domenica 23 dicembre 2007

DUE AMERICANI A PARIGI - il tour di Bruce Springsteen a Bercy, 17 dicembre 2007


Years ago, when the '80s were about to fade and Bruce Springsteen had put his recording career and the beloved E Street Band on hiatus, yours truly and Elliott Murphy sat on a evening train heading north, with Rome a couple of hours behind us. I had asked him to produce some young rockers from Modena, just a few miles from where Luciano Pavarotti used to live. "They sound like Tom Waits, and Bruce. I dig that. I gotta give it a try," he had written back weeks earlier.

Trying to stay awake to avoid missing our stop, we came once again to our favorite subject: Bruce Springsteen. "He's so good, since the days when we were young kids, sharing the same dreams," he said, sipping a strong Italian espresso.

"What do you think makes him so good?" I asked.

"He's so good at being himself. That's a quality that makes you last forever," he replied, before adding, "but the hardest part of this business it's not just being good, it's about being good and being able to last".

Quality, integrity, the ability to endure. I think I always admired Bruce Springsteen for the same reasons Elliott Murphy does. And when something you believed in for more than half of your life starts becoming unsteady, and you find yourself a man who "doubts what he's sure of," it's like losing your way home. Not that Bruce Springsteen suddenly lost what made him better than anybody else in the rock 'n' roll business, but recently, for some reason, I felt that some of that magic was gone. Maybe you shouldn't see your favorite artist performing more than 150 times. Maybe you should live every show like it's going to be your last. But how can you convince yourself that he's not touring so extensively -- and ending tours in football stadiums -- just for the money? How can you get rid of that prejudice?


Just go to one of his shows. It's as simple as that. His eyes don't lie. He's enjoying every second he's on stage so much, he still makes you want to tell everybody else what they've been missing if they've never experienced an E Street Band show.

In Paris, I was thinking all of this, and enjoying immensely the best "Jungleland" I've heard in years (Clarence, you've gotta be kidding, you were pre-recorded for this one, right?) when Elliott Murphy hit that stage and joined his old pal for "Dancing in the Dark." All of a sudden, those words of Elliott's resonated in my ears: "it's about being good and be able to last".


The Omnisports Palace in Bercy got one of those nights when you'd like to go home, take a little nap, and start again in search of that beauty and that endurance. It's not about the set list (yes, yes, it was basically the same as a few previous shows) -- I mean it's not about what he plays: it's how he plays it. Bruce Springsteen was so focused, so strong and happy, he blew the roof off. Great help came from a very tight E Street Band that's getting better and better through this second leg.

It was obviously good to hear "Long Walk Home" with both Nils Lofgren and Steve Van Zandt adding their vocal skills, and it was so refreshing to find "The River" and its melody so intact. A powerful rendition of "Night" proved once again why Born To Run is such a classic album. But it's the approach that should scare any other performer in the universe.

Except Elliott Murphy, who seems to have learned a lot about standing the test of time.

di Ermanno Labianca, tratto da www.brucespringsteen.net

venerdì 14 dicembre 2007

CANZONE PER TE - Appunti di musica leggera: 1957-2007 - Ermanno Labianca con Sergio Bardotti (prefazione di Fiorella Mannoia)


Irene Grandi dice che “canta le canzoni antiche” perché di belle come quelle di Bruno Martino e Mina in giro non ce ne sono. Fiorella Mannoia nella sua nuova raccolta di successi ha voluto reinterpretare Sergio Endrigo (“Io che amo solo te “) e Francesco Guccini (“Dio è morto”). Vasco Rossi ha riportato in classifica “La compagnia” di Lucio Battisti, del quale ora spuntano due inediti. Le canzoni degli anni Sessanta e qualche scampolo dei Settanta sono serviti mesi fa a Claudio Baglioni per mettere in cantiere un intero disco. Giovani e meno giovani di casa nostra si aggrappano ancora a quelle suggestioni, e non è un caso se nel recente album omaggio a Sergio Endrigo le canzoni del grande autore istriano siano finite nelle corde di Simone Cristicchi e Morgan, due tra i migliori talenti “freschi” della nostra canzone d’autore.


C’è un altro Sergio, che di cognome faceva Bardotti, che diventa destinatario di un omaggio di commovente bellezza. Glielo offre Ermanno Labianca, con un bellissimo libro-intervista che nel tracciare 50 anni di vita professionale del paroliere di Pavia, scomparso l’aprile scorso, finisce col sorvolare mezzo secolo di canzoni italiane. Canzoni che oggi vengono spesso fatte a brandelli dalla tv, sezionate, editate, trattate come stacchetti o eterni, immobili, revival. Quelle canzoni – molte delle quali firmate proprio da Bardotti: “Occhi di ragazza”, “Piazza grande”, “Canzone per te”, “La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”, “ Ed io tra di voi”, “La casa”, “Se perdo te” – hanno una storia. Ma anche i loro interpreti hanno una storia. Quell’epoca – tutta - è una bella storia da preservare e portare con noi in questi giorni difficili per chi vive di dischi. Labianca e Bardotti condividevano l’attività di autori televisivi ma soprattutto un amore per la musica e per il dettaglio che questo prezioso libro lascia esplodere in otto capitoli che esplorano il rapporto forte tra Italia e Brasile (Ornella Vanoni, Vinicius De Moraes, Chico Buarque De Hollanda), ed anche gli anni in cui Luigi Tenco frequentava il Piper, e quelli in cui a Lucio Battisti nemmeno 29 settembre, fresca di registrazione, strappava un sorriso pieno. E ancora, tra queste pagine, meravigliosi indizi sull’ascesa di Lucio Dalla e su quella notte in cui Fabrizio De Andrè e i New Trolls bevvero da non reggersi in piedi. Tutte storie dei miti della nostra musica che “Canzone per te” (il titolo arriva dal brano con cui Endrigo e Roberto Carlos, con Bardotti, vinsero il Festival di Sanremo 1968) mette sotto chiave ad uso delle prossime generazioni.
Di Fiorella Mannoia la preziosa e commossa prefazione di questo libro che è una generosissima cesta piena di aneddoti.

dal Radiocorriere TV n.50 del 12 dicembre 2007

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La prefazione di Fiorella Mannoia a "Canzone per te", di Ermanno Labianca con Sergio Bardotti

Faccio fatica a ricordare quella canzone di oltre trent’anni fa di cui Sergio Bardotti scrisse il testo. Io stavo cercando una mia strada nella musica leggera italiana, lui era già quello di “Piazza Grande” e “Canzone per te”. Il 45 giri, “Piccolo”, non portò gloria a me, e nulla aggiunse a lui. Ma si inizia per arrivare da qualche parte: io non rinnego nulla e credo neanche lui. Il mio percorso è fatto di canzoni sparse, scelte con cura, quella cura che ripongono in esse gli autori. Ho sempre cercato di farle mie solo quando le sentivo mie. Mi sono sentita un po’ autrice, senza esserlo quasi mai. Per questo, dicono, ho un rapporto speciale con chi le canzoni le scrive.
Anche se non è mai più capitato che Sergio prendesse un foglio per riempirlo delle parole che io avrei cantato, la sua e la mia strada non sono poi state così divergenti in tutti questi anni. Non è stato il mondo della televisione, che lui ha frequentato molto e io molto poco, a favorire la convergenza ma il Brasile. Lui ha portato tanto Brasile in Italia quando io il Brasile lo sognavo e basta. Poi ho iniziato a maneggiare il rosario delle canzoni più belle che quella terra ci ha dato e non mi sono fermata più. Prima Chico Buarque, che per Sergio Bardotti è stato un fratello minore, poi Caetano Veloso e altri mi hanno accompagnata in una ricerca appassionata che mi ha condotto fino alla realizzazione di un intero album rivolto a quella terra magica, a quel popolo che sopporta con orgoglio differenze brutali che spezzano il cuore.


