domenica 23 ottobre 2011

MARCO SIMONCELLI 1987-2011


Un mese fa, esatto, il 23 settembre, ero con Marco Simoncelli al Quirinale. Era a due sedie da Federica Pellegrini. Miti giovani del nostro sport. Giorni prima avevo pensato a lui, campione amato dai giovanissimi, un po' rockstar un po' cartone animato, convinto che con i suoi ventiquattro anni così poco allineati e i suoi riccioli sarebbe piaciuto a duemila studenti seduti in platea. Lui aveva accettato di partecipare alla trasmissione "Tutti a scuola", a casa del Presidente. Lei era li, rispettosa ed emozionata, altro che l'insensibile che qualcuno ha dipinto dopo il suo no (un "no" tecnico, motivato) a portare la bandiera italiana all'opening delle prossime olimpiadi. Se la burocrazia non ci avesse bloccati, Marco avrebbe anche cavalcato la moto dei corazzieri per entrare nel cortile d'onore. Vestito di tutto punto ma indossando il suo casco, quel casco che oggi è volato via insieme alla sua giovane vita. Per me è una domenica di grande tristezza.
Addio James Dean su due ruote.
"Too fast to live, too young to die, bye bye".

venerdì 21 ottobre 2011

BRUCETELLERS - Un libro di emozioni e solidarietà nel segno di Bruce Springsteen. Una serata per ricordare, aiutare, cantare. Pistoia, 22 ottobre.


Hanno amato e amano Bruce Springsteen visceralmente, hanno scritto di lui, parlato di lui, sognato di incontrarlo, e alla fine, ognuno con il suo ruolo, le sue aspirazioni, il suo momento, la sua opportunità, lo hanno avvicinato, dando forma a quel sogno. Chi da sotto a un palco, a goderne semplicemente le gesta di fratello maggiore e fortunato che può cantare per gli altri, chi nella hall di un albergo prima o dopo un concerto, chi in un camerino, in un backstage o per strada, in cerca di un approccio discreto perchè l'uomo lo merita. Sono giornalisti, scrittori, musicisti, disegnatori, fotografi, liutai, grafologi, collezionisti, professionisti della musica e semplici fan, uomini e donne che vivono una passione matura, non offuscata da slanci isterici nè da feticismo, ma cullata nella consapevolezza di avere indirizzato in modo corretto le proprie attenzioni, senza lasciarsi stravolgere la vita bensì adattandola alle circostanze e all'esempio che Springsteen offre costantemente con le sue opere e i suoi gesti.

Ecco allora tutti pronti a raccogliere i propri pensieri in Brucetellers (240 pagine, Edizioni Nuove Esperienze, disponibile da domani, 22 ottobre), a rovistare nell'armadio dei ricordi, a recuperare cose dette agli amici o scritte già su qualche libro, opinioni pubbliche e private, frammenti di vita che non si possono dimenticare - no, mai – per restituire in qualche modo il bene che si è ricevuto, per disobbligarsi nei confronti di quel gigante di umanità che tanta bellezza ha contribuito a crearla e per non lasciare sotto silenzio la storia piccola ma non meno importante di chi quella bellezza ha potuto assaporala per poco tempo, ma ne è stato e ne rimmarrà parte.

Questo esercito di innamorati pazzi della musica e della vita ha risposto alla chiamata per accendere una luce davanti al viso di Giacomo Melani – uno di loro, uno di noi – che a 30 anni o poco più ha lasciato la transenna sotto al palco, le corse per il posto migliore, l'emozione da cogliere in un nuovo disco, ha lasciato gli amici, i bambini a cui insegnare il basket, ha lasciato quella palla rossiccia così americana, americana come le canzoni che gli scaldavano il cuore ogni giorno della sua vita. Ha lasciato la vita perchè era scritto così ma la vita non ha lasciato lui.
Questa la storia dietro a un volume che parla di tutti, anche di Giacomo, un libro di frammenti e storie dalla punteggiatura varia, dove non serve mettere in fila i nomi in ordine alfabetico o secondo notorietà, dove la visione è una sola, e dove le parole sono state stese e spese per riscaldare ancora una volta il motore e tenere tutti compatti in attesa di un nuovo Springsteen, ma soprattutto per dare un piccolo aiuto all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze (Giacomo era del pistoiese, in quelle zone un tragico incidente stradale lo ha strappato nel 2010 al bello che Brucetellers ha l'ambizione di raccontare).

