto stare bene, mi serviva. Non è, come ha scritto qualcuno, l'atteggiamento di chi guarda un incidente stradale e fa il curioso al bordi della strada: è voglia pura di capire cosa scorre nelle vene degli altri, di sentire in che modo quelle canzoni hanno dato felicità agli altri, se tutti provavano e provano quello che provi tu. Il potere della musica è questo. Lo provo mentre riascolto il secondo album di Pino Daniele e lui si fa la barba.





Ho letto commenti di gente comune, post e twit di altri cantanti e star varie. Mi colpisce più di ogni altra cosa la voglia trasversale di lasciare un pensiero, di condividere qualcosa, di ripercorrere un proprio pezzo di vita. Un sentimento collettivo talmente bello e ampio io non lo ricordo, in epoca di social network, per altri. Per Dalla, altro grandissimo, immenso e immortale protagonista della musica, il dolore è stato ampissimo ma non si è manifestato allo stesso modo, almeno questo è il mio ricordo. Battisti e De Andrè, amatissimi, non hanno potuto godere dell'intervento a caldo del popolo della rete. A differenza di quei colleghi, Pino Daniele non è partito dagli anni Sessanta ma dai tardi Settanta, e questo fa si che il ricordo di "quel" primo disco, di "quel" primo concerto, di "quella" prima sera a sciogliere i nodi di quel curioso mix di italiano e napoletano siano patrimonio ancora fresco dei cinquantenni o giù di lì, che sono il vero motore della nostalgia che pervade un bel po' il mezzo, il vero alimento per quella bestia incontrollabile che è la malinconia mista a rimpianto. Io credo che i trentenni abbiano raccolto e magari amato Pino Daniele senza essere stati lì quando usciva "Nero a metà", e che i sessantacinque/settantenni di oggi, i quali avevano allora l'età giusta per apprezzare e godere quella musica adesso non abbiano tutta quella voglia di prendersela col mondo. O forse si, e allora ...welcome on board.
Ma quelli veramente fregati, quelli che ancora masticano amaro pensando alle cose che non vanno e a come migliorarle, quelli che hanno figli ancora abbastanza piccoli per i quali preoccuparsi e immaginare un futuro, sono i nati tra il '57 e il '69, popolo dei non ancora vinti, gente che non riesce a smettere di sentirsi attaccata alla propria gioventù e che un pò rifiuta i segni del tempo. Sono quelli che - se appassionati veri di musica - alimentano il mercato del vinile che rinasce, e si aggrappano a Facebook per rimettere insieme il proprio passato e non perderlo.





La morte di uno che negli anni di piombo cantava "Nun ce scassat o cazz" e "Chill e nu buono guaglione" è una cosa tosta per quella generazione. Non era De Andrè, ma provava a dire cose giuste e di rottura in maniera semplice e diretta. Pino Daniele ha creato musica nuova e l'ha contaminata, di blues, di sudamerica e maghreb e di tanto altro. Ha fatto un lavoro egregio, aggregante. Credo sia l'artista italiano che vanta più collaborazioni: un mare, tra Italia e mondo. E di aggregazione parlano le tante testimonianze. Ho visto foto su palco con Laura Pausini e Loredana Errore (per dire: la star e la giovane star di passaggio), foto private con Claudio Baglioni e Mango, foto in studio con Antonacci e foto offstage con Irene Grandi. Tutti hanno voluto dire che c'erano, quel dato giorno, con Pino, e che con lui hanno fatto qualcosa. Raiz, Raf, Silvestri, Jovanotti, Venditti, Tiromancino, i manager, i giornalisti, i discografici, suoi e non, i radiofonici, gli uffici stampa, gli appassionati, i negozianti, i musicisti centrali del mondo pop e anche quelli laterali, che suonano nei bar e che proprio oggi, dicono, c'è da suonare Pino. Tutti. Non lo trovo, come ha scritto qualcuno, un atto di protagonismo, così come non malgiudico Belen Rodriguez perché non la conosco e non so cosa abbia potuto significare per lei la canzone di cui ha postato il testo. Certo, ha pubblicato una sua foto un pò glamour, ma magari lei in quella foto si vede triste e pensierosa e solo lei sa se e quanto quello scatto aderisca al suo stato d'animo di oggi. Ho letto "che ne sa lei che manco è nata in Italia". E' ingiusto e grave, se non offensivo, attaccare qualcuno così. Non si misura il merito e il diritto al dispiacere. Ognuno ha il suo. Ognuno lo manifesta come vuole.
Ho letto frasi intelligenti e profonde (Niccolò Fabi mi viene in mente al volo), ho letto cose più superficiali ma non per questo da criticare. Se scrive da lontano Terence Trent D'Arby è fico, se Emma ricorda che Pino la chiamava "Emmuccia" è una fuori luogo. Non è vero, siate discreti, comprensivi, non rendiamo questo luogo di scambi belli il letamaio che stanno diventando le strade d'Italia. Pino Daniele non è del Sud, è un italiano meraviglioso che ha dato una nuova musicalità alla lingua partenopea, che è un valore italiano. La bellezza della musica lega tutti, o dovrebbe, e certi politici che non sanno starsene zitti nemmeno in queste occasioni si descrivono da soli.
Oggi molta stampa parla in termini lusinghieri dell'importanza del lavoro di Pino Daniele, ma a me piacerebbe che certa stampa su certe considerazioni basasse la propria rinascita. Non se ne può più di leggere sui quotidiani solo le presentazioni e le recensioni dei grandi concerti. La musica è dentro tutti noi, ci nutre e ci sorregge. Per questo vorrei un ritorno alla critica, vorrei che la musica e i suoi valori, i valori delle sue parole, quando il valore c'é, tornassero di attualità, senza anche ci sia spazio solo per il mercato e il commercio della musica, senza che a tenere banco siano unicamente i grandi uffici stampa e management che regolano il traffico perché gestiscono i 50 nomi che contano e che fanno il fatturato.
Per questo, ma sono un sognatore, auspico un omaggio discografico a Pino Daniele senza il vincitore di un talent, senza l'artista che fa parte del giro e che tra due anni sarà scomparso, senza quelli che passano al Tg1 qualsiasi cosa facciano (era anche il caso di Pino Daniele, questo non lo dimentico, quando pubblicava album incolore), senza gli amici di, senza i nomi che fanno vendere, senza quelli che ormai costituiscono la compagnia di giro delle monografie televisive, senza gli ospiti, sempre quelli, dei concerti evento, senza quelli del "facciamo tre stadi anziché cento teatri", senza i poteri forti ostentati. 
Profilo basso, in apparenza. Grande sostanza e qualità, in realtà. L'imprevedibile che affascina e colpisce. Il feeling è sicuro, quello non se ne va, come cantava Pino. Faccio solo due nomi: Nino Buonocore e Tosca.
Ma non accadrà perché siamo qui.
O forse si. A me piace ancora sognare.

martedì 30 dicembre 2014

CHI TROVA UN AMICO TROVA UN LIBRO. ANZI DUE.



Chi trova un amico trova un libro. E se gli amici sono due, Gaetano "Blue" Bottazzi e Sergio D'Alesio, i libri raddoppiano.

Le cose che mi piacciono le tengo insieme, ne faccio marmellata. Specie se hanno un comune denominatore. E ne parlo, per il piacere di diffondere qualcosa in cui credo.
Lo faccio con i miei tempi. Ma alla fine il tempo lo trovo. Quelle da recensire sono parole per la musica, al servizio della passione per la musica. Due libri. Eccoci qui.

Iniziamo con “Perché non lo facciamo per la strada?” (Ed.Tip.Le.Co, 2014, 15 euro) di Blue Bottazzi.
Il secondo sforzo creativo del buon Bottazzi (giacchè per il primo, “Long Playing”, che sta per avere un gemellino, un lato B, aprirò presto una parentesi a parte, a opera conclusa) mi fa venire in mente un disco che amo molto, di Andrew Gold, un session man californiano di cui troverete il nome in un sacco di dischi di west coast anni '70, quelli di Linda Ronstadt compresi. L'album in questione è “What's wrong with this picture?”, che girava su vinile Asylum Records, roba seria, roba con un significato. Cosa c'era di strano nella copertina? La giravi e la rigiravi ed è era tutto a posto, apparentemente. Alla fine, guardando meglio, ti accorgevi che nel grande soggiorno le cui vetrate davano forse sul mare di Santa Barbara un paio di oggetti erano fuori posto: un 45 giri suonava (suonava?) agganciato a un registratore Revox, e la bobina di quest'ultimo era adagiata, inutilmente, sul piatto di un giradischi.
Quella confusione voluta, e annunciata, a me ha sempre fatto pensare che il significato fosse “la musica trova sempre una sua strada, anche se gli metti qualche bastone tra le ruote, anche se sposti qualcosa”.