Ora penso a te, Sergio, e riascolto quei dischi che hai prodotto per fare comprendere anche a noi cosa avevi scoperto laggiù, tanto tempo fa. Convinta che la morte ti abbia trattato con un sorriso, come tu hai sempre trattato la vita, rileggo, e canto, un testo di Vinicius De Moraes da te tradotto. Dice “è un telegramma, viene senza avviso e ti cattura, ma tu passa per la morte senza paura”.
E’ andata così, ne sono certa.

giovedì 29 novembre 2007

TAKE A HOLIDAY IN SPAIN - Bruce Springsteen a Madrid/Bilbao, 26 e 27 novembre 2007




In early September 1982, more than 25 years ago, I was walking the streets of Madrid listening to a cassette tape that had some very good music and more than a little hiss. It was a pre-release of Nebraska that a friend gave me on that holiday in Spain. When the album came out, some weeks later, surprisingly some of the hiss was still there on the vinyl, but I didn't care. It was part of the deal. Those songs sounded so rough and brilliant - and they still do.

Back then, I had the feeling my favorite artist was speaking to me and a few others. Could I imagine that, after those folky songs that followed The River, Bruce Springsteen was going to become everybody's artist? No. Born in the U.S.A. proved that I lacked some imagination. And I still do, when it comes to predicting what Springsteen's next move is going to be.

Now that he is everybody's artist, I don't give a damn that he is still a hard ticket. I travelled back to Spain to see the first two nights of this European leg, and I found what I was hoping for when sitting in La Plaza del Sol a quarter of a century ago, with my headphones blasting "Reason to Believe." I had dreamed of how that spare, bluesy rock'n'roll would sound if played with the magnificent E Street Band. As we all left the El Palacio De Deportes after the opening night of this 2007 European tour, my ears still resonated from what - once again - I was not so brave to predict. The new, roaring version of "Reason to Believe" at least doubled the pleasure I had when San Diego rockers Beat Farmers covered the tune in 1985. This E Street Band treatment shows how powerful Bruce and his mates can be when they challenge themselves to jump the fence and leave some of their cliches behind. That's when they turn from great to extraordinary.

What I now hope is that the challenge continues through what is shaping up to be a long tour, as it returns to the U.S. and comes back here for the summertime.

In 1984-85, Springsteen had a strong album to tour behind, but he still expanded his already brilliant catalogue to extremes that made you think he never stopped writing, thinking, considering or reconsidering his work. Newly written songs like "Sugarland" and "Man at the Top" came. "Shut Out the Light" was not forgotten, as many B-sides tend to be. "Atlantic City," in its live incarnation, became so wild and powerful, I imagined Bruce listening to a lot of U2 and Big Country before hitting the road. To many of us, all of that made Springsteen an artist you wanted to go see perform night after night after night.

Now, in 2007, nine songs out of 12 from Magic are in the set, yet I don't have a feeling they strongly mark the tour. How can that be possible? Are they weak songs? Not at all. "Radio Nowhere" is a powerful opener, and "Long Walk Home" (which shines even more with Steven's vocals) is a magnificent example of how Bruce is probably the only artist of his generation still capable of matching today his finest writing of yesterday. "Girls in Their Summer Clothes" is the perfect pop song you'd might not expect at this point in Bruce's career, but there it is: brilliant, lovable, simply beautiful. So what's the problem?

I thought about it, and the answer (at least to me) lies in what surrounds those new ones in the set. So many of the other songs -- other than "Reason to Believe," of course -- make me feel it's 1999 or 2002 again. "Tunnel of Love," which in Madrid sounded so good and was linked thematically to "I'll Work For Your Love," is a good example of how an old and (recently) rarely played song can pop up and benefit the show much better than others.

Bilbao was a hell of a show. But I also can't help feeling that this tour has an incredible potential hidden somewhere. A smarter rotation of the songs, some sacrifice (ironically, I think dropping a couple of Magic songs might benefit the rest, allowing people to better focus on the new tracks), a couple of covers (think back to 1988 - how great were Tunnel of Love songs in the context of the live show, surrounded by great cover choices?) and a new, more adventurous approach to old classics would make our minds blow.

Or, as the Counting Crows sing in "Holiday in Spain" (a song I think would not exist without Bruce Springsteen), should I "flush my worries down the drain"?

dal sito Sony/Columbia www.brucespringsteen.net

lunedì 5 novembre 2007

EAGLES - LONG ROAD OUT OF EDEN: ancora tra Inferno e Paradiso, ventotto anni dopo


“This could be heaven or this could be hell”.

Ve la ricordate Hotel California, la Stairway To Heaven americana, quella con uno tra i migliori assolo di chitarra che il rock abbia mai offerto?
Se ve la ricordate – ma di dubbi ne ho proprio pochi: chi non conosce Hotel California? – conoscete la tensione e l'incertezza che si respiravano tra le mura di una tra le più fantasticate dimore cantate dal country-rock, e non solo. Ci avevano provato i Flying Burrito Brothers di Gram Parsons col loro Gilded Palace Of Sin a evocare quel clima torrido, da girone dantesco, che doveva aleggiare tra i santi e i peccatori di quella California tutta chitarre acustiche e armonie vocali. Però gli Eagles sono gli Eagles, croce e delizia di quella terra di musicanti, indiscutibilmente i più grandi. Sono loro – nessuno dei componenti nato da quelle parti, ma cosa conta la carta d’identità? - ad aver raccolto l’eredità dei Byrds e di Flying Burrito Brothers, che della band di Roger McGuinn erano stati una costola. E allora si prende la lente d’ingrandimento.

Le enormi qualità di ogni prodotto finora marchiato con quel nome a sei lettere, il fatto che la band sia il terzo anello di quella dorata catena di canzoni e sentimenti “made in L.A.” (con Bernie Leadon, transitato dai Flying Burrito alle Aquile, a portare il testimone nel 1971 come Chris Hillman aveva fatto, tra Byrds e Burritos, qualche anno prima), ma anche le interessanti carriere soliste seguite al dopo The Long Run: tutto ha lasciato che i riflettori fossero puntati sulla vicenda così a lungo. Perchè da 28 anni, proprio da quel disco del 1979 a cui aveva fatto seguito solo un live di addio, si attendeva un nuovo album di quella che ora più che mai è la band di Don Henley e Glenn Frey, che hanno fatto nel frattempo fuori anche Don Felder (con loro dal 1976 e poi rientrato per la reunion anni Novanta) e al loro fianco tengono un posto ai soli Timothy B.Schmit e Joe Walsh, che si spartiscono le briciole (vabbè, chiamiamole briciole!).

Proprio da questa autoritaria divisione della posta nascono un po’ dei problemi che gli Eagles mostrano nel loro ritorno. E’ la doppia monarchia attuata dei due autori più dotati del gruppo a fare il bello e il cattivo tempo in Long Road Out Of Eden, un disco che è azzardato definire brutto o deludente, ma che solo con una certa difficoltà si può definire pienamente convincente.
Il faticoso atterraggio è un disco da tre stelle che con qualche attenzione e più di una limitazione avrebbe potuto portarsi a casa una pagella più onorevole e adeguata a tanto pedigree.


Questo pensiero anima la sintetica recensione a mia firma che apparirà sul numero di dicembre di Rolling Stone, testata che, nella sua edizione originale, salutò gli Eagles del 1979 con una copertina che per un po’ sarebbe stata l’ultimo grande urlo mediatico del gruppo. Perché a The Long Run seguì un tour, poi tanto silenzio.

Da allora ad oggi sono piovute sul mercato molte raccolte che hanno continuato a vendere moltissimo (Their Greatest Hits 1971-1975, prima della serie, resta con 29 milioni di copie l’album più venduto di tutti i tempi), un buon numero di album per carriere soliste a luce alterna e pochissimi inediti a punteggiare i reunion tour che mai facevano seguito ad un nuovo disco in studio.
Detto e confermato: pochissimi. Quattro in Hell Freezes Over, il live (e speciale televisivo sul canale VH-1) con cui la band si ripresentò nel 1994. Poi Hole In The Wall nove anni dopo. Poi ancora, nel 2005, No More Cloudy Days, che vivacizzava il repertorio, già sentito, del dvd Farewell I: Live From Melbourne. Se proprio vogliamo guardare il pelo, l’edizione dello stesso dvd venduta dalla catena Wallmart durante il Thanksgiving 2006 garantiva agli acquirenti altre due canzoni (Fast Company e Do Something replicate nel doppio appena uscito). Tutto compreso fanno otto canzoni nuove in ventotto anni, in media una ogni tre anni e mezzo. Numeri in grado di sfinire anche i fan meglio disposti.