Le firme sono tante, tutti – recitano le note di presentazione di Brucetellers - "hanno accettato di prestare gratuitamente la loro opera abbracciando lo spirito benefico e il comune senso di appartenenza a quella patria trasversale di seguaci del Jersey Devil, artista sensibile e altruista".
Dopo le parole scritte, domani sera, 22 ottobre, al Piccolo Teatro Bolognini di Pistoia sarà tempo per un abbraccio e per le canzoni che hanno nutrito tutti. Alcuni saluteranno da lontano ma vicini con il pensiero, altri leggeranno, qualcuno suonerà. Per non dimenticare nessuno – Giacomo, Danny, Clarence e tanti altri – per alzare un bicchiere "for the comrade we've lost", per ripetersi che quel sogno – ogni sogno – va inseguito, ovunque possa portarti.
E per convincersi, con un sorriso, che alla fine non è importante quanto vivi ma come vivi.


Per info sui contenuti del libro e sulla serata
http://brucetellers.wordpress.com/

giovedì 13 ottobre 2011

ROUTE 61 MUSIC - le pubblicazioni di ottobre/novembre 2011: Daniele Tenca, Donald & Jen MacNeill with Lowlands, Mardi Gras, Marco Conidi. All aboard!


For You 2, l'omaggio "roots" a Bruce Springsteen pubblicato il 7 settembre del 2010, ha fatto da apripista. E' poi subito arrivato l'esordio di Francesco Lucarelli, ospite Graham Nash.
In questi giorni, mentre leggete, stanno arrivando sul mercato (fisico e digitale, controllate I-Tunes)altri tre prodotti e tre artisti: un bluesman italiano, Daniele Tenca, che canta di classe operaia come fosse B.B.King dopo due ascolti di Born To Run; il folksinger scozzese Donald MacNeill che insieme alla figlia Jen e ai nostri Lowlands ha registrato un disco di una bellezza e di una semplicità stordenti, che ribaltano il nostro calendario, come se fossimo in giro per il Greenwich Village negli anni Sessanta indossando un I-Pod; infine i Mardi Gras, muscoli italiani e voce irlandese, il cui esordio ospita l'Hothouse Flowers Liam O'Maonlai e canzoni sorprendentemente mature, frutto di un lavoro di anni sull'asse Roma-Dublino.

Ma "Americana Made in Italy", questo il nostro timbro (che evidentemente ha confini larghi e larghe vedute, in segno di un amore incrollabile per la musica contaminata), sta per viaggiare anche sulle strade del songwriting italiano in aria di chitarre americane. A fine ottobre arrivano anche Marco Conidi e "Cinque anni", un disco che intende fare un passo in avanti guardandosi indietro, one step up two steps back. Canzoni piene di voglia di andare avanti, ancora, senza dimenticare quel che è stato. Una sopresa assoluta per i tanti fan del cantautore romano, che cantò Springsteen e i Soul Asylum ma che ha anche un ampio e bellissimo repertorio originale di canzoni per gente "ai margini", anche lui attratto da quella darkness on the edge of town che è linfa per molti autori.

In catalogo anche il primo For You (1995) e gli album di Joe Slomp pieni di cover in chiave west coast, soul e jazz.

Route 61, un'etichetta che è anche un sito, oltre a dischi proporrà libri, gli arretrati di Follow That Dream e molto altro.

All aboard, se avete benzina. La Route 61 è aperta!


www.route61music.com

domenica 19 giugno 2011

CLARENCE "BIG MAN" CLEMONS - 1942/2011 --- --- The Edge Of Glory: da Asbury Park all'eternità

(scroll down for English version)


Diretto a Buffalo, con un volo trovato all'ultimo momento, costretto a interminabili attese negli aeroporti di Amsterdam e Cleveland, non pensavo certo di essere in viaggio verso il mio ultimo concerto di Bruce Springsteen & the E Street Band, men che meno verso l'ultima esibizione pubblica, in tour, di Clarence Clemons accanto a Bruce Springsteen. L'ultimo di duecento concerti visti (200 o giù di lì, adesso mi toccherà davvero contarli, sono un bel pezzo di storia) dei miei performer preferiti riveste oggi un'importanza enorme nel mio piccolo archivio, nella mia memoria rock'n'roll carica di un numero inestimabile di ricordi.