Sulla copertina del bel libro di Bottazzi, che si fa chiamare Blue per via di Tom Waits e Rickie Lee Jones, ma questa è un'altra storia, non c'é niente che non va. Funziona tutto a meraviglia. Molte cose coincidono con l'iconografia del rock, a volerle leggere. Una coppia (lui ed Eleonora Bagarotti, altra anima piena di musica) come erano Tom & Rickie su “Blue Valentine”, altro disco marchiato Asylum. Giubbotti di pelle, il serbatoio di una moto che si intravvede, la t-shirt bianca che recita, in rosso amore, Triumph, come la Bonneville con cui nel 1966 Bobby Dylan scivolò per un po' via dalla musica facendosi male seriamente.
Nel background, mugs, insegne, forse ferri da lavoro. Per due, quattro ruote, mille sogni.
Una coppia innamorata che inneggia all'amplesso sull'asfalto? Non proprio. Qui c'è un'altra citazione, una canzone (quella del titolo del libro) che arriva dal doppio bianco dei Beatles, dalla voce di un McCartney votato a un blues alla Steppenwolf. Non i Beatles più popolari, di certo i più intensi e sporchi.

Le 250 pagine raccolgono in 33 capitoli e 33 decaloghi un bel po' di sensazioni sparse vergate da chi si sente e si descrive “salvato dal rock'n'roll”. Sinceri, senza retorica, dunque veri sono gli appunti del Blue. La confusione regna sovrana, come nella stanza di Andrew Gold. Ma da quella confusione il lettore, se motivato, si lascia trasportare con piacere e sicurezza, come fossero i copertoni di una inglese mid Sixties a incollarti alla strada.
Non aspettatevi una recensione, dovete leggervelo voi il libro. Io ho preso appunti sparsi, perché così leggo ormai i libri, tutti i libri, andandomi a cercare ciò che mi soddisfa in quel momento, per poi tornare giorni dopo, a curiosare e ascoltare. Si, ascoltare, perché che le abbiate in testa o che le rimettiate sul piatto per l'occasione, sono le canzoni le inevitabili compagne di lettura. E le canzoni e i sogni che si tirano dietro portano via tempo. Questo libro può durarvi mesi, dunque, come è accaduto a me. Se i vostri ricordi coincidono poi con gran parte di ciò che trovate scritto da Blue, allora siete fregati.
Leggi il capitolo sui riff (da quello di “Whole lotta love” degli Zeppelin a quello di “Lola” dei Kinks, c'è tutta la gamma rappresentata) e ti metti davanti allo specchio con la padella. Scorri le pagine di “Beatles o Rolling Stones?” e riaffiorano i dubbi di sempre: i primi erano più melodici, i secondi più tosti. Deciso: meglio i secondi. Poi ti ricordi di “Angie” e “Helter Skelter”. Chi erano quelli tosti? Vabbè, incartameli tutti e due che ci faccio un bel pò di chilometri.
Ecco i “doppi dal vivo” quando i doppi dal vivo erano un punto di arrivo e non di partenza. Oggi non si nega a nessuno un dischetto da 79 minuti registrato a un concerto durante il tour del secondo disco. Un tempo, ai nostri tempi (vero Blue? vero Eleonora?), il doppio dal vivo era uno dei sogni più selvaggi e proibiti, dunque non arrivava mai, vedi Bruce al Winterland di San Francisco, oppure si chiamava “Fleetwood Mac Live”, e i Mac per meritarselo erano dovuti partire dall'Inghilterra, prendere casa in California, cambiare vita e rifare i documenti e soprattutto fare “Rumours”, il che non è proprio cosa da tutti.
Nel capitolo dedicato alle classiche “quattro facciate registrate dal vivo” si viaggia che è una bellezza, dalla Royal Albert Hall al Fillmore East, dal Trobadour sui boulevard californiani al Rainbow delle piogge inglesi. Portatevi scarpe comode che c'è da pedalare.
C'é un capitolo di bella sensibilità, dedicato alle parole che un tempo ti si conficcavano nel cervello, letali come le “silver bullets” di Bob Seger, proiettili micidiali se stai sotto ai vent'anni. La forza di quelle parole (da “Perfect day” e “Heroin” di Lou Reed a “New York City Serenade” del Boss) e il loro contrario, perché ognuno nelle canzoni ci vede qualcosa di personale, ognuno incolla le proprie figurine sui volto di Billy o mette il Lambrusco o Villa Borghese al posto della Sangria che qualcuno beve a Central Park. Canzoni come scatole vuote, talvolta, pronte per essere riempite da noi, e questo senso di intercambiabilità dei sentimenti l'autore lo ha centrato alla perfezione.
Le canzoni sono anche questo: satelliti per l'amore o un navigatore satellitare che impostiamo noi.
Potrei recitarvelo tutto, “Perché non lo facciamo per la strada?”, ma c'é D'Alesio con le sue camicie colorate che sgomita. Chiudo ricordandovi di scendere a comprare un pacchetto di C90 perché di suggerimenti per farvi qualche cassettina ce ne sono parecchi, e tutti validi, a firma Bottazzi.
Anzi, no, un momento: chiudo con una domanda all'autore, perché fa un po' figo e dà l'idea che il libro lo hai letto davvero:
- capitolo “Questioni di etichetta”, pagina 114, le “10 copertine più belle del rock”: mi metti “Amorica” dei Black Crowes e il suo triangolino e ti dimentichi “Late for the sky” di Jackson Browne con quel cielo e quelle luci alla Magritte? Ma un pelo di “f” tira davvero più della Chevrolet di “The road and the sky”? Siamo sicuri?
Si scherza. Lavoro egregio, compare.

“Eagles: la leggenda del country-rock” (Aerostella, 2014, 16 euro) chi poteva firmarlo se non Sergio D'Alesio, uno che di California parlava quando la California voleva dire davvero “terra promessa” e non Gangsta Rap, e quando fratello si scriveva brother e non brotha e stava per “brother Jackson”. Punti di vista, diversi modi di sentire la musica. Diversità, non meglio o peggio.
A noi piace la west coast delle chitarre e delle armonie vocali, dunque tutta quella roba lì che oggi è un po' scolorita, sfumata, ma rivive nei ricordi, nella voglia di raccontare ancora e in qualche disco azzeccato di qualche vecchio eroe che non ha mai smarrito il talento e la credibilità: è il caso di Jackson Browne e del suo ultimo “Standing in the breach”, sospeso come sempre tra la politica del mondo e quella dei sentimenti più intimi.
Quando gli Eagles firmarono per la Asylum di David Geffen vennero presto sorretti – anzi, portati a volare - da una canzone, “Take it easy”, un cerchio che Browne aveva abbozzato ma che per trovare la sua quadratura aveva dovuto contare sull'intervento di Glenn Frey, uno che arrivava da Detroit, ovvero dalla casa del rock duro e della Motown, ma che insieme a Don Henley avrebbe tempestato di capolavori il firmamento del Golden State, lasciando una scia che avrebbe prodotto emuli e seguaci.
Henley e Frey sono le fondamenta degli Eagles, ovvero di tutto ciò che si estende da “Take it easy” all'ultimo tour con il redivivo Bernie Leadon che abbiamo visto quest'anno anche in Europa. Oltre quarant'anni di musica che hanno dipinto il lifestyle spesso eccessivo di una città dispersiva come Los Angeles negli anni in cui questa era la capitale d'America di tutte le musiche. Tanto attraente quanto fagocitante la Città degli Angeli, a tal punto che chi arrivava lì diventava californiano per sempre, che fosse il britannico Graham Nash o Joni Mitchell da Alberta, Canada. Pure The Band, giovanotti canadesi che servirono Dylan e tanta tradizione americana, restano consegnati alla memoria collettiva nello storico scatolone del Winterland, a San Francisco, teatro del loro “ultimo valzer”, negli stessi anni in cui Springsteen conquistava definitivamente da quel palco la California con la E Street Band.
“Siamo gli Eagles, da Los Angeles”, gridavano orgogliosi presentandosi al loro pubblico i quattro che scrissero le prime pagine di una storia leggendaria; eppure Randy Meisner arrivava dal Colorado e dai Poco, Bernie Leadon dal Minnesota, Don Henley portava la sua voce soul dal Texas e di Frey si è detto. Tutto spazzato via, come le armonie vocali se travolte dalla raucedine, tutti californiani, per convenzione e per vocazione.
Naturalmente sappiamo, come scrive D'Alesio, che c'erano stati “i rivoluzionari anni Sessanta, durante l'impero folk-rock dei Byrds contrapposto alla ipnotica psichedelia dei Doors e dei Quicksilver Messenger Service”, ma servivano dei continuatori in grado di essere anche più popolari e stabili di McGuinn e soci, che nei primi Settanta, quando gli Eagles lucidavano ancora il piumaggio, avevano già dato il meglio ed erano in fase calante, con un organico che aveva già perso Gene Clark, Chris Hillman, David Crosby e Gram Parsons.
Bernie Leadon, che arrivava dai Flying Burrito Brothers di Gram Parsons, una costola proprio dei Byrds, dichiarò in quei giorni a Rolling Stone “tutti sembrano impazziti e ci corteggiano dicendo che diventeremo più grandi di CSN&Y”.
Queste sono le basi su cui D'Alesio imposta il proprio volo su una storia che possiede forza e romanticismo, dramma e gelosie, ma che è il contenitore che accoglie tutti i pezzi di un enorme puzzle iniziato, come visto, con leggende, gli Eagles, nate da altre leggende. Quando morì Parsons, distrutto dagli eccessi e dalle droghe, Leadon scrisse per lui “My man” , e la canzone finì sul terzo disco della band, “On the border”, come un dolce e amaro epitaffio cantato meravigliosamente a quattro voci.
Da lì sarebbero arrivati “Hotel California”, il successo planetario, le liti, gli innesti, lo scioglimento e la pace sempre a denti stretti e con regole ferree per regolare gli enormi flussi di denaro.
Tra musica e interessi se ne sono andati, da “The Long Run”, che nel 1980 chiuse la prima luminosa fase del gruppo, ben trentacinque anni vissuti dal pubblico con un instancabile senso di gratitudine stampato sul viso ma anche con l'esasperazione di chi attende qualcosa di nuovo che arriva col contagocce. Il sottoscritto scrisse nel 1995 la prefazione all'edizione italiana di “The long run – the history of the Eagles” di Marc Shapiro. Era appena uscito “Hell Freezes over”, un live con quattro inediti, i primi che si ascoltvano dal gruppo (nel frattempo lievitato in tanti anni grazie alle presenze di Tim Schmith, Joe Walsh e Don Felder) proprio dai tempi di “The long run”. Nell'aria c'era una certa eccitazione, sembrava il preludio a quella costanza che tutti si aspettavano. E costanza fu, ma solo di apparizioni live buone per vendere il back catalogue e per rinforzare le carriere soliste (Don Henley, il migliore, con successi cristallini come “The boys of summer” e “The end of the innocence”). L'unico vero disco interamente composto da canzoni nuove resta per gli Eagles “Long road out of Eden” del 2007, giunto vent'otto anni dopo “The long run”. Di lunghe, lunghissime corse parliamo qui, e non servono metafore. E' la realtà che ha circondato la band nata davanti al Pacifico e nei deserti lì vicino.
Una realtà, quella raccontata, fatta di una tenuta artistica ancora validissima ma anche di una capacità organizzativa e manageriale sopra la media. Brani dal suono contemporaneo e anche strategie per accarezzare la memoria di chi è rimasto da allora; ecco spiegata “How long”, ripescata dal repertorio del vecchio complice John David Souther e per questo affine agli album dei primi anni, quelli che come etichetta avevano il cielo della Asylum, con quel marchio che ritorna nel nostro racconto sui due libri scelti per voi e che crea per questo un sottile legame con Bottazzi, Waits e anche quella “Ol'55” che proprio Waits riprese dagli Eagles, allora compagni di etichetta.
Il resto, tutto il resto, scopritelo nelle 150 pagine in cui D'Alesio riassume quarant'anni e più di storia della band senza fermarsi all'attività di gruppo ma andando oltre, fornendo il quadro più aggiornato delle vicende soliste di tutti i componenti transitati nell'organico dal 1972 al 2014.
Niente male.