Ma ora ci siamo. Long Road Out Of Eden è nelle mani di tutti, esposto al piacere di chi vuole far finta che siano tutte luci sulla collina di Hollywood ed anche alle invettive di chi “ma insomma, è proprio il meglio che avevate?” e “proprio necessari tanti pezzi?”.
Il sottoscritto, pur trovando motivi di soddisfazione tra queste venti tracce (la ventunesima, Hole In The Wall, è nell’edizione giapponese), si colloca nella seconda categoria.

Molti i perchè. Vediamone alcuni.

- Don Henley e Glenn Frey, coppia d’oro, sorta di Lennon e McCartney della west coast, gente con all’attivo titoli meravigliosi (bastano The Best Of My Love, One Of These Nights, Wasted Time, The Long Run e Tequila Sunrise, o ne volete altri?), compongono insieme solo quattro pezzi. Più due nei quali dividono il credito ora con il bassista Timothy B. Schmit, ora con il chitarrista aggiunto Steuart Smith (visto anche nei concerti italiani del 2001 e 2006, è quello che ha preso il posto di Don Felder).

- Come giustificare la contemporanea presenza di How Long, un pezzo del 1972 scritto e allora inciso da John David Souther, e Fast Company? Il primo riecheggia più Already Gone che Take It Easy ma sono dettagli: la pasta è Eagles ai primi passi, quel country-rock che ha fatto decollare la band, allora organico a quattro con Bernie Leadon che ricamava anche di banjo e mandolino. La seconda ha quel livido passo da Eagles epoca The Long Run, disco in cui uno scivolone come The Disco Strangler veniva coperto da ben altre meraviglie e da una compattezza d’album che qui manca del tutto. I due pezzi, forse il migliore ed il peggiore tra i venti proposti, sembrano i punti più distanti della produzione della band: gli antipodi che non dovrebbero guardarsi nemmeno da lontano e che invece sistemati qui sembrano le cifre stilistiche più distanti tra le molte offerte negli anni dalla formazione californiana.

- Walsh e Schmit hanno talento ma restano dei comprimari. In The Long Run portavano sulle spalle rispettivamente In The City (gigantesca, anche in una scena de I guerrieri della note) e I Can’t Tell You Why, falsetto alla Bee Gees più che Poco ma decisamente classica bella categoria “ballads” e in più impreziosita da un assolo di chitarra non epico come quello di Hotel California ma ugualmente lodevolissimo. I due sarebbero capaci di altro, perché con James Gang e Poco qualche bella medaglia se la sono appiccicata sulle giacchette, ma la sensazione è che l’ombra dei due padroni del negozio non gli faccia bene. Quando Walsh gigioneggia in Last Good Time In Town sembra di ascoltare certo rock pastrocchiato di spezie caraibiche e cucinato col suo amico Joe Vitale. Non solo, il brano è a tratti una strana brutta copia di Do It Again degli Steely Dan.
Quando poi Schmit spreme la tonsilla per What Do I Do With My Heart, più che al county rock al cui il giovanotto ha regalato piccoli capolavori come What Ever Happened To Your Smile, Magnolia e Keep On Tryin’ viene da pensare agli irritanti Chicago di Hard To Say I’m Sorry.
Non è finita: la piccola bottega degli orrori ha lo scaffale mezzo pieno.
Detto di Fast Company, basta girarsi in direzione della canzone che dà il titolo all’album per arricciare ancora il naso. Di solito le title-track portano la bandiera: qui sono invece oltre dieci minuti che è come stare seduti in un teatro a vedere Notre Dame De Paris. Pretenziosa, con un intro che non sai se hai davanti una nave che salpa o un mercato mediorientale, The Long Road non finisce mai. Anzi, raccoglie, in questo generosa, vizi e virtù di Henley. Il suo songwriting elegante, quel denunciare minaccioso, parole di guerra in Iraq sputate da un militare che gira tra la sabbia facendosi giuste domande (qualcuna ricorda Devils & Dust di Springsteen) potevano farne un capolavoro, ma qui c’è troppo. Quando hai voglia che sia finita, la canzone riparte. C’è aria di concept album quando, subito dopo, spunta la melodia di I Dream There Was No War, un po’ Dan Fogelberg un po’ lo spot del Mulino Bianco, ma lo strumentale di Frey ha di buono che sta dentro ai due minuti e non ti pare vero che liberi Somebody, un rockenrollino pensato con Jack Tempchin (quello di Peaceful Easy Feelin’) per farci riprendere aria. Niente di trascendentale, fa però l'effetto di una limonata in un campo di guerra, e in fondo si gode, anche grazie alla slide di Walsh.

Saremmo infidi se indugiassimo sul mezzo disco che non va (che poi, visto che parliamo di un doppio, il disco che non va è in realtà un disco tutto intero, diciamo una decina di pezzi da rimandare a settembre). Allora, calcolatrice alla mano, i dieci brani su cui ritornare quando ci mancherà un nuovo album degli Eagles raccolgono due stelle. Quattro potremmo darne alle altre dieci composizioni, quelle che ci avrebbero regalato un degno e ispirato seguito a The Long Run. La media fa tre. Ecco, il problema: tre stelle agli Eagles che tornano in forza dopo quasi trent’anni sono un dolore al cuore, un dolore che non passa nemmeno dopo che hai fatto la tua bella compilation salvando il salvabile e arricchendo il tutto con Hole In The Wall e magari Part Of You, Part Of Me, che nel 1991, per Thelma & Louise, Frey compose pensando di essere ancora accoccolato nel lettone buono di Albergo California. Infidi, dicevamo. E allora ecco una giusta pioggia di complimenti, per finire in bellezza e andarcene con la coscienza a posto, “chè a questi ragazzi in fondo ci vogliamo bene”.



Le stelline che più brillano sono quelle che rischiarano il cielo un po’ cupo che sovrasta il deserto di copertina. Tra quelle sagome che dall’interno ci guardano - nient’altro che Henley, Frey, Walsh e Schmit impernacchiati di nero e un po’ invecchiati – è rimasto del talento, eccome se è rimasto. Lo scopriamo felici quando apriamo le porte delle stanze meglio arredate di un appartamento inutilmente ampio, dove fatichi un po’ a trovare l’angolo preferito nel quale leggere un libro e aspettare che venga notte.
Ma quando il sopralluogo è ultimato, sono una decina – e bastano – gli ambienti in cui muoversi a completo agio.

Vai con i titoli, con dieci perché e un solo dubbio.

- HOW LONG (perché se non l’avete già sentita sul primo album di J.D.Souther nel 1972 è ora che vi svegliate)
- BUSY BEING FABULOUS (perché quando friggono quei dolcetti di lieve rhythm’n’blues sti mascalzoni sono sempre i più bravi, e questo – cantato da Henley - va giù come One Of These Nights e certo pop soul saltato in padella da Frey)
- NO MORE CLOUDY DAYS (perché anche se le spazzole che accarezzano i piatti e il sax di Greg Smith sono rubacchiati da Secret Garden di Springsteen qui c’è da mettere il culo su quel deserto e non rialzarsi più, anche perché si prevede una giornata di sole)
- DO SOMETHING (perché il capellone Schmit si riscatta e canta che è un piacere una canzoncina da mettere a loop, con quella chitarra acustica, quella pedal steel e quel falsetto)
- SOMEBODY (perché questa canzone sembrerà banalotta e già sentita, e suona come uno scarto di Frey/Tempchin da Miami Vice, ma mettetela tra le altre e... cavoli se cammina!)
- FRAIL GRASP ON THE BIG PICTURE (perchè una zampata rock-blues a questo disco fa bene, e poi perchè nessuno lo dice ma quando c’è da graffiare il governo americano gli Eagles sono sempre in prima linea con testi di grande qualità)
- YOU ARE NOT ALONE (perché ogni volta che una canzone canta “manda un arrivederci al dolore e al dispiacere” ci sentiamo meno soli, e se è Frey a confezionarla con tre accordi e tre strumenti ti spunta il sorriso - questa l’avrebbe potuta scrivere Bob Seger)
- GUILTY OF THE CRIME (perché senza un pezzo cantato da quel matto di Joe Walsh questo non sarebbe un disco degli Eagles)
- I DREAM THERE WAS NO WAR (perché con quel titolo sa di cose scritte tanto tempo fa e l’unica cosa che non va è che purtroppo è così attuale)
- I LOVE TO WATCH A WOMAN DANCE (perché è un bel modo per scoprire un autore bravissimo, Larry John McNally, che aveva già dato Nobody’s Girl per Bonnie Raitt e, più recentemente, For My Wedding a Don Henley)




Il dubbio:
Tra queste dieci canzoni avrei trovato un posto anche a It's Your World Now se solo Glenn Frey non avesse abbellito troppo la sua Tequila Sunrise anni Duemila. Il passo tex-mex è lo stesso con cui ha affrontato, fuori da casa Eagles, alcune pagine belle dei suoi dischi solisti. Il chitarrone da East L.A. suona felice, la fisarmonica asseconda una melodia che sa di Roy Orbison (Running Scared), ma trombe degne di un gruppazzo mariachi rovinano la festa involgarendo un pezzo che chiedeva un accompagnamento più sobrio. E alla fine, altro che Big O, qui sembra di sentire O Sole Mio. Scegliete voi, dopo averla ascoltata, se usarla per chiudere l’album che anche voi avrete ricompilato o rispedirla tassata al mittente.