Il gelo che mi avvolgeva mentre in quel 22 novembre del 2009 raggiungevo la mia stanza d'hotel in Delaware Avenue, è lo stesso che mi assale ora alla notizia della morte di Big Man, Clarence Clemons. Devo a lui, anche a lui, una vita all'inseguimento della musica che ho amato e che sempre amerò. Devo a lui la scoperta dei dischi di Junior Walker, uno dei sassofonisti della Tamla Motown che lo hanno influenzato. Devo a lui quella gioia che ti si aggrappa alle spalle e non ti lascia più quando partono le note felici e potenti del suo sax nel repertorio più brillante ed energico di Bruce Springsteen. E devo a lui anche quella ritemprante mistura di malinconia e speranza che ti si insinua nella pancia quando a suonare sono quelle lunghe, dense melodie a tutto fiato che rendono Jungleland e Drive All Night canzoni con cui struggersi, piangere, sperare, reagire, gioire, vivere.

Quella sera, alla HSBC Arena sistemata a ridosso della Buffalo Skyway, non è andato in scena un concerto come tanti della E Street Band. Quella sera è successo qualcosa di speciale, come è giusto che sia nelle date che il Dio del Rock'n'Roll decide di vergare con un tratto diverso sul grande calendario della musica. Quella sera c'era in sala Mike Appel, l'uomo che battendosi con ogni sua energia era riuscito a fare incidere Springsteen per la Columbia e gli aveva prodotto i primi due album prima di lasciare il passo al più scaltro e cinico Landau e all'album Born To Run (non prima di aver lasciato in dote la canzone Born To Run, da lui costruita in studio insieme a Bruce quando pareva che un terzo disco fosse un lusso per il giovane Springsteen). Quella sera c'era un bel concentrato dei fan del Boss, anche perchè era l'ultima data del tour di Working On A Dream, la classica occasione in cui ci si saluta e domani chissà. Appunto, domani chissà.


Quella sera – sera in cui ho fatto live, trentacinque anni dopo, la foto di copertina di Born To Run - sono finite in scaletta le canzoni e le esecuzioni di Springsteen che per mille motivi mi porterei su un'isola deserta: The Ties That Bind che apriva The River, Restless Nights che era rimasta fuori da The River e dal vivo cosituisce una rarità, le carole natalizie in salsa E Street Band con un tocco di Phil Spector (Merry Christmas Baby, Santa Claus Is Coming To Town), il possente blues di Boom Boom a ricordarmi i glory days del tour di Tunnel Of Love, Long Walk Home che considero uno dei punti più alti dello Springsteen anni Duemila, Green Onions perchè quel singolo di Booker T. And the MG's ha fatto epoca e il suo organo ha preso a frullare nella mia testa di ragazzino delle scuole medie al suo primo viaggio americano. E poi l'opportuna I Don't Wanna Hang Up My Rock'n'Roll Shoes, primizia assoluta raccolta da Springsteen quasi per caso grazie a uno dei tanti cartelli esposti dai fans.
E ancora, Higher & Higher perchè quel pezzo di Jackie Wilson me l'ero mangiato sui bootleg del '77 della E Street Band sognando di esserci un giorno mentre la cosa succedeva ancora. Infine I'll Work For Your Love perchè è nuova ma puzza di vecchia E Street e legata a Thunder Road ci sta che è una meraviglia.
Ora riguardo la scaletta e mi accorgo che c'era anche Tenth Avenue Freeze-out, che vuol dire Clarence Clemons almeno quanto Jungleland.
Tutto perfetto? Si. E sarebbe già bastato questo groviglio di emozioni.


Ma io ero partito perchè per quella notte speciale, solo quella, Bruce si era messo in testa, annunciandolo una manciata di giorni prima (ecco spiegate le peripezie per raggiungere la East Coast americana), di suonare per intero, seguendo la scaletta della copertina, il suo primo album Greetings From Asbury Park del 1973, quello dei provini acustici per John Hammond, delle corse pazze in autobus da Asbury Park a New York City per firmare il primo contratto e per registrare i primi pezzi un po' a nord di Manhattan. Proprio quelle nove canzoni che avrebbero acceso la miccia, che sarebbero state un detonatore nelle nostre vite, che si sarebbero fatte sipario per una galoppata rock'n'roll davvero inebriante, ricca di scivolate e baci in bocca sul palco tra Bruce Springsteen e Clarence Clemons. Il rock'n'roll bianco e il rhythm'n'blues nero che si sfiorano le labbra, due razze che sono una sola, la gioia di quei due, la gioia di tutti noi.