Due libri, due amici. Alla prossima canzone.

martedì 25 giugno 2013


LOVE AND EMOTION
La storia di Willy De Ville

Ho scritto su Willy DeVille meno di quanto avrei voluto. Ma l'ho amato molto. Un libro su di lui - "Love and Emotion" - una storia di Willy DeVille, di Mauro Zambellini - mi rende felice, soprattutto se arriva da chi su questo artista ha scritto tanto. Si tratta di un duplice beautiful reward.
Allora lascio suonare "Little girl", gemma del 1977 speziata di Spector e Springsteen, e mi calo nella lettura, sorprendendomi delle tante cose che non sapevo di quel giovanotto del Connecticut fuggito un giorno a New York per trovarsi una parte più affascinante di quella che Stamford gli avrebbe potuto risevare nel grande film della musica d'autore.
Perchè di un autore con la A maiuscola parla questo libro, anche se a uno sguardo superficiale, ciò che resta di Wiliam Paul Bersery Jr. - ora che c'è una data , il 6 agosto 2009, a chiudere le tende in velluto rosso di una vita difficile - è un profilo da eccentrico intrattenitore, magro come una sardina, tanto kitsch quanto elegante, ora sul cranio un pompadour vistoso ora uno scalpo da nativo americano.
Le canzoni. Parliamone.

Era andato – Willy - a cercarsi la vita, la vera vita, nella città dei Drifters che lui amava tanto, e lì è finito nell'appartamento di Doc Pomus, uno che di canzoni se ne intendeva avendone scritte per Elvis, Dion e i Seachers, a comporne delle altre, insieme al suo mito.
Questo testimonia il valore dei tanti hit minori (si, minori in quanto di pochi, "nostri", di chi lo ha amato) che potreste trovare incastonati oggi in una raccolta di questo autore se aveste la fortuna di trovarla in qualche negozio.
"Spanish Stroll" rimbomba come fosse il disco di un Lou Reed ubriaco di Fifties rock e mi chiedo, al pari dell'autore del libro, come mai non ci sia stata una ricompensa, nessun atto d'amore collettivo se non sporadiche cover (Boz Scaggs di recente, ammirevole con "Mixed up, shook up girl") verso questo talento. Una serata in un bel teatro newyorckese, non dico un album tributo.
Il fatto triste è anche che tutti quei "teatri" che l'hanno visto all'opera sono caduti come vasi di coccio in frantumi. Sparito il CBGB's, sostituito da una banca il Bottom Line, niente Ritz, un ricordo lontano il Savoy.
Quando ci entrai la prima volta, nel 1982, al Savoy, mi tremavano le gambe per l'emozione e per i postumi di una bronchite messa a tacere perchè in quell'inverno c'erano troppi concerti da vedere, troppe cose da imparare perchè io mi rivoltassi tra due coperte. De Ville era protetto dalla sua personale E Street Band, una gang dai cognomi greci (Margolis, il tastierista, che apre questo "Love and emotion" con parole di sincera emozione e rimpianto e porta forse il soprannome francese "perla") e italiani (Cortellezzi, sassofono dal suono caldo e poderoso come quello di un altro Mr.C).

Il cantante era compresso in un abito in gabardine di due taglie più piccolo, incedeva elegante e ogni tanto batteva i tacchi sul mio tavolo come fosse un tanguero e non un rocker. Aveva tutte le carte in regola per cantare le storie che scriveva, storie degenerate made in Alphabet City, la zona di New York dove le avenue sono la A la B, la C e la lingua degrada verso uno spagnolo pieno di vizi, il nuyorican.
Zambellini intitola "Stranger in town", come un album di Bob Seger, uno dei capitoli più densi di questo volume, quello che accende le luci sul momento in cui quella magnifica band e il suo leader, dopo tre alcum eccitanti che stanno alla loro carriera come il triple shot "Greetings/The Wild/Born to Run" sta al Boss, furono pronti per incrociarsi con il talento e le esperienze di tre uomini che non li trovi all'angolo di una strada, nemmeno a New York. Se era vero, come scrisse Robert Palmer, il critico del New York Times e di Rolling Stone, e come opportunamente queste pagine riportano alla memoria, che all'epoca De Ville "aveva le canzoni, aveva la voce e aveva la band", era altrettanto vero che gli mancava ancora un passo per aspirare al gradino più alto della scala rock della Big Apple, sia pure in coabitazione con altri adorabili ceffi. Gli serviva tutto ciò che portarono Ahmet Ertegun (la Atlantic, mica poco), Jack Nitzsche (un ritorno, era presente sui primi due dischi, sua la corresponsabilità insieme a Spector del Wall of Sound) e il tecnico del suono Thom Panunzio (gli inizi a Hit Factory con Lennon, poi "Easter" di Patti Smith e "Darkness" di Bruce) a un disco tosto e urbano come "Coup De Grace", che culla ancora oggi alcune tra le più significative composizioni di De Ville: "Teardrops Must fall", "Maybe tomorrow", proprio "Love and emotion".
E poi quella "You better move on" che dal nero Arthur Alexander era finita nel 1964 in mano ai bianchissimi Rolling Stones, secondo un processo di assimilazione del blues e del rhythm'n'blues che Willy conosceva essendo proprio la sua strada. Eppure a pagina 10 di questo libro si scopre, grazie alla penna e alla memoria di Margolis, che De Ville non aveva una grande opinione dei gruppi della British Invasion, addirittura "li odiava, dai Beatles ai Rolling Stones, dagli Yardbirds agli Who, odiava tutti tranne Van Morrison".