Giuro che se questi mi fanno aspettare altri ventotto anni per un nuovo album e mi costringono ad altre acrobazie per spremere venti canzoni e farne un dischetto singolo con cui campare tranquillo gli tolgo la bussola, le chitarre e le carte di credito.
Poi voglio vedere nel deserto che fanno.

ps) Glenn, Don, Tim, Joe: the best of my love.

sabato 3 novembre 2007

KEVIN ROWLAND E I CORRIDORI DI MEZZANOTTE: meraviglie che ritornano


Per la serie “meraviglie tirate a lucido e ingrassate a dovere”, salutiamo Too-Rye-Ay (1982), il più bel disco di Kevin Rowland e dei suoi boys - lui e loro noti come Dexys Midnight Runners - rimasterizzato (ma era già accaduto una decina di anni fa, con 8 bonus tracks) e oggi in versione “estesa”. Ma facciamo ordine, ad uso dei reduci da questa bellissima avventura iniziata nei primi Ottanta, quando questa combriccola messa su a Birmingham da un irlandese (l’eccentrico Kevin) arrivò a conquistare l’America con un impasto di soul, beat inglese e musica celtica che per gli ingredienti farebbe pensare a Van Morrison, ma che la voce alta e bizzarra del capetto portava altrove, in un luogo poco definibile. Certo, dal cowboy di Belfast un pezzo l’avevano preso in prestito (è qui: Jackie Wilson Said) ma molti trucchetti e pazzie erano farina del loro sacco. Celtic soul brothers li chiamarono dall’altra parte dell’Oceano, e facevano bene.


Arrivarono alti in classifica con Come On Eileen, da questo loro secondo album, poi evaporarono lentamente, andando ad ingrossare le fila di quella squadra di cui nessuno chiede una maglia, gli “one hit wonders”, quelli da “un successo e via”. Too-Rye-Ay ha tutto per essere raccomandato a chi di Kevin Rowlands non ha mai sentito nulla: è caldo, frizzante, ballabile, figlio degli spavaldi anni Ottanta ma radicato nei più timidi anni venuti prima. A ripensarci oggi, le orme di questi tipetti che amavano tante musiche, e tutte belle, le avevano ricalcate in chiusura di decennio gli Hothouse Flowers, anche loro tramontati pian piano dopo averci lasciato un album folgorante (People, 1988). Una maledizione il successo, per entrambe le formazioni. Talento volato via.
Stavamo mettendo ordine: allora, c’è qui, in questa edizione de-luxe”, tutto l’album più una manciata di outtakes e pezzi dal vivo (il cd1) e un generoso gruppo di registrazioni live (cd2) risalenti a quei giorni “caldi” (1982), in cui tutto appariva possibile. Sono proprio le BBC sessions ritrovate a mettere malinconia, perché tra hit originali e classici del soul (Respect di Aretha Franklin) tornano a vibrare le corde di quel gioioso rhythm’n’blues fabbricato nella vecchia Europa ma con il cuore tra Memphis e la California.
Rowland, che pure ha abbozzato un duplice rientro solista (1988, 1999), non ha mai più volato così in alto. Anzi, si è smarrito così tanto da pubblicare un disco di cover, My Beauty, così imbarazzante e mal concepito che a leggere i nomi degli autori (Lennon/McCartney, Bacharach, gli Squeeze) si prova solo dispiacere.
E.L - da Rolling Stone #49, novembre 2007

Leggi il blog di Kevin Rowland su Van Morrison
http://blog.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&friendID=135573349&blogID=230445318

giovedì 4 ottobre 2007

BEYONCE’, MALESIA E CARNE TRITATA: storia di sogni e censure



La notizia battuta un paio di giorni fa dalle agenzie era chiara: “Beyoncè vietata ai giovani della Malesia a causa dei suoi abiti di scena succinti”. Niente concerto a Kuala Lumpur, si torna a casa. Con i musulmani non si scherza. Ma io ho fatto un sogno che nessuno può censurare. La scorsa notte ho sognato Beyoncè. Non credo si tratti di un sogno molto originale. La signorina texana dalla pelle color ebano muove il culo – e che culo - da anni su tutti i canali musicali. Qualcun’altro ci sarà pur cascato, in quel tipo di sogno. La sognavo che cantava - che avevate pensato?! - perché abbiamo tutti un cuore rock’n’roll ma che bello viaggiare anche nel pop e nel soul, vecchio e nuovo. Cantava bene, e si muoveva benissimo, ma quel che mi ha scosso, e svegliato, è stato il forte odore di patatine fritte che il sogno emanava. Quell’odore mi ha consentito un tuffo, anzi due, forse tre, nella mia memoria, bizzarro hard disk pieno di informazioni che ha aggrovigliato anche pomeriggi, sere e notti da discografico, sui luminosi carri di piccole e grandi star.

Tuffo numero 1, seconda metà degli anni Novanta: la piscina, si fa per dire, è alla periferia di Bologna.

Nel minivan diretto verso un hotel con poche stelle stiamo tutti un po’ stretti: io, le Destiny’s Child e i nostri diversi destini. Unico bianco della compagnia (a parte l’autista), mi sento come sulla 125ma ad Harlem, quando lasci la fermata del subway per incamminarti verso l’Apollo Theatre. Sui passaporti di quasi tutti gli occupanti c’è scritto, alla voce last name, Knowles. Michael è il manager, quello che comanda una banda di minorenni che sognano di fare un giorno le star. Due delle ragazze sono figlie sue. Una, Beyoncè, canta, l’altra è quasi in viaggio premio perché è qui accreditata come hair stylist, parrucchiera di artiste che di fatto si pettinano ancora da sole.



Le Destiny’s Child che scendono dal van e fanno il check in con curiosità pensando di essere nel centro del mondo (macchè, siamo ai bordi di un’anonima tangenziale) sono ancora quattro. E’ la prima formazione, che vedrà sopravvivere soltanto Kelly (Rowlands) e, appunto, Beyoncè. Quella a tre, dei dischi d’oro e dei mille riconoscimenti, è ancora molto in là da venire.
Tre camere bastano ad ospitare la piccola comitiva. Le ragazze le mettono subito sottosopra, aprendo valigioni carichi di vestiti, troppi e inutili per la ridottissima attività promozionale che l’Italia può al momento offrire al gruppo. Hanno un forte accento del sud, e quando si dimenticano di aver ringraziato Dio una decina di volte nei due album finora pubblicati, sparano un bel po’ di parolacce prendendosela con la piastra alliscia capelli che fa le bizze.
Eccole finalmente pronte. Nessuna intervista stampa, e anche le radio ci hanno snobbato. Porte aperte invece da Red Ronnie, in quel Roxy Bar televisivo che senza puzza sotto al naso ha ospitato Britney Spears, i Backstreet Boys e altri fenomeni in erba quando altri ancora chiedevano “chi?”.
Partiamo senza sapere che la serata sarà interminabile, perché per registrare un pezzo accappella e un “vivo su base” (gergo televisivo italico per half playback, insomma una specie di karaoke) ci vorranno ore. Beyoncè, Kelly, Le Toya e La Tavia ci mettono del loro, con ritocchi al trucco ed estenuanti prove della voce, al resto provvede un cast di artisti oceanico per una trasmissione di un paio d’ore. Le ragazze, ancora lontane dallo stardom, ingoiano felici la noia per l’attesa e la nebbia che avvolge il capannone prefabbricato in cui stiamo registrando. Siamo per l’esattezza a Funo di Argelato, mica a Hollywood.
Al termine, freddo e parecchia fame. Propongo le tagliatelle al ragù di Rodrigo, downtown Bologna, a due passi da Piazza Maggiore. Un classico. C’è un po’ di strada da fare ma ne vale la pena. Un’alternativa più avventurosa è la grassa provincia modenese: un’ora di macchina a sud e si incontrano, magnificati da qualsiasi rockstar del pianeta, tigelle, gnocco fritto, culatello, aceto balsamico e Lambrusco, il rosso più amabile della zona. Macchè: le ragazze obbligano a un dietro front in albergo, su loro richiesta mi tocca spedire l’autista a cercare il più vicino McDonald’s. Tornerà carico di meraviglie e il disordine delle tre camere da letto si trasformerà in un inferno fatto di cheesburger, maionese, milk shake, patate fritte. E di rosso soltanto il ketchup.