Blinded By the Light, Growin' Up, Mary Queen of Arkansas, Does This Bus Stop at 82nd Street?, Lost in the Flood, The Angel, For You, Spirit in the Night, It's Hard to Be a Saint in the City tutte insieme Springsteen non le aveva cantate mai e mai più le canterà. Molte cose non accadranno mai più. Ora non ho la forza di immaginarle e contarle quelle cose e di preoccuparmi di quello che il futuro porterà. Penso solo al passato, come mi capita spesso di fare, e a tutto il bello che ha saputo offrirmi. Penso a quella sera a Buffalo, quando entrando nella mia stanza d'hotel notai che una mia amica mi aveva fatto trovare lì, in segno di benvenuto e come buon auspicio per la serata, una vecchia copia in vinile di Greetings From Asbury Park, NJ e una foto di Springsteen e Clemons insieme sul palco. Penso al sudore di Clarence Clemons, al suo sassofono scintillante, a quanto sia bello che la sua anima più pop (quella presente in Dancing In The Dark, in Pink Cadillac, nella festosa You're a Friend Of Mine di Jackson Browne e nella gioiosa Freeway Of Love di Aretha Franklin) suoni oggi, ancora, contemporanea e vivace, nel nuovissimo video The Edge Of Glory di Lady Gaga che corre per MTV, background di mattoni newyorchesi e i 265 pounds di Big Man inclusi.


E così, magicamente, il tepore del vecchio soul attraversa il mondo moderno e corre nel futuro, destinato all'eternità.
Addio Big Man. Addio King Of The Universe. Addio Clarence.
Il vento che usciva dai tuoi polmoni sarà sempre dentro di me. Nel tuo fodero, insieme a quel pezzo di ferro che in molti lassù ti chiederanno di suonare, ti stai portando via un consistente pezzo della mia vita. Lo scrivo e lo sottoscrivo senza alcun timore di inciampare nella retorica perchè é tutto assolutamente vero, come vere sono la tua preziosa esistenza e purtroppo la tua morte.

Non fermarlo mai quel vento. Ancora una volta, come ti urlava in faccia Bruce, "blow, Big Man, blow!"

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(English translation)

Directed to Buffalo, found a flight at the very last moment, forced to interminable waits in airports in Amsterdam and Cleveland, I did not at all think that I was on the way to my last full concert by Bruce Springsteen & the E Street Band with Clarence Clemons next to Bruce Springsteen. The last of nearly two hundred concerts seen of my favorite performers is of enormous importance today in my little memory-store of rock'n'roll filled with countless gigabytes of priceless memories.

The chill that ran up my spine while on November 22, 2009, I reached my hotel room in Delaware Avenue, is the same feeling that comes over me now to the news of the death of Big Man, Clarence Clemons. I owe him, even to him, a life in pursuit of the music I loved and still love. I owe him the discovery of records of Junior Walker, the Tamla Motown great saxophone player, a guy who surely influence Clemons. I owe Clarence the joy that clings to your shoulders and never lets go... and leave you with those happy and powerful notes of his saxophone in a brilliant and energetic repertoire of Bruce Springsteen. And I owe it to him also the refreshing mixture of sadness and hope that creeps into you, especially when they are playing those long, dense thick melodies that left you breathless when you hear songs like Jungleland and Drive All Night... songs that make you yearn, cry, hope, react, enjoy... and live.

That evening, at the HSBC Arena placed close to the Buffalo Skyway, was not your typical concert like so many of the E Street Band. That night something special happened, as if the Gods of Rock'n'Roll decided to make it a very special evening, one of those that gets a mark on the music calendar. Mike Appel was on hand that evening, the man who towards the end was fighting with all his energy Springsteen, actually managed to make an impact on Columbia and had produced the first two albums before "giving-up" to Jon Landau who was going to make the Born To Run album happening (not before Appel had left with him the song Born To Run, which he crafted in the studio with Bruce when it seemed that a third disc was a luxury for the young Springsteen). That evening was just one of those nights die-hards fans all meet up, partly because it was the last tour date of Working On A Dream, the typical chance where we all meet and greet one another, before and after the show, and then we all slowly exit the venue and comment on the great gig, and we're gone tomorrow. In fact, gone tomorrow.

That night - the evening when I managed to shot live, thirty-five years later, a Bruce/Clarence pose that resembled the cover photo of Born To Run - ended up offering a lineup of songs and performances by Springsteen that for a thousand reasons I would take with me on a desert island: The Ties That Bind, opening track for The River album; Restless Nights, a River outtake which makes it a rare gem, a rarity. E Street Band Christmas carols with a touch of Phil Spector (Merry Christmas Baby, Santa Claus Is Coming To Town); the mighty blues Boom Boom to remind us of the glory days of the Tunnel Of Love tour; Long Walk Home, which I consider one of the highest points of Springsteen's in the new millennium; that huge single Green Onions by Booker T. and the MG's which made history and stucked in my head when I was a secondary school young boy on my first trip to America. And then the appropriate "I Don't Wanna Hang Up My Rock'n'Roll Shoes", played thank to one of the many request signs exhibited by fans.
And yet, the great tune "Higher & Higher" by Jackie Wilson, that I had literally consumed on a 1977 bootleg - featuring the E Street Band playing the Boston Music Hall - dreaming one day of being front row while it was happening again. Last but not least... "I'll Work For Your Love" rather new, but has the scent of old E Street and blends so well with Thunder Road, fits like a dream.
Now as I go thru the set-list again, I realized that there was also Tenth Avenue Freeze-out, which is... simply Clarence Clemons as musch as Jungleland is.