Potrei rivelarvi altro mentre "Help me make it (power of a woman's love)" mi riporta su il retrogusto di quegli anni in cui dalle auto in sosta nei vicoli di New York mi capitava spesso di ascoltare alcuni tra i miei artisti preferiti, e dunque, insieme a De Ville, Tom Petty e Graham Parker, il Boss e il suo protetto Gary U.S. Bonds, David Johansen e Garland Jeffreys, non tutti nati lì ma tutti insieme abbracciati nel forgiare un suono unico grazie al gusto delle loro eccezionali band.
Potrei saltare alla pagina 75, dove si racconta della fuga di Willy e della sua donna a New Orleans.
Potrei rispolverare insieme alle pagine che seguono altri dischi bellissimi e diversi arrivati negli anni Novanta da questo indimenticato ed eccentrico chansonnier con la Gibson al collo.
Potrei scivolare nella tristezza degli ultimi giorni di vita di questo fenomeno poco conosciuto, quando il suo palco era forzatamente il divano di casa e il repertorio ancora quello giusto (i Drifters).
Concluderò invece invitandovi a cercarlo e comprarlo questo libro, e a provvedere all'acquisto di alcuni dischi sulle cui tracce queste pagine vi metteranno inevitabilmente.
Se poi siete dei nostri, un ripasso non fa male.

E' bello incrociare un'emozione unica, un flusso costante di adorazione e rimpianto, nelle parole di chi ha steso con pazienza e amore questa storia (Zambellini) e in quelle di chi ha curato la prefazione (Kenny Margolis) e le postfazioni (Marco Denti e Blue Bottazzi).
Amore ed emozione non è un titolo speso a caso.
Those were the days.


LOVE AND EMOTION
La storia di Willy De Ville
di Mauro Zambellini (Pacini Editore)
160 pagine, 16,00 euro.

mercoledì 20 febbraio 2013

THE BALLAD OF BOBBY & JOHNNY



Il 20 febbraio del 1969 e del 1970, quarantaquattro e quarantatre anni fa (stento a credere sia passato tanto tempo), nascevano o venivano pubblicate due canzoni che il mio libro dei ricordi classifica come fondamentali. Che poi siano importantissime anche nella storia della musica pop è un dato che registro volentieri ma che faccio scivolare in seconda posizione. Personalmente, se non avessi mai incrociato quel vocione innaturale per Bob Dylan (era reduce da un incidente, mai aveva cantato così, mai lo avrebbe fatto dopo) e quel "crash boom bam" generato da Phil Spector per John Lennon sono certissimo che la mia vita avrebbe preso tutt'altra piega.

Le canzoni non sono tutte uguali.

Tutto dipende da come sono, è vero, ma anche da quando arrivano, da come ti colgono, da quanto sei ricettivo, dalla stagione e dagli odori che ti avvolgono in quel dato momento. Sono tutte sensazioni, abbracciate tra loro, che cammineranno insieme a te per sempre.
Se le canzoni sono quelle giuste.

 "Lay, Lady Lay", registrata il 20 febbraio del 1969 e "Instant Karma!", pubblicata il 20 febbraio del 1970, sono il giorno e la notte, la luna e il sole accecante, una tenda bianca che svolazza e la pece appiccicosa. Insieme contengono tutto. Potrei tenerne una in una mano e una nell'altra e avere la sensazione di essere attraversato e posseduto da tutta la musica di cui ho bisogno. Dylan era misteriosamente pacato e rassicurante in quella interpretazione, la voce di Lennon inquieta e urticante. Volendo estremizzare, ascoltandole si avverte in un caso la dolcezza del country e nell'altro la forza del punk. Non era country l'una e tantomeno era punk l'altra, ma riflettevano quegli stati d'animo lì. Ho solo messo un occhio sul calendario del rock, ho cliccato alla voce "passato", e questo è il risultato. Si sono aperte due finestre ed entrata tanta luce. Sono filtrate due voci importanti che il mondo l'hanno cambiato davvero.
Lo faccio spesso, questo cammino a ritroso, e non smetterò mai di farlo.

Guardarsi indietro aiuta ad andare avanti.

martedì 17 luglio 2012

BRUCE SPRINGSTEEN E PAUL McCARTNEY AD HYDE PARK
Il Boss, il Baronetto, Woody Guthrie e l'uomo che stacca la spina



Londra, 14 luglio 2012: avevo un appuntamento con la storia e non lo sapevo. Un momento: se ami il rock'n'roll e lui si e' preso il posto piu importante tra le passioni della tua vita e la musica avvolge la tua vita, attraversandola da capo a piedi, e anche il tuo lavoro ne dipende fortemente, se prendi un aereo per andare a incontrare per l'ennesima volta Bruce Springsteen, la sua Legendary E Street Band, con annessi gli E Street Horns e un manipolo di coristi che sarebbe da farci ogni sera oltre all'Apollo medley anche lo Stax medley, l'Atlantic medley, il Curtis Mayfield medley e il Sam Cooke medley, se accade questo sai che stai andando comunque a prenderti un altro mattoncino della storia in corso della musica popolare, quella che nella sua fase piu' recente - diciamo gli ultimi sessant'anni? - ha condizionato e colorato il mondo, entrando con forza nelle sue trasformazioni storiche, nelle sue evoluzioni, nelle sue rivoluzioni e pure in ogni avvisaglia di involuzione. E' accaduto col girare gracchiante dei primi 45 giri, e' proseguito nella piu' ovattata tecnicita' dei compact disc, continua oggi nell'era della musica liquida.

Le canzoni di Woody Guthrie avvisavano il mondo. Quelle dei Beatles facevano ballare e sognare il mondo. Quelle dei Creedence Clearwater Revival facevano riflettere il mondo nei giorni del Vietnam. Quelle di Bruce Springsteen hanno migliorato il mondo, infondendogli coraggio e oggi lo proteggono consolandolo. Quelle dei Rage Against the Machine e ora di Tom Morello urticano il mondo di chi ha il potere e armano chi il potere non ce l'ha, anzi: non ha niente.
Nel giorno del centenario della nascita di Woody Guthrie, colui che sulla sei corde acustica con cui suonava "This Land Is Your Land" e "Ain't Got No Home" aveva scritto "questo strumento ammazza i fascisti", John Fogerty, Tom Morello ("armiamo i senzatetto", e' pennellato sulla sua sei corde elettrica), Paul McCartney e Bruce Springsteen hanno camminato e cantato, hanno saltato e suonato sullo stesso palco. Bruce padrone di casa per contratto, ma il suo palco, si sa, e' la casa di tutti.


A casa mia, le mie figlie sono ancora troppo piccole per capire tutto questo ma mi auguro ne beneficino in qualche modo nella vita che le attende. Ignorano Woody Guthrie, scansano malamente Bruce Springsteen ma sono state "punte" dai Beatles. Pur avendo ogni musica a disposizione, non sono partite né da Okemah né da Asbury Park: sono partite da Liverpool, Inghilterra, e saltano, con un entusiasmo che mi mette i brividi, da "From Me To You" a "We Can Work It Out". Anche io ho acceso il motore dell'interesse verso la musica con i Beatles, piu' o meno negli stessi anni in cui acquistai, in audiocassetta, l'album "Mardi Gras" dei Creedence Clearwater Revival. Nel primo caso mi lanciai con assoluta coscienza sulle canzoni di "Abbey Road", che conoscevo battuta per battuta, nel secondo prevalse del tutto il caso: il negozio di dischi suonava "Someday never comes" e la commessa era proprio carina. Tanto che non le fu affatto difficile fare quella strana vendita a un bambino. Ancora oggi ci ripenso e mi sorprendo di come le cose siano andate e di come tutto sembri scritto.
Le mie figlie, dicevo. Hanno scoperto l'esistenza di Abbey Road a sette anni. Sono state più precoci di me, tanto che quando mesi fa le ho portate a vedere l'esterno degli studi dove registravano i Beatles si sono messe spontaneamente a scrivere qualcosa sul muro. Un primo impulso che può significare tutto o niente, ma se esiste un senso di gratitudine verso la musica loro l'hanno mostrato subito.


A me capita di essere grato quotidianamente ai tanti che hanno prodotto la musica che mi ha nutrito e sostenuto negli anni, offrendomi possibilità, scenari, incontri. Tornare ciclicamente dove si consuma quel rito che è il rock'n'roll, una condivisione che rasenta la spiritualità, mi fa stare bene, giustifica tante cose che ho fatto nella vita e anche le tante che mi sono battuto per non fare. Rinnova in me la sensazione di avere fatto le scelte giuste e di non aver smarrito, mai, quella parte di me che mi spingeva a dieci anni, abbastanza misteriosamente, a comprare un disco minore dei Creedence Clearwater Revival o and andarmene in giro inventando le parole di "Octopus's Garden" e "She Came In Through The Bathroom Window" anzichè cantare "Montagne verdi".