Tuffo numero 2, all’alba degli anni Duemila: l’inverno è quello, più sorridente, della Riviera Ligure.

Solo il meraviglioso circo della musica può trasformare in soli quattro anni un gruppetto di fanciulle poco scolarizzate e caciarone in un trio di superstar conosciute in tutto il mondo. Nonchè miliardarie. Tant’è che di minivan questa volta ne occorrono sette, e neanche tanto mini, perché le ragazze hanno un codazzo di trenta persone tra familiari (presenti a vario titolo), assistenti personali, professionisti dell’immagine (dal trucco alle coreografie) e ballerini. Volo privato su Nizza, albergo a Monte Carlo, poi ci aspetta il palco del Teatro Ariston a Sanremo. La ribalta è quella del Festival della Canzone Italiana, di cui le ragazze poco sanno, ma sgranano gli occhi quando avverto che “ci sono stati anche Stevie Wonder, Paul McCartney e Madonna” e che “vi vedrà tutta l’Europa”.
Muovere una tale carovana di anime all’interno degli stretti corridoi dell’Ariston e in camerini grandi come la cucina di casa nostra non è facile, ma quel che conta è “il passaggio” (gergo discografico per indicare l’esibizione televisiva). E il “passaggio”, provato e riprovato nel pomeriggio su quel palco che mette paura ancora oggi perfino ad Al Bano, va alla grande. Anche perché Survivor, strombazzata da tutte le MTV del pianeta, è un canzone-hit di quelle colossali anche se non brilla per eleganza né per originalità.
Beyoncè e le altre vengono naturalmente prese d’assalto da tutti quei mezzi di comunicazione che quattro anni prima avevano risposto “Destiny chi?”. Faccio buon viso a cattivo gioco quando davanti alle telecamere del Tg1 una delle tre, interrogata sulle bellezze dell’Italia, risponde “Oh, Nizza is sooo beauuutiful!!!”. Poi, quando si spegne l’ultimo microfono, bodyguard e autisti vari spianano la strada ad una meritatissima abbuffata, spesso il traguardo più ambito da popstar e rockstar che trafficano le nostre strade. Per l’occasione è stata requisita una buona metà del ristorante più chiacchierato di Sanremo, quello che ha il pesce più buono, i prezzi più alti e naturalmente il maggior numero di paparazzi appostati davanti all’ingresso. L’irreparabile accade quando i sette minivan neri (praticamente un funerale) transitano davanti all’unico McDonald della città. “Stop, in the name of love”, avrebbe cantato Diana Ross con le Supremes. Un semplice ma efficace “Stooop” giunge invece dalla poderosa ugola di Beyoncè, che decreta la fine del sogno di molti. Niente pesce, nessun relax di fronte a calici di costosissimo vino bianco. Il sogno, a quanto pare ricorrente, delle Destiny’s Child è quel panino rotondo pieno di carne tritata. L’unico che ha lo stesso sapore se lo mangi a Philadelphia o a Istanbul.
Si torna rapidi nei camerini dell’Ariston perché è impensabile che tre giovani e celebratissime ragazze di colore con vertiginose minigonne di scena possano consumare, inosservate, un hamburger nella piazza principale di Sanremo, a Festival in corso (tanto per dare l’idea della fama da vip che si scatena da quelle parti in quella circostanza, basta dire che la cosa è impossibile anche se ti chiami Mino Reitano). A nessuno importa, ovviamente, della penale che la casa discografica pagherà per la sala inutilizzata: quel che conta è che i panini e quella “valanga di patatine fritte” (“tons of french fries, pleeease”, urla, modulando soul, una delle tre) arrivino su “presto e ben caldi”.
Di Sanremo, città che ha ospitato rockstar milionarie e reali d’ogni provenienza, le ragazze non ricorderanno che un retropalco angusto e un’insegna luminosa che non smette mai di far brillare i loro occhi.



Tuffo numero 3, l’ultimo - New York / Milano 2007

Beyoncè è da tempo su tutti i muri d’America. In ogni radio, solista con Crazy In Love, in trio con Destiny Fulfilled, di nuovo solista con Deja Vu. E su qualsiasi schermo televisivo si posi il tuo sguardo. Papà Michael Knowles ha lavorato bene in tutti questi anni. Naturalmente il cinquanta per cento dei magazine femminili – da Vogue a Ebony – ritrae la ragazza sorridente. Spesso di schiena, perché ormai è guerra, a colpi bassi, tra lei e il sedere assicurato di JLo. Capelli lisci o afro, dipende dal target della pubblicazione.
Se mi incontrasse oggi forse non mi riconoscerebbe, ma io riconosco lei. Che mi guarda da uno spot tv. Vorrei parlarle, farle i complimenti per l’irresistibile ascesa, dirle che ha convinto tutti, anche quelli del “Destiny chi?”. Che a piccoli passi si arriva lontano. Che ho appena mangiato un cheersburger a Times Square e “diavolo quanto è buona ‘sta roba che puzza d’America”. Che la gara con la Lopez è proprio un bel vedere. Ma lei non può vedere me.
La incontro di nuovo, in carne – che carne - ed ossa, nel backstage del suo concerto milanese di Assago (storia lunga: ho accompagnato una nipotina e la sua amichetta, che stravedono per lei). Le ricordo fugacemente di Bologna, tanti anni prima, lei fa “yeah, sure”, con cortesia e un bellissimo sorriso, quello che le fa pubblicizzare anche jeans e cosmetici.
E’ lo stesso che sfoderava in quello spot, pagato profumatamente dai signori della grande M gialla, quella dei panini. Per farle dire di quella carne tritata ciò che lei ha sempre pensato e detto gratis.

A ognuno il suo destino.

mercoledì 3 ottobre 2007

ROCK'N'ROLL HIGH SCHOOL FOREVER: pagine sui Ramones e storie di Punk quotidiano



El purtava i scarp de tennis, cantava in milanese nemmeno troppo stretto Enzo Jannacci. Di stretto aveva le spalle il ragazzino di cui cantava Francesco De Gregori, il Nino della Leva Calcistica della classe '68, quello con le scarpette di gomma dura. Scarpe sportive della musica leggera italiana. E all’estero? All’estero insieme alla gomma hanno inventato il rock’n’roll, e lì – vedi America – se dici rock’n’roll dici Converse, le scarpe con la stella, le scarpe delle All Stars, modello Chuck Taylor. Quelle che portava anche Marlon Brando sotto ai jeans con l’orlo rimboccato, quelle che penzolavano dalla chitarra di Bruce Springsteen in qualche manifesto dell’epoca di Born to Run: 1975, le Converse facevano furore. Soprattutto quelle dei Ramones.