Everything perfect? Yes, It would have been enough for this entanglement of emotions.

I was there, on that special night, also because Bruce had made up his mind, announcing a handful of days before the show (that's what the ups and downs on getting to the U.S. East Coast from Italy) he would play in full – song by song, in original order - his first album, 1973's "Greetings From Asbury Park, NJ", bringing all of us back to those days he would auditioning for the legendary John Hammond, days of the bus rides from Asbury Park to New York City to sign the first contract and to cut his first songs in a recording studio a little outside of Manhattan. It was those nine songs that would have lit the fuse, a detonator that would have been in our lives forever, that would have made curtain-call for a truly exhilarating rock'n'roll ride, full of stage kisses between Bruce Springsteen and Clarence Clemons . White Rock and roll and black rhythm and blues that peck on the lips, two races that become one, the joy of those two, the joy of us all.

Blinded By The Light, Growin 'Up, Mary Queen of Arkansas, Does This Bus Stop at 82nd Street?, Lost in the Flood, The Angel, For You, Spirit in the Night, It's Hard to Be a Saint in the City. Springsteen had never sang these songs in this order, ever, and most likely will never sing again that way. Many things will not happen again. Now I do not have the strenght to imagine and to count those things and worry about what the future will bring. I just think of the past, as I often do, and all the goodness that Bruce and the boys have been able to offer me and my friends and to millions all over the world. I think of that night in Buffalo, when entering my hotel room I noticed something that my friend had left there for me, as a welcome sign and "good luck" for the evening, an old vinyl copy of "Greetings From Asbury Park, NJ" and a photo of Springsteen and Clemons on stage together, kissing each other. I think of the sweat and tears of Clarence Clemons, I can see if I close my eyes his scintillating saxophone serving "rock'n'roll", and I enjoy immensely the fact that Clarence "pop" side (the one in Dancing In The Dark, in Pink Cadillac, in the joyous You're a Friend Of Mine with Jackson Browne and Freeway Of Love with Aretha Franklin) it's so contemporary and vibrant today thank to his newest fan Lady Gaga and her "The Edge Of Glory" video, which features Big Man's 265 pounds, saxophone included.

And so, I can magically feel the warmth of the old soul that now runs through the modern world and into the future, for eternity.
Farewell and Goodbye Big Man, King Of The Universe. Farewell Clarence.
The wind that came out from your lungs will always be inside of me. In your sheath, together with that piece of brass that many up there will ask you to play, you're taking away a large chunk of my life. I write this without fear of tripping over rhetoric because it is all absolutely true, true as your precious life, true as your death.

Do not ever stop. Again, as Bruce would yell out, "Blow, Big Man, blow!"


(many thanks to Saby Guercia for his help in translating this)

sabato 2 aprile 2011

JESSE MALIN - Profumo di Bowery - St.Marks Social in Italia fino al 9 aprile


Jesse Malin sta attraversando l'Italia, con la forza dei suoi 43 anni, troppi per quello che gli vediamo fare sul palco. Diciamo che la sua età è ferma a 34, gli inverni che aveva accumulato nei giorni in cui registrava il suo primo disco da solista, "The fine art of self distruction" (uscito nel 2003). A 34 anni Dylan pubblicava "Blood on the tracks", Springsteen si era da poco messo alle spalle "Nebraska", Neil Young scriveva "Rust never sleeps", Tom Petty portava in giro le canzoni rabbiose di "Long after dark" e John Mellencamp, che l'Italia vedrà finalmente presto (a luglio), faceva girare sui nostri piatti "Scarecrow".
Jesse Malin è tosto, intenso, clamorosamente convincente come quei cinque campioni nei loro giorni migliori.
Lo è perchè è energico, credibile, pienamente nei suoi panni come se stesse ancora promuovendo il primo disco, e invece se ne contano 7/8 tra full album e qualche mini. In meno di dieci anni, da quando ha messo a riposare i D-Generation, cellula quasi punk fuorisucita dalle strade intorno alla Bowery di New York (ma da quella band è tornato con lui l'eccellente chitarrista Ted Hutt), Malin non ha spostato di un millimetro la sua direzione e la velocità di crociera è quella di allora, se non superiore. Sentiamo che non diventerà una big star come quelle citate sopra, suoi mentori e in qualche caso amici (Bruce lo avveva affiancato in "Broken Radio" qualche anno fa), ma è confortante sapere che c'è ed è così, perchè concerti come il suo sono merce rara.