A questo appuntamento con la storia ci sono arrivato immaginando che Springsteen avrebbe potuto suonare con John Fogerty che apriva per lui. E che forse Tom Morello, ospite in più episodi di "Wrecking Ball" e autore anni fa di una incendiaria cover di "The Ghost Of Tom Joad" a capo dei Rage Against The Machine, avrebbe fatto un salto a trovarlo nel suo set dopo avere suonato sullo stesso palco un paio d'ore prima. Poteva succedere ed è successo. Quello che che mi ha sopraffatto, ancora una volta, è quel grande disegno che sembra esserci dietro a giornate come quella che ho vissuto ad Hyde Park. Stavo per perdere l'aereo per Londra il giorno prima. Con la lingua alle ginocchia sono arrivato a pietire di essere ammesso all'ultimo volo possibile, ormai chiuso, visto che quelli del giorno successivo in cui era disponibile un posto non mi avrebbero consentito di arrivare in tempo ad Hyde Park. L'Hard Rock Calling, il Festival da cui Springsteen ha tratto il suo dvd "London Calling", quest'anno prevedeva, come detto, che Bruce suonasse nel giorno del centenario della nascita di Woody Guthrie, e che Morello e Fogerty, autori in epoche diverse di canzoni "agitatrici" come lo sono da un pezzo quelle di Springsteen, fossero della partita. Piatto invitante per il sottoscritto e un bel modo di concludere queto tour prima di dedicarsi completamente a quelle figlie che va bene portarle ad Abbey Road, ma vogliono papà con loro al mare, a tempo pieno, senza troppe distrazioni o aerei da prendere. E questa per ora la loro unica grande richiesta. Altre ne verranno, ci sarà il tempo per vagliarle.




La famiglia - the ties that bind - un amore che naturalmente scavalca la musica. Ma l'ultima serata rock'n'roll di un'estate memorabile (meglio del 1978 quando vidi per la prima volta Dylan? indimenticabile quanto l'81 del primo Bruce? Superiore all'85 che nei miei ricordi -  ma non solo nei miei – significa San Siro, e non aggiungo altro?) si è rivelata un pozzo di emozioni, la somma di tante forze, il modo migliore per unire – come si fa sulla Settimana Enigmistica – i punti disseminati sul foglio della vita e scoprire che non ne è rimasto uno che sia solo, perduto in tutto quel bianco, non raggiunto dal tratto segnato con l'inchiostro.
Non fosse stato per un controllore un po' troppo zelante degli accordi presi tra l'organizzatore e la città di Londra, uno di cui oggi non vorrei vestire i panni perchè ha staccato la spina e chiuso i microfoni nel momento sbagliato, oltre a "The Promised Land" e a "Rockin' All Over The World" cantate da Springsteen e John Fogerty ("l'Hank Williams della nostra generazione", avvisa Bruce presentandolo prima del suo show, flannel shirt di ordinanza come il suo idolo di gioventù) e a "I Saw Her Standing There" e "Twist and Shout" urlate in extremis da una E Street Band estatica insieme a Paul McCartney, avremmo goduto anche della folk song "Goodnight Irene", rimasta strozzata in un microfono che rimandava la voce di Springsteen – fuori tempo massimo – solo sulle spie del palco e non verso la gente.


Cos'era successo? Semplicemente che mentre McCartney e Springsteen già si preparavano a un terzo pezzo da cantare insieme, qualcuno ha fatto capire a un Boss e a un Baronetto – mica due qualsiasi – che gli toccava "smammare", così l'omaggio a Woody Guthrie, sussurrato a cappella e davvero impercettibile a chi era tra il pubblico, è stato la strana conclusione di una serata già storica che avrebbe potuto annoverare nella tracklist anche – proviamo a buttarla lì – "Come Together" o "All You Need Is Love".


Ma è inutile fare i conti su quel che non è stato. Vale di più la sostanza di ciò che è stato. Con la partenza piano e voce di "Thunder Road" ("questa è come una lettera d'amore che vi porto anni dopo avere aperto così il mio primo concerto londinese, ero quasi un bimbo"), con la presenza di Fogerty (le cui canzoni spinsero Springsteen a ingegnarsi per evitare la chiamata dell'esercito americano ma ancora di più l'hanno reso l'autore di canzoni che è), e con la chiusura affidata, a sorpresa, a Paul McCartney, questa è stata una serata devastante per i sentimenti. A cosa serve rimasticare, a 48 ore di distanza, la questione della spina staccata?

Collego i punti di tutta questa storia e mi pare proprio di ritrovarvi un pezzo significativo e larghissimo della mia vita. Il volo che stava per sfuggirmi nascondeva tutto questo, che ora racconto felice come un bambino di dieci anni.


(le foto di Springsteen e McCartney sono di Giovanni Canitano - all rights reserved - Thanks Giò)

sabato 26 maggio 2012

LA PARTITA DEL CUORE - 23 maggio 2012

Ho visto questo stadio riempirsi di giovani e di striscioni bellissimi, più di quelli del calcio. Ho visto arrivare artisti, calciatori e magistrati coraggiosi. Ho visto una foto di Niccolò Carosio e una di Tanino Troja, non lontane dalla lapide che ricorda 5 operai morti nella (ri)costruzione del Barbera. Ho visto Palermo dire NO, ancora una volta, alla mafia. E 4 milioni di persone a casa, ad affiancare tante buone intenzioni. Mi porto indietro una grande stanchezza e un indelebile ricordo: 5 minuti prima dell'inizio della Partita del Cuore reggo un pallone con la mano sinistra e stringo una piccola mano in quella destra. Insieme percorriamo una metà del campo, poi lascio il piccolo giocatore - che porta il nome di un nonno che non ha conosciuto - a quello che deve fare. E' il calcio di inizio più potente che io abbia mai visto. Ciao Paolo Borsellino, 4 anni.

mercoledì 9 maggio 2012


ROUTE 61 LAVORA PER L'ORCHESTRACCIA E... CROSBY STILLS NASH & YOUNG.... STAY TUNED!!!

In occasione dei quarant'anni dall'uscita del primo disco di David Crosby e Graham Nash (erano gli inizi dell'aprile 1972, ora siamo a maggio), riproponiamo da una pagina di Rockol di fine marzo questo articolo/intervista di Alfredo Marziano sull'etichetta Route 61.
E' un modo per ricordare a chi segue le nostre attività che stiamo lavorando ai prossimi due progetti - il disco di esordio de L'Orchestraccia (gruppo romano che avete visto all'opera nello show di Serena Dandini) e un ampio tributo alla musica di Crosby Stills Nash & Young che vede protagonisti moltissimi songwriters e band della scena americana (ma anche inglesi, irlandesi e australiani). Siamo "piccoli" e i progetti ambiziosi richiedono tempo. Io, Joe, Mauro, Francesco e David ci stiamo lavorando. Get your kick on Route... 61.
E.L.
(grazie a Giampiero Di Carlo, Alfredo Marziano e Gianni Sibilla).

AMERICANI  A ROMA - di Alfredo Marziano (da Rockol del 23/03/2012)

In una immaginaria mappa geomusicale, la Route 61 di Ermanno Labianca non sarebbe localizzata a Roma ma negli States, all'intersezione tra la Route 66 di Bobby Troup e la Highway 61 di Bob Dylan. "Le mie passioni musicali - il rock'n'roll e il cantautorato americano, Dylan e Chuck Berry - stanno lì", conferma il deus ex machina della piccola etichetta capitolina, autore televisivo, giornalista musicale e massima autorità nazionale in materia di Bruce Springsteen (cui ha dedicato una fanzine ai tempi molto nota agli appassionati, Follow That Dream, e numerosi libri).

"Siccome il '61 è anche il mio anno di nascita", spiega Labianca, "per i miei cinquant'anni mi sono voluto regalare una piccola label che assecondasse le mie passioni". I semi risalgono al periodo, a metà tra gli Ottanta e i Novanta, in cui  lavorava per la Sony come promoter: "Sembravamo fatti l'uno per l'altra: in fondo era la casa discografica di Springsteen, di Dylan, di Leonard Cohen, in quegli anni anche di John Mellencamp. E poi di Francesco De Gregori e di Ivano Fossati...Il mio mondo, insomma, le cose che mi piacciono: in seguito mi sono accorto che la musica vista dall'interno di una multinazionale è ben altro, anche perché quelli sono stati gli ultimi anni felici della discografia. Comunque fu lì che, con un'etichetta che si chiamava Totem, produssi il mio primo tributo a Springsteen, 'For you'. Il secondo, una quindicina di anni dopo, ha inaugurato nel 2010 il catalogo della Route 61".