Chiudi gli occhi e li vedi tutti e quattro – Joey, Johnny, Dee Dee e Tommy (ma ci fu anche Marky, entrato e uscito, poi rientrato, in sostituzione di quest'ultimo) – appoggiati a un muro di mattoni, con quelle scarpe ai piedi, le gambe magrissime (soprattutto Joey, lo spilungone del gruppo, voce inconfondibile) e i jeans sfilacciati. A turno, le portavano bianche, nere o blu. Ogni tanto spuntava una maglietta con su scritto “move or die”. Erano questi i Ramones, rock’n’roll all’insegna del movimento, a partire dalle scarpe, che a seconda del mood potevano anche essere le Keds, anch’esse americane.
Sono stati gli ultimi (o quasi) a farsi produrre da quel capellone matto di Phil Spector che adesso sverna in galera, furono i primi (o quasi) ad accorgersi che infilare un po’ di incazzatura in quattro accordi di rock’n’roll poteva portare all’invenzione del punk. Non che Eddie Cochran e Gene Vincent, solo due tra i tanti punti di riferimento dei quattro ragazzi di New York, non ne avessero avuta, di incazzatura, ai loro tempi, ma i Ramones e altri compagni di punk della seconda metà degli anni Settanta (anche e soprattutto quelli britannici, naturalmente) ci mettevano una forza di gola che nemmeno Elvis aveva. Ugole alla carta vetrata, quelle dei ragazzi - tutti - della leva rockistica del ’77 e dintorni, annate da bere tutte d’un fiato.

Era uscita tempo fa, per i tipi di Baldini e Castoldi, Please Kill Me, preziosa ricostruzione di quegli anni offertaci da Legs McNeil e Gillian McCain. Sottitolo - sempliciotto ma efficace – “il punk nelle parole dei suoi protagonisti”. In copertina, a torso nudo (naturalmente), Iggy Pop: in una mano una birra, l’altra affaccendata a rovistare tra i seni di Debbie Harry dei Blondie. Lei, meno fascinosa che in certe copertine del gruppo, protendeva la lingua a cercare i capezzoli di lui. Anche questo è stato il punk: "rottura", anche attraverso l’immagine e le immagini, con ciò che avevamo visto, e sentito, prima.
Alla fine del libro, interessantissimo e completo, c’è un capitoletto, un’appendice molto sbracata, giustamente intitolata “altre testimonianze di depravazione”. Richard Hell dei Television passa in rassegna le sue prime scopate (la primissima, a quindici anni, con la cameriera diciottenne di un Jerry’s Drive In di chissà dove); Iggy Pop ricorda quando le ragazzine lo fermavano per strada chiedendogli di poter verificare se le sue cicatrici erano vere (“i punti di sutura erano diventati di moda, mi facevano delle cuciture enormi e nere, con tutti i fili che spuntavano”); Scott Asheton, batterista degli Stooges, ripensa a quando Iggy si faceva a casa sua di acidi e Qualuude. Tra tante memorie, trascurabilissime per molti, preziose per chi quegli anni e quella musica li ricorda bene, anche quella dell’artista Duncan Hannah, che a metà anni '70 era fresco di Parsons School of Design (la più "in" di New York) e amico un po’ di tutti. Hannah ricorda il suo amico Eric Lee, dei misconosciuti Marbles, sorvolando sul fatto che fu lui a fare il primo provino a Patti Smith, ma indugia su altri particolari di margine (“nell’estate del 1975 a New York c’erano 40 gradi, bevevamo Duncan Scotch da 4 dollari e 50 al litro, era pessimo, la sbronza la saltavi a piè pari, appena bevuto avevi già i postumi”); poi dice ancora di Lee, e ricorda di quando il suo amico, omofonico ma disoccupato, scoprì che all’angolo tra la Cinquantatreesima e la Terza, a New York, era un via vai di prostututi, e finendo col fare i pompini in macchina per guadagnare molto di più di quello che la musica riusciva a dargli.
53rd & 3rd, dal primo album dei Ramones (1976), parlava di quell’angolo di strada dell’East Side, storie di droga pesante e sesso (“ero un berretto verde in Vietnam, ora ho altro di cui preoccuparmi / prendo il rasoio e faccio ciò che Dio proibisce”), dove un reduce di guerra si rade per bene e finisce sul marciapiede. Si possono scoprire anche testi di questo tipo tra la convulsa e breve elettricità di una canzone punk.

Ramones: la biografia ufficiale, messa insieme da Jim Bessman nel 1993 e tradotta prima dell'estate da Arcana per il nostro mercato, scava in profondità nello stesso solco tracciato da Please Kill Me, e sceglie - incastrata tra l'ottima prefazione e l'utile appendice di Federico Guglielmi (che ricostruisce gli anni 1993-2007) - di dirla tutta sulla vicenda dei quattro ragazzi partiti dalla Bowery, la strada dei poveracci, per conquistare il mondo con ruvide canzoni da due minuti e mezzo. Contavano quattro con la stessa foga con cui Ringo dava il tempo agli altri Beatles per I Saw Her Standing There, si facevano ritrarre davanti all’ingresso a quattro colonne della Casa Bianca in posa nient’affatto orgogliosa. Quel numero, il quattro, era una costante. Un discografico per denigrare la band sbuffò: “tre accordi, quattro giacche di pelle”, come a dire che in quegli anni di gruppi numerosi e di rock un po’ ampolloso per i Ramones non c’era posto.
Il posto se lo trovarono, e con loro tanti altri: si chiamava CBGB’s, angusto locale rock con affaccio proprio sulla Bowery, e lì la discografia americana pescò eccome. Mentre a Londra covava il fuoco del Punk, a New York si preparavano contratti per Blondie, Patti Smith, Talking Heads. E Ramones, naturalmente, che esordirono nel 1976 con il singolo Blitzkrieg Bop, centotrentaquattro secondi che oggi – a più di trent’anni di distanza – si ancorano saldi ad un onorevole 94mo posto tra le “500 più grandi canzoni di tutti i tempi” elette da Rolling Stone. Mica male per un gruppo con pochi numeri!

L’America si concesse col tempo, in Inghilterra capirono subito. Il New Musical Express scrisse “Il mondo ha bisogno del minimalismo dei Ramones. Ha bisogno di una band che ha distillato tutti gli orientamenti morali, politici e sociali nella frase ‘Gabba Gabba Hey’. E ne ha bisogno ora”. I Ramones sono stati i Beach Boys degli anni Settanta (sentire I Wanna Be Your Boyfriend) e non hanno smesso di esserlo anche dopo, quando sono riusciti ad attraversare con la stessa freschezza gli anni della Disco, dell’elettro-pop, del grunge e di mille scoperte di quella discografia che li avrebbe lasciati a marcire tra i rifiuti. Erano partiti da Forest Hills, un sobborgo del Queens che ospita anche lo Shea Stadium dove suonarono i Beatles, avevano iniziato anche grazie ad una batteria vinta con i bollini premio del supermercato King Korn. Tutto ciò a cui ambivano era provare a suonare come facevano Lennon e McCartney, Gary Lewis and the Playboys e gli Who. Tecnicamente, a quelle formazioni i Ramones si avvicinarono solamente, ma in quanto a furore le surclassarono, e considerando la veemenza degli show di Daltrey e compagni la cosa non è di poca rilevanza.

Questo e molto altro si trova nella dettagliatissima biografia di una band molto amata che non c’è più, e che ha salutato definitivamente tre dei suoi quattro membri fondatori. Degli originali, in questo mondo è rimasto solo Tommy, a rigirarsi tra le dita tanto passato senza il quale non avremmo oggi mille gruppi, Green Day in testa. Il carrozzone del disco che traballa sempre di più ringrazia, consapevole che nessuno scriverà più una Sheena Is A Punk Rocker.