Ho pensato tutte queste cose ieri sera, al Big Mama di Roma (prima di sette tappe italiane), mentre quelle pareti registravano un numero di decibel al quale non sono abituate, e il pubblico si coccolava quell'ometto nervoso e romantico che si porta addosso, indelebile, l'anima della sua città e il tanto rock che questa ha prodotto, soprattutto a cavallo tra la metà degli anni Settanta e quella del decennio successivo, dieci lunghe stagioni in cui Manhattan aveva i più bei club (Ritz, Bottom Line, Lone Star Cafè - tutti spariti) e i più bei negozi di dischi del mondo.

Jesse sa, sente - stretto nella sua giacca nera e nella sua t-shirt della Motor City - di essere a suo modo un sopravvissuto, la corteccia caduta di una quercia che non esiste più, polverizzata dall'11 settembre, dalla recessione di qualche anno dopo e dalla galoppante fantasia di chi un passo dopo l'altro sta ammazzando della musica tutti i supporti fisici. Non arriva a caso l'invito a frequentare i pochi negozi indipendenti di dischi rimasti nel Greenwich Village (e nei Village di altri angoli di mondo), perchè "lì si compra musica che non pensereste di comprare - dice Malin - la si scopre, la si annusa, si conoscono persone, con cui poi può anche capitare di farci l'amore, capito?, tutto quello che non accade davanti al computer e a un negozio virtuale". Parole dal palco che suonano uguali a quelle scritte dentro "On Your Sleeve", l'album di cover del 2008, che "non mi ha fatto guadagnare nulla perchè – come dice il mio manager – se non scrivi le tue canzoni, la busta con l'assegno che arriva agli autori ogni tre mesi è leggera, maledettamente leggera", ma che "mi ha fatto ricevere in segreteria le chiamate più inaspettate, dai miei amici della high school che ora vivono chissà dove, e da qualche vecchia fiamma, perchè ho cantato le 'loro' canzoni, quelle che avevano comprato in quel genere di negozi, con tutto quel che ne conseguiva quando ci entravano".


Nel suo primo show italiano di questo "tour de italia", Malin non ha dimenticato le cover dei brani che lo hanno formato (stre-pi-to-sa la conclusiva "Instant Karma", del primo Lennon post Beatles) ma ha soprattutto rovesciato con una buona dose di violenza sul pubblico le canzoni dei suoi dischi, da "Wendy" a "Hotel Columbia", da "Cigarettes & violets" alle ultime - racchiuse in "Love it to life" - come "Burning the Bowery", "All the way from Moscow" e "Disco Ghetto".


Band perfettamente calata nel suono i St.Marks Social, e dall'abbigliamento giusto (un possibile ponte tra i Knack, i Cars e i Bad Brains). Chitarre Gibson pompate a dovere dai Marshall, sprazzi di new wave e docili ballate col pianoforte, una stella al centro del palco che vorresti portartela a casa tanto è brava a farti riassaporare una pietanza che pare sparita. E' una bella fortuna avere l'occhio per accorgersi che qualcosa di forte sta tornando a succedere, e non rimanere a casa a recriminare. Un vecchio-nuovo vento spira grazie a giovanotti che da ogni latitudine (Malin - la stella - poi i Gaslight Anthem, gli Hold Steady, Mumford & Sons, i Decemberist, e ci metto anche gli inglesi Beady Eye di Liam Gallagher) ci stanno portando un nuovo grunge, che col grunge poco ha a che fare ma che parla la stessa lingua, ha la stessa indomabile forza rigenerante.
Io mi sono sentito un trentaquattrenne di fronte alle canzoni e al sudore di Jesse Malin, e non c'è denaro che possa comprare questa sensazione.

Se siete a un tiro di schioppo da Dozza, vicino Bologna, catapultatevi immediatamente al Teatro Comunale. Per tutti gli altri, sempre che il messaggio sia giunto chiaro e abbia fatto centro, restano 5 date, che non sono poche, fino al 9 aprile: Casalgrande, Cantù, Trieste, Valgardena, Chiari.

Rocking the Bowery. Si, si può anche qui. Basta esserci. Perchè le emozioni raccolte di persona restano più di un volonteroso racconto.