Una piccola etichetta il cui sottotitolo dice tutto: "Americana made in Italy". Ovvero blues, country, jazz, folk, e (soprattutto) canzone d'autore di matrice Usa declinati secondo il gusto e lo stile di artisti (italiani, europei, americani)  in sintonia con quel sentire e modo d'essere. "Oltre che un omaggio a Bruce", conferma Labianca, "quel disco era anche un tributo a una certa scena italiana che si rifà al genere roots e alla musica americana: Brando, Daniele Groff, Andrea Parodi, Cheap Wine, Max Larocca, gli stessi Modena City Ramblers. Siccome il progetto ha funzionato, ho deciso di proseguire. Ho dato una mano a un vecchio amico innamorato della West Coast, Francesco Lucarelli, aiutandolo a completare un disco che si fregia del contributo di musicisti statunitensi e della partecipazione straordinaria di Graham Nash. Poi, con gli amici/soci che nel frattempo mi avevano affiancato, ho cominciato a guardarmi intorno in cerca di artisti interessanti a cui proporre di lavorare insieme. Uno dei primi è stato Daniele Tenca, un bluesman milanese di cui avevo molto apprezzato il disco d'esordio e a cui abbiamo dato un seguito con un album live. Poi sono arrivati i Mardi Gras, band romana con vocalist irlandese che in 'Among the streams' ha ospitato Liam Ó Maonlai degli Hothouse Flowers, e  Donald & Jen MacNeill, padre e figlia scozzesi le cui canzoni rimandano al primo Greenwich Village e al folk di Donovan".
Sempre con Springsteen come faro guida (tre cover nel disco di Tenca, una in quello dei Mardi Gras) e un'attenzione particolare alla musica che scorre al di fuori delle correnti principali (anche se a farla sono musicisti che il mainstream lo hanno frequentato: come  Marco Conidi, di cui Route 61 ha pubblicato un'antologia di demo e outtakes anni '90 intitolata "Cinque anni"). Difficile ritagliarsi uno spazio, nel difficilissimo mercato degli anni Duemila? "Proposte di questo genere hanno un loro pubblico. Ovviamente limitato, di nicchia, ma stimolante. Un pubblico che legge Jam, il Buscadero, in parte anche il Mucchio. Appassionati veri, quelli che non si perdono un concerto dei Los Lobos o qualunque folksinger americano transiti per l'Italia. Noi siamo 'old school', abbiamo un contratto per il digitale con Believe Digital e iTunes ma restiamo affezionati al supporto fisico, alle copertine dei dischi. Stampiamo qualche migliaio di copie ma facciamo un bel prodotto destinato a chi lo sa apprezzare".

Ma intanto è arrivato il momento di quello che Labianca chiama il "terzo step": "L'apertura verso realtà italiane diverse ma pur sempre  in sintonia con i miei gusti. Il primo esempio è l'Orchestraccia, una fantastica banda di cantanti e attori che fa spettacolo e propone musica interessantissima . Cerco di replicare, in piccolo, quello che ho imparato sulla strada lavorando come giornalista e come discografico". In attesa del colpo grosso, un tributo a Crosby, Stills, Nash & Young in coproduzione con l'etichetta svedese Hemifran a cui hanno già aderito nomi "cult" della scena statunitense come Steve Wynn, Elliott Murphy, Willie Nile, Neal Casal, Chris Cacavas, Cindy Lee Berryhill, Michael McDermott, Sid Griffin e Jennifer Stills. "L'abbiamo concepito per rendere omaggio, quarant'anni dopo, a una stagione creativa incredibile. E' un progetto che  cresce di giorno in giorno: sarà un album doppio, lo pubblicheremo anche in vinile e speriamo di farlo uscire nel mese di giugno. Il condizionale è d'obbligo, quando si ha a che fare con 20/25 artisti dall'agenda piena di impegni e  disseminati per il mondo. Per registrare il contributo di Ó Maonlai ci siamo spinti noi a  Dublino, e sono orgoglioso di poter dire che  a fine mese inciderà per noi  Judy Collins, cui Stills dedicò come noto 'Suite: Judy blue eyes'.  Sarà il primo tributo a livello mondiale alla musica di C,S,N & Y. Ancora una volta, e come sempre, abbiamo voluto fare un disco che ci piacerebbe comprare".
 

lunedì 7 maggio 2012

GREAT SONGS FROM 1972 #1



HEART OF GOLD - Neil Young

I want to live,
I want to give
I've been a miner
for a heart of gold.
It's these expressions
I never give
That keep me searching
for a heart of gold
And I'm getting old.
Keeps me searching
for a heart of gold
And I'm getting old.

I've been to Hollywood
I've been to Redwood
I crossed the ocean
for a heart of gold
I've been in my mind,
it's such a fine line
That keeps me searching
for a heart of gold
And I'm getting old.
Keeps me searching
for a heart of gold
And I'm getting old.

Keep me searching
for a heart of gold
You keep me searching
for a heart of gold
And I'm getting old.
I've been a miner
for a heart of gold.


lunedì 23 aprile 2012

AMERICAN DREAM (S) – Miami & The Groovers e Cesare Carugi


Miami & The Groovers pubblicano Good Things.
Cesare Carugi arriva al primo disco con Here's To The Road.

Lorenzo "Miami" Semprini capeggia i suoi Groovers da un bel mucchio di anni e da tre dischi. Insieme, lui e i suoi sono cresciuti attraverso Dirty Roads ('05), Merry Go Round ('08) e un gran numero di concerti. Assetto e stile di vita da bar band, questo è un gruppo di appassionati del r'n'r americano riferibile ai soliti noti del midwest e della costa est d'oltreoceano. Inutile fare nomi o paragoni perchè certe vette sono inarrivabili, soprattutto dal punto di vista dell'interpretazione vocale (qui ancora migliorabile e comunque fa simpatia quel mix tra slang americani e accento romagnolo), ma la strada dei Groovers è fatta di impegno e spunti interessanti.
Perchè certi slanci di questi piccoli eroi del boardwalk riminese "tengono" davvero e a tratti emozionano, come quando la splendida Before Your Eyes va a sondare con una pedal steel anche i suoni della California per trovare una sua nicchia tra Bob Seger, i R.E.M. e i Del Fuegos, o quando il pianoforte di Alessio Raffaelli parte – accade in Walking All Alone e The Last Rock'n'Roll Band (la loro R.O.C.K in the U.S.A.) - in serpentine brucianti che rimandano al lavoro prezioso di Bittan nella E Street Band o di Benmont Tench per gli Heartbreakers. Eccellente è anche il lavoro delle due chitarre principali (Semprini + Beppe Ardito).
Miami & The Groovers si fanno fotografare in capannoni di periferia, come certi loro eroi, appendono a un muro il poster di Audrey Hepburn e le dedicano una canzone. Camminano come se fossero dei Brando. Ragazzi che fuori dalla loro finestra vorrebbero vedere il New Jersey. Che non è granchè attraente ma fa battere i loro cuori.
Tra gli ospiti, Alex Valle (dalla band di De Gregori), Heather Horton al violino, Antonio Gramentieri e Riccardo Maffoni.
http://www.miami-groovers.com/

Dopo l'esordio del 2009 (l'e.p. Open 24 hrs), il livornese Carugi ha continuato a coltivare il suo sogno americano, che qui si realizza con un disco che ha la dignità di opere simili concepite da piccoli e grandi songwriters d'oltreoceano, sempre sospesi tra la muscolarità di un rock alla Springsteen e un tratto sonoro più lieve che possiede la fragranza del folk e del country. Here's To The Road sorprende per la maturità della scrittura, che ricorda ma mai ricalca quella dei modelli ai quali questo ragazzo si ispira. Canzoni in un inglese ben scritto e cantato, arrangiamenti anche sofisticati che poggiano molto sulle chitarre acustiche ma che sanno trovare anche, come nella bella Dakota Lights & The Man Who Shot John Lennon, il respiro interessante di certe ballate al pianoforte che i grandi autori U.S.A. spesso si concedono. Il brano in questione è impreziosito dalla voce di Michael McDermott, da Chicago, cantautore molto amato da chi mastica la scena della costa est. Il disco ospita anche, in 32 Springs, il bresciano Riccardo Maffoni, stesse influenze di Carugi ma un percorso che finora, dal Festival di Sanremo al Premio Tenco, l'ha visto cantare prevalentemente in italiano (ma occhio al suo e.p.1977) e i bravi Max Larocca (Cumberland) e Daniele Tenca (lap steel in Every Rain Comes To Wash It All Clean).
www.cesarecarugi.com

C'è una piccola scena di innamorati dell'America dalle nostre parti, si sarà capito. E sono tutti bravi e appassionati. Iniziate da Semprini e Carugi, ne inconterete altri.

domenica 22 aprile 2012

ADDIO LEVON HELM, BENTORNATI COUNTING CROWS

Si viene e si va di umana commedia
che c'è chi la spiega e c'è chi vive e va
si viene e si va comunque
fischiando cantando - (Ligabue)


La morte di Levon Helm - batterista, cantante, mandolinista della Band, uomo che conosceva i mille rivoli dell'American Music, attore - lascia un vuoto enorme. Aveva una tra le più belle voci di tutti i tempi. E poi suonava dietro ai tamburi e ai piatti con tutta l'anima, basta rivedere come teneva il tempo in Mystery Train nel film The Last Waltz diretto da Martin Scorsese. Era quello che ha rimesso e tenuto insieme il gruppo oltre ogni difficoltà, morte o abbandono. Resta ormai così poco di quella meravigliosa storia che è stata la storia di The Band. Quasi nulla. Robbie Robertson, l'autore principale, è sembrato negli ultimi vent'anni molto distante da quanto aveva fatto come leader del gruppo. Richard Manuel morto sucida nel 1986, Richard Danko ucciso dalle droghe e dal suo cuore nel 1999. Garth Hudson aveva lo scorso anno messo insieme una celebrazione tutta canadese del suono del gruppo ma non è figura più defilata, benchè sempre presente nelle attività post-Robertson, compresi i tre dischi pubblicati negli anni Novanta.