sabato 29 settembre 2007

DO YOU BELIEVE IN MAGIC? - Amore e Guerra nel cilindro di Bruce Springsteen



Ieri - 28 settembre - si sono presentati sul mercato due album: il nuovo dei Babyshambles di quel matto di Pete Doherty e il quindicesimo (in studio) di quel vecchio saggio di Bruce Springsteen.
Tra vent’anni la coincidenza verrà ricordata solo se nel frattempo l’inglese sarà diventato un artista rispettabile o se l’album del Boss avrà superato le copie vendute da Born In The U.S.A.
Ho seri dubbi che entrambe le cose possano accadere.
Sulle reali possibilità che il ragazzetto di Hexham possa rinsavire lascio azzuffarsi i suoi fan e i suoi biografi, sulle capacità di penetrazione del mercato di Magic si è già espresso Jon Landau.
Il manager di Springsteen, ovvero l’uomo che lasciò un giorno il suo desk da giornalista per diventare impresario e produttore di artisti rock, lo conoscono anche a Katmandu per aver centrato nel 1974 la previsione che il suo più importante assistito sarebbe diventato “il futuro del rock’n’roll”. Oggi corre seriamente il rischio che da Tucumcari all’isola di Capo Verde possa girar voce che non ne azzecchi più una.
Perché nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione di Magic si è lasciato sfuggire, forse preso dalla stessa foga con cui ogni venditore lucida il pelo della propria bestia, che Springsteen aveva realizzato un album “ben suonato, molto leggero, immensamente godibile e nient’affatto politico”.
Non lo ha detto all’orecchio del suo gommista ma a un giornalista, che ha prontamente pubblicato. Per questo va preso sul serio. Così torniamo dubbiosi, perché prima di tutto un vero album di rock’n’roll raramente è “ben suonato” (e se lo è non si dice, perché usa nel pop, e sta bene per Gaucho degli Steely Dan, non per Exile On Main St. dei Rolling Stones). Poi, a costo – se smentiti - di ripartire dal via nel Monopoli del Rock, azzardiamo che queste canzoni non sono leggere (nient’affatto), che l’immensa godibilità (nel senso di spensieratezza) è semmai prerogativa delle carezze doo-wop dei Crests (Sixteen Candles, presente American Graffiti?) o delle canzoni pubblicate dai Beatles prima di Revolver. In ultimo, una certezza da non trascurare: le intenzioni e i testi di questo Springsteen sono politici, come sempre.

Chiedere a Pete Seeger, a Steve Earle, a Billy Bragg se con la condanna, l’indignazione, la collera poi si vendono i dischi in quantità tali da poter accedere al podio della Top Ten. Ascoltando le canzoni di Magic viene il sospetto che il sottotitolo che Landau ha voluto dare all’album – “allegro e disimpegnato” – nasconda in realtà la volontà di non inibirsi del tutto quella fetta di pubblico che ai tempi del Vote For Change, quando Springsteen prese posizione spalleggiando il candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry, gridava al suo idolo con la chitarra Fender al collo di “chiudere il becco e continuare a cantare” (ovvero l’inelegante “shut up and sing” che non si dice a nessuno, tanto meno a un Boss di cuore e di pensiero). Descrivere queste composizioni per quello che non sono, anche quando, come Livin’ In The Future, si mettono la maschera del pop frizzante che galleggia a metà strada tra la Stax e Hungry Heart, significa far loro un grande torto.
Proprio lì, in quel pezzo che sembra possedere il sacro fuoco del soul che ha messo nella penna di Springsteen le Tenth Avenue Freeze-out e le tante gemme lavorate per Gary U.S. Bonds, non si fatica a trovare parole ruvide e il definitivo tracollo del Sogno Americano, o dell’ennesima versione ricarrozzata di quella vecchia macchina che ogni tanto da quelle parti qualcuno prova a rimettere in moto.








“Un vento malato ha recapitato una lettera / parla di me e di te / come di due estranei / ma prima o poi doveva capitare / e io mi sono fatto cieco e muto / come quando ci baciamo”.
La prima tirata d’orecchie è morbida, scritta per salvare l’orgoglio e i gioielli di famiglia dalle malelingue che avevano velenosamente diffuso voci (smentite) di separazione tra Springsteen e Patti Scialfa. Poi si aprono le finestre di casa, con affaccio su una vita che a molti presenta difficoltà ben superiori, e sono colpi di fucile diretti a una classe politica che sta a guardare. La voce di Bruce sembra far risuonare tutto il malumore di chi ha dovuto accettare che George Bush restasse al suo posto davanti a un Kerry sconfitto (“ho aperto il mio cuore per te / ne ho ricavato solo danno / la mia nave chiamata Libertà si sta allontanando / verso un orizzonte rosso sangue”). E’ leggero e nient’affatto politico un album che piazza lì, funerea, l’immagine di un sorvegliante che “apre i cancelli ai cani inferociti”? E' desolante o no parlare di qualcosa di "virtuoso" (l'espressione “righteous” compare nel disco più volte) che sta “colando a picco”?
A volerle interpretare in un certo modo, le parole di Springsteen suonano proprio come il lamento - più deluso che rabbioso - di un'America che si sente tradita.
Ecco, Livin' In The Future - ognuno la metta come vuole - è una canzone sul tradimento, e ben riflette lo spirito dell'intero album.
La meraviglia in tutto ciò è l'agrodolce del ritornello, che in molti intoneranno “spensierati” (ma in concerto vale tutto: quella è casa delle emozioni, dei pugni in alto, delle corde vocali portate allo sfinimento, guai ad intaccarne la sacralità) ma che in bella sostanza si tuffa nel sarcasmo e ripete “non preoccuparti, dolcezza, mantieni la calma / stiamo vivendo nel futuro / nulla di tutto questo è ancora accaduto”.
Springsteen non è affatto tranquillizzante né musicalmente accondiscendente, qui. Non avrebbe scelto certi scenari e non avrebbe affidato la matematica perfetta della sua E Street Band a quello scienziato pazzo di Brendan O’Brian che quell’aritmetica spesso nega, intubando voci e tastiere, avvolgendo il prezioso sassofono di Clemons attorno alle chitarre come un filo di cachemire attorno a un ferro arrugginito, incastrando talvolta la voce del Capo (accade in You’ll Be Comin’ Down più che altrove) in un groviglio di suoni che richiede al pubblico maturo del classic rock uno sforzo che forse non sa permettersi. Il produttore formatosi con il suono roboante e livido dei Pearl Jam non fa sconti quasi mai, ma è questo a fare di Magic un disco competitivo come mai riescono ad essere, oggi, le opere dei tanti dinosauri del rock che lasceranno la scena solo a sassate.

Se Bruce e i suoi boys, che non lavorano più come la band di un tempo ma fanno tesoro dell’esperienza e dell’abitudine a scaldare le valvole velocemente, avessero replicato le loro trame più abusate chissà le sculacciate dalla critica. Il tempo trascorso insieme nei Southern Tracks Studios di Atlanta è stato poco rispetto alle sgroppate dei tempi di Darkness e The River, quando sei settimane bastavano forse a incaponirsi su take multiple di una stessa canzone e a capire che quel pezzo – parole di Boss – “non era utile al contesto”, così più che proteggere a spada tratta il pedigree la E Street Band si è lasciata guidare da nuovi canoni, non del tutto esplorati ai giorni del più conservatore The Rising. Da questa inedita disponibilità a sacrificare il pregio delle individualità è sgorgato un suono in alcuni episodi molto complesso, quel Wall Of Sound che Bruce cercava in Born To Run e che qui davvero trionfa ed è luminosamente geniale.
Quando parte Girls In Their Summer Clothes, calata in uno scenario che sa di boardwalk e passeggiate ricordando i Drifters, ti aspetti una Lonesome Day, ma il cantato conduce altrove, tra le pieghe (“magiche”, come altro definirle) delle più elaborate evoluzioni di Brian Wilson, con o senza i Beach Boys. Sono archi, campanelli, muri di chitarre e cori celestiali ad ornare questa imprevedibile composizione, che si tuffa negli anni Sessanta, un suono che paga sempre se le corde da toccare sono la rassegnazione e il rimpianto. In questo, Girls è sorella di Long Walk Home per come i protagonisti riavvolgono il nastro della loro memoria. Se in questa Glory Days vent’anni dopo (le “ragazze in abiti estivi passano veloci” hanno la stessa valenza dei “giorni di gloria” che “ti passano sopra la testa alla velocità con cui una ragazzina sbatte le ciglia”) è tenue il rammarico nei confronti di una giovinezza sfuggita inevitabilmente di mano, aspro è il commento dell’uomo che in Long Walk Home (un reduce?) mette in fila tutte le difficoltà di un rientro a casa, in quella small town dove il barbiere di South Street “non lo riconosco più”, il diner dell’angolo è fallito e il campo dei Veterani osserva silenzioso dall’alto della collina. Scene da Born In The U.S.A. e Shut Out The Light, scene da Vietnam, che ritornano ossessive come colpi di mortaio. Su cadaveri e uomini svuotati c’è ora il marchio dell’Iraq, ma la ferita della guerra è la stessa. Il passo qui è dapprima lento, serve a raccogliere il peso del dolore seminato per strada, poi – ed è quello che accade anche in Gypsy Biker (profumo di Lucky Town, tra armoniche e chitarre col vibrato, per la storia di un combattente che non è tornato più) – la band gonfia il petto, e tutto si fa più tumultuoso. Era accaduto in altre war songs del passato (Souls Of The Departed).