Grazie a Filippo De Orchi per le foto.

sabato 1 gennaio 2011

(MY 33) BEST IN MUSIC - 2010



33 perchè appartengo alla generazione del vinile e certe emozioni non si scordano. Sono 33 i miei "best of 2010": canzoni, collaborazioni, album, ristampe.
33 ma potevano essere 66, o 99. Oppure 11. Dipende dall'attimo in cui ci penso.
E naturalmente è tutto temporaneo, perchè domani potrebbero essercene altri 33 nella mia testa. Capita a me, immagino valga un pò per tutti.
Ma questi ho scritto e questi resteranno. E se mi pentirò di qualche infatuazione passeggera non lo dirò a nessuno. Qui hanno tutti pari dignità: Il Beach Boy che scherza (scherza?) col catalogo di Gershwin, Kid Rock che si sente un pò Bob Seger, i Gaslight Anthem (da New Brunswick, NJ) che si sentono dei piccoli Boss, Eminem che mi cattura grazie a Megan Fox (nel video) ma poi scopro che il pezzo gira, John Legend che rappresenta quel nuovo (nuovo?) che avanza guardandosi indietro.
Ci ho infilato l'energia quasi punk di certe cose, il country e il soul di altre, sprazzi di pop e sussulti hip hop, l'Italia che canta l'italiano e quella che è più a suo agio con la lingua inglese. Poi ho leccato la busta. Non si torna indietro.
Prima dell'elenco, due divagazioni extra "dischi": il film sul giovane Lennon (qui rappresentato da Maggie May nella zona "songs") è un gioiello, la biografia di Keith Richards una necessità.
A me questa musica ha dato molto piacere tra qualche dispiacere.
Voltiamo pagina. 2011, che ci porterai?

My 33 BEST OF 2010 in Music

Albums
Brian Wilson - Reimagines Gershwin
Gaslight Anthem - American Slang
Jesse Malin & the St.Marks Social – Love it to life
Paul Weller – Wake up the nation
Ryan Bingham – Junky star
Johnny Cash – America VI: Ain't no grave

Songs
Ray La Montagne – New York City's killing me
Bruno Mars – Just the way you are (no, not the Billy Joel song)
The Nowhere Boys – Maggie May (Nowhere Boys – OST)
Train – Hey soul sister
Pink – I don't believe you
Josh Ritter – The curse

Collaborations
John Legend and Roots, featuring Melanie Fiona– Wake up everybody
Elton John / Leon Russell – The hands of angels
Kid Rock / Sheryl Crow (with Bob Seger) – Collide
Ray Davies / Bruce Springsteen – Better things
Mavis Staples / Jeff Tweedy – Wrote a song for everyone
Eminem Feat Rihanna - Love the Way You Lie

Ristampe/Reissues/Box set/Live albums
Bruce Springsteen – The Promise: Darkness on the edge of town Story
John Lennon / Yoko Ono – Double Fantasy: Stripped down
Wings – Band on the run: special edition
Rolling Stones – Exile on Main St. reissue
The Stooges – Have some fun: Live at Uragano's
Otis Redding – Live on the Sunset Strip

Italy (canzoni/songs)
Negramaro / Elisa – Basta così
Lowlands – Life's beautiful lies
Malika Ayane / Cesare Cremonini – Believe in love
Pierdavide Carone – Hey baby
Anna Oxa – Tutto l'amore intorno
Paolo Belli / Karima – Vorrei incontrarti fra cent'anni (live@Telethon)

Fuori categoria 1 (conflict of interest)
Francesco Lucarelli (with Graham Nash) – Mr. Sunshine
Daniele Groff – Radio Nowhere (For You 2: a tribute to Bruce Springsteen)

Fuori categoria 2 (di un altro pianeta)
Peter Gabriel - Scratch my back

lunedì 4 ottobre 2010

STEVE WINWOOD A ROMA - Luci e ombre di Mister Traffic


Steve Winwood è un signore che porta molto bene i suoi anni. Per questo sarò semplicemente severo ed esigente con lui e non compassionevole. Steve Winwood è quello che nel 1965, a soli 17 anni, ha composto "Gimme Some Lovin'". Per questo è una leggenda.

Dunque Steve Winwood è una leggenda che non va trattata come una leggenda sfiorita ma come un musicista integro e ancora capace di intendere e di volere, condizione che alcuni suoi coetanei reduci e consumati da quei tempi lì (tempi di un rock primitivo e molto dispendioso per chi lo praticava) non possono più permettersi.