Resta poco di The Band ed è così triste perchè quella formazione, con le sue voci, tutte incredibilmente belle, è stata una colonna della musica americana. Quei ragazzi canadesi erano stati – col nome The Hawks - la prima band di Bob Dylan e con lui erano tornati negli anni Settanta per farsi ricordare e riascoltare oggi da quell'inossidabile live che è Before The Flood (vedi foto, da quel tour, con Dylan e Helm che giocano a ping pong). Senza parlare di tutti quei recuperi di cose registrate e rimaste lì che si intitola The Basement Tapes. I ragazzi hanno pubblicato album meravigliosi e scritto canzoni che resteranno eterne: It Makes No Difference, The Weight, Ophelia, Twilight. Quante.


Ricorderò per sempre una sera di quasi vent'anni fa allo Stone Pony di Asbury Park: la mattina avevo comprato a New York la biografia della Band – This Wheel's On Fire - scritta da Helm, così gliela porsi per fargliela autografare, sognavo di incontrarlo da quando avevo acquistato il triplo album The Last Waltz che ero ancora minorenne. Lui e Rick Danko stavano salendo sul tour bus dopo lo show, sudati e felici. Con loro entrava anche Warren Zevon, che aveva aperto la serata. Mi misi a parlare e mi dimenticai anche di chiedergli la firma. Che importava? Avrò sentito le loro canzoni, della Band e di Zevon – Un On Cripple Creek, Acadian Driftwood, The Shape I'm In, The Night They Drove Old Dixie Down, e Mohammed's Radio, Excitable Boy, Werevolwes of London, e altre - un milione di volte.


Mi bastava aver fatto qualche foto durante lo show (una, che ritrae Zevon sul palco con Rick Danko mi è particolarmente cara - ed è qui sopra).
Helm, Danko, Zevon: se ne sono andati tutti e tre. Tre grandissimi artisti.
Ho trovato queste bellissime parole del chitarrista Larry Campbell, collaboratore e grande amico di Helm. E le incollo qui. Tutto vero. Tutto giusto. Se non conoscete la musica di questi artisti cercatela.

“The one guy who can do any form of honest American music with authority. He can do Southern gospel like he grew up in a chuch, blues like he was born on the Delta, rock 'n' roll like he was there at the beginning. He's the Delta of American music".

I Counting Crows sono la nuova Band, si è sempre detto. Nel senso che stavano prendendo il posto che nei Settanta era stato del gruppo composto da Robertson, Helm, Danko, Manuel e Hudson. The Band/Counting Crows: stesso calore, stessa espressività, stessa abilità nel coprire ogni zona del rettangolo di gioco della musica americana. Formazioni "a tutto campo" così ne nascono una ogni cinquant'anni. E' un segno del destino che io mi sia trovato a scrivere del nuovo album dei Counting Crows per un nuovo mensile (lascio l'annuncio ufficiale all'editore) sull'onda della scomparsa del grande Levon Helm, proprio il giorno della brutta notizia, proprio nelle ore in cui tutti venivano a sapere della fine di quell'uomo sensibile e forte che ha tenuto in vita il mito The Band anche se da anni c'era un tumore alla gola a fiaccarlo.


Salutiamo il nuovo album (tutte cover tranne Four White Stallions) dei Counting Crows – Underwater Sunshine (lo pubblica Cooking Vynil/Edel) - in cui il gruppo di Adam Duritz canta Dylan (You Ain't Goin' Nowhere, e la coincidenza è bellissima), i Faces (britannici molto americani) e Gram Parsons (Return Of The Grievous Angel, con un mandolino alla Levon Helm). Se i capolavori di questa formazione restano l'esordio August & Everything After e Hard Candy, questo è un disco assai opportuno che esce nel mese in cui si mette la parola fine alla lunga storia di gruppo di Robertson e compagni.

domenica 23 ottobre 2011

MARCO SIMONCELLI 1987-2011


Un mese fa, esatto, il 23 settembre, ero con Marco Simoncelli al Quirinale. Era a due sedie da Federica Pellegrini. Miti giovani del nostro sport. Giorni prima avevo pensato a lui, campione amato dai giovanissimi, un po' rockstar un po' cartone animato, convinto che con i suoi ventiquattro anni così poco allineati e i suoi riccioli sarebbe piaciuto a duemila studenti seduti in platea. Lui aveva accettato di partecipare alla trasmissione "Tutti a scuola", a casa del Presidente. Lei era li, rispettosa ed emozionata, altro che l'insensibile che qualcuno ha dipinto dopo il suo no (un "no" tecnico, motivato) a portare la bandiera italiana all'opening delle prossime olimpiadi. Se la burocrazia non ci avesse bloccati, Marco avrebbe anche cavalcato la moto dei corazzieri per entrare nel cortile d'onore. Vestito di tutto punto ma indossando il suo casco, quel casco che oggi è volato via insieme alla sua giovane vita. Per me è una domenica di grande tristezza.
Addio James Dean su due ruote.
"Too fast to live, too young to die, bye bye".

venerdì 21 ottobre 2011

BRUCETELLERS - Un libro di emozioni e solidarietà nel segno di Bruce Springsteen. Una serata per ricordare, aiutare, cantare. Pistoia, 22 ottobre.


Hanno amato e amano Bruce Springsteen visceralmente, hanno scritto di lui, parlato di lui, sognato di incontrarlo, e alla fine, ognuno con il suo ruolo, le sue aspirazioni, il suo momento, la sua opportunità, lo hanno avvicinato, dando forma a quel sogno. Chi da sotto a un palco, a goderne semplicemente le gesta di fratello maggiore e fortunato che può cantare per gli altri, chi nella hall di un albergo prima o dopo un concerto, chi in un camerino, in un backstage o per strada, in cerca di un approccio discreto perchè l'uomo lo merita. Sono giornalisti, scrittori, musicisti, disegnatori, fotografi, liutai, grafologi, collezionisti, professionisti della musica e semplici fan, uomini e donne che vivono una passione matura, non offuscata da slanci isterici nè da feticismo, ma cullata nella consapevolezza di avere indirizzato in modo corretto le proprie attenzioni, senza lasciarsi stravolgere la vita bensì adattandola alle circostanze e all'esempio che Springsteen offre costantemente con le sue opere e i suoi gesti.

Ecco allora tutti pronti a raccogliere i propri pensieri in Brucetellers (240 pagine, Edizioni Nuove Esperienze, disponibile da domani, 22 ottobre), a rovistare nell'armadio dei ricordi, a recuperare cose dette agli amici o scritte già su qualche libro, opinioni pubbliche e private, frammenti di vita che non si possono dimenticare - no, mai – per restituire in qualche modo il bene che si è ricevuto, per disobbligarsi nei confronti di quel gigante di umanità che tanta bellezza ha contribuito a crearla e per non lasciare sotto silenzio la storia piccola ma non meno importante di chi quella bellezza ha potuto assaporala per poco tempo, ma ne è stato e ne rimmarrà parte.

Questo esercito di innamorati pazzi della musica e della vita ha risposto alla chiamata per accendere una luce davanti al viso di Giacomo Melani – uno di loro, uno di noi – che a 30 anni o poco più ha lasciato la transenna sotto al palco, le corse per il posto migliore, l'emozione da cogliere in un nuovo disco, ha lasciato gli amici, i bambini a cui insegnare il basket, ha lasciato quella palla rossiccia così americana, americana come le canzoni che gli scaldavano il cuore ogni giorno della sua vita. Ha lasciato la vita perchè era scritto così ma la vita non ha lasciato lui.
Questa la storia dietro a un volume che parla di tutti, anche di Giacomo, un libro di frammenti e storie dalla punteggiatura varia, dove non serve mettere in fila i nomi in ordine alfabetico o secondo notorietà, dove la visione è una sola, e dove le parole sono state stese e spese per riscaldare ancora una volta il motore e tenere tutti compatti in attesa di un nuovo Springsteen, ma soprattutto per dare un piccolo aiuto all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze (Giacomo era del pistoiese, in quelle zone un tragico incidente stradale lo ha strappato nel 2010 al bello che Brucetellers ha l'ambizione di raccontare).