Nella canzone che dà il titolo all’album, forse la più enigmatica del lotto, Springsteen compone nella vena di The Ghost Of Tom Joad, infilandosi in quel solco country celtico che lo fa assomigliare al Mark Knopfler solista. Sembra di vedere il cappellaio matto, quello che in un video di Tom Petty (Don’t Come Around Here No More) faceva a fette Alice, torta tutta panna da leccarsi i baffi. Nessun Paese delle Meraviglie qui, qualcuno avvisi Landau e qualche recensore distratto che potrebbe cadere nel tranello: l’illusionista di Magic ci invita ad avvicinarci, propone di far scomparire la moneta che ha in mano, avvisa che potrai pensare a una carta e lui tirerà fuori proprio quella dalla sua manica, ma nel cilindro nero sembra di scorgere dietro al coniglio l’America dei tranelli e dei trucchi che nella vita vera non riescono. E’ un modo nemmeno troppo velato, quello scelto da Springsteen, di comunicare tensione, insoddisfazione, paura. Basta leggere bene e certe frasi – “non fidarti di quello che ascolti, meno ancora di quel che vedi”, oppure “la libertà che hai cercato oscilla come un fantasma tra gli alberi” – passano da parte a parte, lacerano davvero, altro che la spada innocua di un maghetto. Per chi avesse dubbi, o avesse creduto di ascoltare un brano della Electric Light Orchestra, basterà l’ultima scena, con quei campi di battaglia dove portare con sé “solo ciò di cui si ha paura” e dove sotto a un sole che cala lentamente ci sono “corpi che penzolano dagli alberi”.

In un disco che rovista con agile curiosità nel campionario di casa Springsteen non manca l’energia di brani oscuri smarriti ai tempi di The River: The Last To Die ha il passo di Roulette e si chiede di chi sarà “il sangue che ancora scorrerà”, di chi “il prossimo cuore pronto a spezzarsi”, chi sarà il prossimo “a morire per un errore”; Your Own Worst Enemy potrebbe essere una b-song degna di Tracks, avvolgente e cantabile come lo era stata None But The Brave, ma l’orchestrazione da Oscar, l’impasto sapiente delle voci (ancora Beach Boys), il rintocco austero di una campana in lontananza, l’Hammond elegantissimo le conferiscono una classe di categoria superiore. “Il tuo peggior nemico sta arrivando in città” è l’ennesimo confronto tra epoche diverse (“tutto si è capovolto”), ieri e l’oggi che si guardano in cagnesco, la pace e la sicurezza di un tempo a sfidarsi a duello con tutta l’incertezza che regaliamo ai nostri figli insieme al dono della vita. Colpisce l'emissione vocale quasi tenorile adottata per le ultime parole del brano (“la bandiera un tempo restava dritta, puntata verso il cielo”) perchè propone uno Springsteen inedito.

In questo contesto, così vario e in alcuni passaggi addirittura respingente (tanti gli ingredienti, e molto – come sempre – affiora solo dopo tanti ascolti), un pezzo come Radio Nowhere, lanciato come singolo in un sistema discografico in cui il singolo in realtà non si capisce più cosa sia (un pezzo che non viene nemmeno venduto?, un clip che non va in rotazione televisiva?), rischia di apparire un corpo estraneo. Poi anche i suoi cliché (la scrittura prevedibile, le chitarre già sentite) svelano un’attinenza con il resto. L’uomo che con un approccio quasi punk urla “c’è qualcuno ancora vivo lì fuori?” sollecita una reazione, scuote la coscienza di ognuno di noi. E’ la voce di una radio persa nel nulla che ha ancora la forza di indicare cosa è giusto fare e cosa no. E’ il Live Earth personale di un singolo individuo, Bruce Springsteen, che se canta I’ll Work For Your Love, bellissima, riesumando vecchie formule senza cedere troppo alla nostalgia, ti mette i brividi ed è convincente come quando con la Seeger Session Band prese un vecchio blues di Albert Reed (How Can A Poor Man Stand Such Times And Live?) e lo fece diventare una canzone d’amore per New Orleans travolta dall’uragano Katrina.
Di amore si torna a parlare in Devil’s Arcade. E' l’amore di una donna che accoglie il suo eroe – un altro eroe segnato, fiaccato, impaurito e fragile - e lo riporta a una vita normale, fatta di mattine da mettere in fila e colazioni da preparare. Ma lui si addormenta sognando i suoi “compagni” Charlie e Jim, e l’odore di un deserto di guerra non abbandona la sua pelle.

Tanto prodotta e “costruita” è Devil’s Arcade (è lo Springsteen “sperimentale” di Missing e Lift Me Up ad agire da queste parti) quanto scarna e primitiva suona Terry’s Song, traccia nascosta aggiunta sul filo di lana. Springsteen l’ha scritta in estate, la notte dopo la morte del suo vecchio amico e assistente Terry Magovern, una montagna d’uomo che lo ha preceduto ovunque in una vita di concerti da stadio e piccoli club. Voce, pianoforte, una chitarra acustica e poco altro per Terry, uomo di forza e sentimento, un marine, un biker, uno di quelli davvero “ultimi a morire”.
“L’amore è più forte della morte, come le canzoni e le storie da raccontare”, canta Bruce forse con gli occhi ancora arrossati. Verrebbe da chiedergli dove trovi la lucidità, la voglia, il talento per far confluire nell’ultima canzone, coda non prevista di un album da cui appare lontana anni luce, tutto il significato dell’album stesso.
E si potrebbe aggiungere, osando, se davvero pensa che questo suo ennesimo capolavoro di impegno, realismo, integrità e commovente passione, se queste canzoni ancora una volta a misura d’uomo, se tutto questo sia il bagaglio di un artista alle prese con un lavoro “molto leggero e non rivolto alla guerra”.
Ma in fondo è giusto che ognuno di noi - specialmente Landau, il più vicino alla fonte - pensi quello che vuole. L'augurio è che Springsteen non faccia come l’incauto venditore di illusioni, che promette magie e mescola mazzi di carte tutte uguali: potrebbe lasciarsi prendere la mano e farsi scomparire, insinuandoci il dubbio che non sia mai esistito.
Ed è un rischio, quello, che non vorremmo mai correre.

giovedì 27 settembre 2007

LIFELINE: comunicazioni vitali da Ben Harper


Harper pubblica con frequenza e qualità sorprendenti. Gli anni in cui doveva affermarsi avendo in dote le note più urgenti e i temi più freschi da trattare sono passati, il ragazzo avrebbe meritato indulgenza se avesse chiesto di rallentare. Invece si conferma ad ogni uscita come la più brillante certezza di quell’universo che abbraccia il rock più classico e istinti da underground. Rispettato, lucidamente infallibile, impegnato bravo e bello, Harper sembra la rockstar perfetta per i nostri tempi, e forse lo è. La sua migliore qualità risiede nel modo sobrio ed elegante di affrontare lo studio di registrazione. Passata la sbornia di reggae, hip hop, ritmi africani e punte di elettronica, oggi i suoi album hanno il passo di quelle produzioni che non si fanno più, l’avvolgente calore di certi capolavori primitivi. E’ lecito pensare che se gli Stones di Beggar’s Banquet e la Band di Music From Big Pink si fondessero, affidando il microfono a Otis Redding, il primo sussulto sarebbe Fool For A Lonesome Train. E anche quando si spalancano le porte di Need You Tonight e Heart Of Matters la sensazione è di trovarsi al Monterey Pop Festival anziché al Bonnaroo.
Lifeline, nato a Parigi, è un raduno di emozioni che arrivano da lontano ma parlano il linguaggio indignato dal mondo di oggi.
E.L - da Rolling Stone # 47, settembre 2007