Avevo visto Winwood, la leggenda dello Spencer Davis Group, ma anche dei Traffic e dei Blind Faith (praticamente tre leggende in un uomo solo), pochi mesi fa ad Istanbul. Era la mia prima volta e fino a oggi anche la mia unica davanti a questo genio dell'organo Hammond e non solo. Divideva tour e palco con Eric Clapton, ma quando dividi tour e palco con Eric Clapton per bravo che tu sia finisci per fare l'ospite. I due infatti alternavano le proprie canzoni, spalleggiati dalla band di Clapton, con un rapporto di uno a quattro in favore di Mister Manolenta. Così di spazio per Winwood non ve n'era granchè. Ero pronto a godermi una serata tutta sua, a cinque minuti di Vespa da casa mia, senza arrivare fino al Bosforo questa volta. Ho solo dovuto saltare il Tevere all'altezza di Corso Francia.

Qualcosa però non ha funzionato completamente. Ottimo l'avvio, adeguata la band, almeno per i pezzi svolti con attenzione nella parte alta della scaletta (bella Can't Find My Way Home, manco a dirlo, bravo all'organo e alla chitarra la nostra leggenda, che è cantante sopraffino e anche questo si sa). Poi ha prevalso un imprevisto, inadeguato, invadente tessuto ritmico latino che mi ha fatto pensare a tratti più a Santana che al classic rock. Passi che la band mancava di un basso (assenza grave), passi che di "John Barleycorn Must Die" si vendeva solo la t-shirt, passi che quella grandeur un po' pop da alta classifica anni Ottanta era impraticabile, passi che di conseguenza, di "Arc of A Diver", "While You See A Chance", "Valerie" e "Roll With It", figlie di un pop cher non si fa più, nemmeno l'ombra, ma il trattamento vagamente cubano riservato sul finire a "Higher Love" quello no, anche perchè ha chiuso lo show veramente in calando.
Sarebbe servita un'altra tastiera a supplire all'assenza di uno straccio di sezione fiati (bravo ma un po' perso e solo il sassofonista) e un paio di coriste avrebbero riscaldato la scena e alcune canzoni.


I brividi procuratici da "Dear Mister Fantasy" (con Carlo Massarini una fila dietro di me a scattare foto e a rivedere il film della sua memoria) sono svaniti quando è arrivata una "Gimme Some Lovin'" un po' stiracchiata e priva di quel calore che anche un'oscura cover band dei Blues Brothers sa dargli in qualche birreria del Tuscolano (quartiere di Roma collocato a sudest, per chi non sapesse).
A tutto ciò aggiungi che gli Auditorium progettati da Renzo Piano non sono la migliore alcova per un amplesso a base di rock e soul ma delle linde e un po' freddine sale più adatte alle orchestre sinfoniche che agli amplificatori Fender e Marshall.

Ora mi metto "Glad", mi vesto di bianco e per andare a dormire percorro il corridoio come faceva Mister Fantasy, quello della tivù.
Lo faccio per non pensare a una serata che ha funzionato solo a metà. Ma so che da domani tornerò ad amare Steve Winwood - la leggenda - come ho sempre fatto, dimenticandomi il parsimonioso artista incontrato questa sera.

(le foto sono di Filippo De Orchi)

UPSIDE DOWN - il mondo (del calcio) si è rivoltato



Sarà che la palla è rotonda (e, nel caso della Serie A di quest'anno, anche un po' bruttina: il modello è Nike T90 Tracer, se proprio volete farvi del male). Sarà che ormai tutto gira un po' all'incontrario. Sarà quel che sarà (data l'ora e l'incazzatura, cito la bassa filosofia da Festival di Sanremo). Sarà che a noi della Roma ultimamente l'inizio del campionato non è che sia "na passeggiata de salute". Insomma, sarà forse per qualche strana congiuntura astrale, ma a noi di cuore giallorosso tocca vedere l'aquila della Lazio, una vera aquila, dicono allenata da un portoghese (un allenatore vero e serio, niente a che vedere con i "portoghesi" che non pagano il biglietto allo stadio), volare alta nel cielo dell'Olimpico. Più o meno quello che fa la Lazio di bianco e azzurro vestita, quella dei calciatori, nella classifica della Serie A dopo cinque giornate.
Ora, ditemi voi. Passi per la Lazio prima, che si sfoghi ora, tanto non c'è trippa per... aquile, ma Chievo, Brescia, Bari e Catania che ringhiano dietro le prime quattro? E' mai possibile?
Il tutto mentre Sampdoria, Parma, Fiorentina e Roma stanno là sotto a fare sentire meno sola l'Udinese che chiude la fila con 4 punti.
Il mondo del calcio si è proprio rivoltato (per ora).