Le firme sono tante, tutti – recitano le note di presentazione di Brucetellers - "hanno accettato di prestare gratuitamente la loro opera abbracciando lo spirito benefico e il comune senso di appartenenza a quella patria trasversale di seguaci del Jersey Devil, artista sensibile e altruista".
Dopo le parole scritte, domani sera, 22 ottobre, al Piccolo Teatro Bolognini di Pistoia sarà tempo per un abbraccio e per le canzoni che hanno nutrito tutti. Alcuni saluteranno da lontano ma vicini con il pensiero, altri leggeranno, qualcuno suonerà. Per non dimenticare nessuno – Giacomo, Danny, Clarence e tanti altri – per alzare un bicchiere "for the comrade we've lost", per ripetersi che quel sogno – ogni sogno – va inseguito, ovunque possa portarti.
E per convincersi, con un sorriso, che alla fine non è importante quanto vivi ma come vivi.


Per info sui contenuti del libro e sulla serata
http://brucetellers.wordpress.com/

giovedì 13 ottobre 2011

ROUTE 61 MUSIC - le pubblicazioni di ottobre/novembre 2011: Daniele Tenca, Donald & Jen MacNeill with Lowlands, Mardi Gras, Marco Conidi. All aboard!


For You 2, l'omaggio "roots" a Bruce Springsteen pubblicato il 7 settembre del 2010, ha fatto da apripista. E' poi subito arrivato l'esordio di Francesco Lucarelli, ospite Graham Nash.
In questi giorni, mentre leggete, stanno arrivando sul mercato (fisico e digitale, controllate I-Tunes)altri tre prodotti e tre artisti: un bluesman italiano, Daniele Tenca, che canta di classe operaia come fosse B.B.King dopo due ascolti di Born To Run; il folksinger scozzese Donald MacNeill che insieme alla figlia Jen e ai nostri Lowlands ha registrato un disco di una bellezza e di una semplicità stordenti, che ribaltano il nostro calendario, come se fossimo in giro per il Greenwich Village negli anni Sessanta indossando un I-Pod; infine i Mardi Gras, muscoli italiani e voce irlandese, il cui esordio ospita l'Hothouse Flowers Liam O'Maonlai e canzoni sorprendentemente mature, frutto di un lavoro di anni sull'asse Roma-Dublino.

Ma "Americana Made in Italy", questo il nostro timbro (che evidentemente ha confini larghi e larghe vedute, in segno di un amore incrollabile per la musica contaminata), sta per viaggiare anche sulle strade del songwriting italiano in aria di chitarre americane. A fine ottobre arrivano anche Marco Conidi e "Cinque anni", un disco che intende fare un passo in avanti guardandosi indietro, one step up two steps back. Canzoni piene di voglia di andare avanti, ancora, senza dimenticare quel che è stato. Una sopresa assoluta per i tanti fan del cantautore romano, che cantò Springsteen e i Soul Asylum ma che ha anche un ampio e bellissimo repertorio originale di canzoni per gente "ai margini", anche lui attratto da quella darkness on the edge of town che è linfa per molti autori.

In catalogo anche il primo For You (1995) e gli album di Joe Slomp pieni di cover in chiave west coast, soul e jazz.

Route 61, un'etichetta che è anche un sito, oltre a dischi proporrà libri, gli arretrati di Follow That Dream e molto altro.

All aboard, se avete benzina. La Route 61 è aperta!


www.route61music.com

sabato 2 aprile 2011

JESSE MALIN - Profumo di Bowery - St.Marks Social in Italia fino al 9 aprile


Jesse Malin sta attraversando l'Italia, con la forza dei suoi 43 anni, troppi per quello che gli vediamo fare sul palco. Diciamo che la sua età è ferma a 34, gli inverni che aveva accumulato nei giorni in cui registrava il suo primo disco da solista, "The fine art of self distruction" (uscito nel 2003). A 34 anni Dylan pubblicava "Blood on the tracks", Springsteen si era da poco messo alle spalle "Nebraska", Neil Young scriveva "Rust never sleeps", Tom Petty portava in giro le canzoni rabbiose di "Long after dark" e John Mellencamp, che l'Italia vedrà finalmente presto (a luglio), faceva girare sui nostri piatti "Scarecrow".
Jesse Malin è tosto, intenso, clamorosamente convincente come quei cinque campioni nei loro giorni migliori.
Lo è perchè è energico, credibile, pienamente nei suoi panni come se stesse ancora promuovendo il primo disco, e invece se ne contano 7/8 tra full album e qualche mini. In meno di dieci anni, da quando ha messo a riposare i D-Generation, cellula quasi punk fuorisucita dalle strade intorno alla Bowery di New York (ma da quella band è tornato con lui l'eccellente chitarrista Ted Hutt), Malin non ha spostato di un millimetro la sua direzione e la velocità di crociera è quella di allora, se non superiore. Sentiamo che non diventerà una big star come quelle citate sopra, suoi mentori e in qualche caso amici (Bruce lo avveva affiancato in "Broken Radio" qualche anno fa), ma è confortante sapere che c'è ed è così, perchè concerti come il suo sono merce rara.


Ho pensato tutte queste cose ieri sera, al Big Mama di Roma (prima di sette tappe italiane), mentre quelle pareti registravano un numero di decibel al quale non sono abituate, e il pubblico si coccolava quell'ometto nervoso e romantico che si porta addosso, indelebile, l'anima della sua città e il tanto rock che questa ha prodotto, soprattutto a cavallo tra la metà degli anni Settanta e quella del decennio successivo, dieci lunghe stagioni in cui Manhattan aveva i più bei club (Ritz, Bottom Line, Lone Star Cafè - tutti spariti) e i più bei negozi di dischi del mondo.

Jesse sa, sente - stretto nella sua giacca nera e nella sua t-shirt della Motor City - di essere a suo modo un sopravvissuto, la corteccia caduta di una quercia che non esiste più, polverizzata dall'11 settembre, dalla recessione di qualche anno dopo e dalla galoppante fantasia di chi un passo dopo l'altro sta ammazzando della musica tutti i supporti fisici. Non arriva a caso l'invito a frequentare i pochi negozi indipendenti di dischi rimasti nel Greenwich Village (e nei Village di altri angoli di mondo), perchè "lì si compra musica che non pensereste di comprare - dice Malin - la si scopre, la si annusa, si conoscono persone, con cui poi può anche capitare di farci l'amore, capito?, tutto quello che non accade davanti al computer e a un negozio virtuale". Parole dal palco che suonano uguali a quelle scritte dentro "On Your Sleeve", l'album di cover del 2008, che "non mi ha fatto guadagnare nulla perchè – come dice il mio manager – se non scrivi le tue canzoni, la busta con l'assegno che arriva agli autori ogni tre mesi è leggera, maledettamente leggera", ma che "mi ha fatto ricevere in segreteria le chiamate più inaspettate, dai miei amici della high school che ora vivono chissà dove, e da qualche vecchia fiamma, perchè ho cantato le 'loro' canzoni, quelle che avevano comprato in quel genere di negozi, con tutto quel che ne conseguiva quando ci entravano".


Nel suo primo show italiano di questo "tour de italia", Malin non ha dimenticato le cover dei brani che lo hanno formato (stre-pi-to-sa la conclusiva "Instant Karma", del primo Lennon post Beatles) ma ha soprattutto rovesciato con una buona dose di violenza sul pubblico le canzoni dei suoi dischi, da "Wendy" a "Hotel Columbia", da "Cigarettes & violets" alle ultime - racchiuse in "Love it to life" - come "Burning the Bowery", "All the way from Moscow" e "Disco Ghetto".


Band perfettamente calata nel suono i St.Marks Social, e dall'abbigliamento giusto (un possibile ponte tra i Knack, i Cars e i Bad Brains). Chitarre Gibson pompate a dovere dai Marshall, sprazzi di new wave e docili ballate col pianoforte, una stella al centro del palco che vorresti portartela a casa tanto è brava a farti riassaporare una pietanza che pare sparita. E' una bella fortuna avere l'occhio per accorgersi che qualcosa di forte sta tornando a succedere, e non rimanere a casa a recriminare. Un vecchio-nuovo vento spira grazie a giovanotti che da ogni latitudine (Malin - la stella - poi i Gaslight Anthem, gli Hold Steady, Mumford & Sons, i Decemberist, e ci metto anche gli inglesi Beady Eye di Liam Gallagher) ci stanno portando un nuovo grunge, che col grunge poco ha a che fare ma che parla la stessa lingua, ha la stessa indomabile forza rigenerante.
Io mi sono sentito un trentaquattrenne di fronte alle canzoni e al sudore di Jesse Malin, e non c'è denaro che possa comprare questa sensazione.

Se siete a un tiro di schioppo da Dozza, vicino Bologna, catapultatevi immediatamente al Teatro Comunale. Per tutti gli altri, sempre che il messaggio sia giunto chiaro e abbia fatto centro, restano 5 date, che non sono poche, fino al 9 aprile: Casalgrande, Cantù, Trieste, Valgardena, Chiari.

Rocking the Bowery. Si, si può anche qui. Basta esserci. Perchè le emozioni raccolte di persona restano più di un volonteroso racconto.


Grazie a Filippo De Orchi per le foto.