mercoledì 19 agosto 2009

FERNANDA PIVANO (1917-2009): l'ultima traiettoria di una "shooting star"



“Seen a shooting star tonight
And I thought of you.
You were trying to break into another world
A world I never knew”. (Bob Dylan)

L’estate, che strana l’estate. L’estate è di brutte partite di calcio dalle trame ancora acerbe, e di morti – almeno quest’anno – che ti sfiniscono quanto il caldo. Ho recentemente postato a fatica in questo blog dei brevi ricordi di Michael Jackson e di Willy De Ville, due tipi diversi tra loro, diversi che di più non si può. Ma a ognuno, tanto all’indecifrabile Jacko quanto a quel goloso di vita che era De Ville, è legato un pezzo della mia vita, un ricordo personale, un momento che – come loro – non tornerà. Non ho fatto in tempo a prendere atto della morte di quel grande della chitarra che è stato Les Paul (dove sarebbero oggi Jimmy Page e tanti altri senza lo strumento, la Gibson Les Paul, che lui ha plasmato assegnandogli il proprio nome?), che un altro pezzo di storia della musica e della letteratura se ne va. Due vecchietti, si dirà, “avevano dato” – 94 anni lui, 92 lei – ma che perdite colossali! Note e parole che a dispetto della morte resteranno aggrappate a questa vita.

Fernanda l’ho conosciuta. E’ stata una di quelle cose belle, stella luminosa e improvvisa, che ha attraversato il mio cielo quando avevo l’impressione che lassù fossero solo nuvole. Nel grigiore di anni in cui mettevo al servizio della discografia (era una major, di quelle che ancora resistono) la mia straripante passione per la musica e uno spesso inutile entusiasmo, poteva accadere di trascorrere qualche ora con Fernanda Pivano, quella che ha tradotto Hemingway e reso più comprensibili dalle nostre parti le prime canzoni di Bob Dylan.

Fa niente che dovevo sobbarcarmi imbarazzate telefonate per chiedere ai giornali spazio per improbabili e cinguettanti star. Fa nulla che pensavo e dicevo che Morgan era un talento incompreso (eravamo in pochi, ma ci credevamo) e dall’altra parte – che poi in realtà era o doveva essere la “mia” parte – si facevano spallucce. E pazienza se non si rispondeva più al telefono agli artisti il cui singolo non era piaciuto alle radio. Un giorno arrivava nella tua vita Fernanda Pivano (o Fossati, o Dylan, o qualcun altro) e il cielo cambiava colore.

Succede – passo al presente, per sentirmi di nuovo un po’ lì, con lei – che mi chiamano i tipi della Minimum Fax. Hanno assoldato la Pivano per alcuni lavori editoriali, in più lei deve scrivere per un quotidiano qualcosa su Dylan, che è di scena a Roma, tra i marmi bianchi del Palazzo della Civiltà e del Lavoro. Dieci anni fa, o poco più. Me la affidano, o quasi. Lei è puntuale, la scorto giù per le scale, rallentiamo per un saluto a Francesco De Gregori, poi dritti fino al camerino di Bob Dylan, il “suo” Bob, che non vedeva da anni. Durante lo show lei resta seduta, e immobile, a viaggiare con i ricordi. Alla fine mi racconta brandelli di vita, scorci eccezionali di un mondo che non vedo più, e mi chiede se l’indomani potrà disturbarmi per chiedermi qualche dettaglio del concerto e per dettarmi, successivamente, il pezzo che dovrà mandare al giornale.

Quando mi chiama è stanca ma affabile, dice che la musica la tiene viva e che ogni dieci libri prova a comprare un disco ma non sa mai dove dirigersi. Non la rivedrò più, anzi la scorgerò in un video di Ligabue, “Almeno credo”, dove lei sarà il più prezioso dei cammeo, incastrata tra parole intelligenti (“credo nel rumore di chi sa tacere”) e qualche citazione Sixties (il mitico furgone Volkswagen e quei cartelli a farci leggere il testo, come accadeva in “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan).

Tra quarantott’ore sarò a Cleveland, dove al Rock’n’Roll Museum sta per iniziare un lungo weekend di celebrazioni per il quarantennale di Woodstock. Sarà la festa di quell’America che è arrivata ed è stata compresa in Italia grazie alle sapienti e appassionate traduzioni di Fernanda Pivano. Ora che i suoi occhi, quegli occhi che si sono incontrati con quelli di Cesare Pavese, di Jack Kerouac e di Fabrizio De Andrè, si sono chiusi per sempre mi piace ricordarla con un suo limpido e speranzoso commento di metà anni Sessanta colto dopo un concerto di Bob Dylan, del “suo” Bob Dylan:

“Che emozione, che orgoglio, che felicità quella sera a San Francisco, in attesa del concerto di Bob, quando Allen (Ginsberg) mi aveva portato in un bar, davanti a un piccolo jukebox ad ascoltare ‘Mr. Tambourine Man’. Ginsberg mi aveva spiegato che finalmente il loro, il nostro messaggio, era esposto senza poter suscitare interventi della censura, e i nostri sogni sarebbero entrati nei jukebox di tutto il mondo. Le nostre speranze sarebbero state improvvisamente conosciute da tutti, e le nostre illusioni proposte a tutti”.

giovedì 13 agosto 2009

ERIC CLAPTON E STEVE WINWOOD: "Live from Madison Square Garden", il disco dell'anno?


I grandi dischi del rock’n’roll – “Pet Sounds” dei Beach Boys, “Revolver” dei Beatles, l’unico dei Blind Faith, “Transformer” di Lou Reed, “Born To Run” di Springsteen, “London Calling” dei Clash, “The Joshua Tree” degli U2, “Murmur” e "Automatic For The People" dei Rem e molti altri – sono un’anfetamina per chi ascolta certa musica da sempre. Ti tengono sveglio e vivo, nella speranza che miracoli del genere possano accadere di nuovo. Quanto ciò sia difficile è purtroppo sotto gli occhi e negli I-Pod di tutti. Stracolmi, questi ultimi (almeno quelli di chi appartiene alla mia generazione), di brani pescati da compilation, ristampe e dal meglio che il classic rock ha offerto e continua a offrire. Discorso di parte – si dirà – ed è vero, ma in questi mesi in cui l’appartenenza a qualcosa è identità urlata – si appartiene alla schiera di lettori di “quel” giornale, si cerca conforto in “quel” Tg, ci si guarda cercando di cogliere “quel” dettaglio che confermi la sensazione di assomigliarsi in qualcosa – la musica non può sfuggire alla regola: è una certezza, un marker che segnala i codici della nostra identità, o di quel che resta in questo diluvio di incertezza.


Un amico mi ha “prestato” il live di Eric Clapton e Steve Winwood perché non ce l’ho fatta ad aprire i pacchetti arrivati da Amazon: sono in vacanza! Attraverso un rapido passaggio dal cd al pc portatile, queste canzoni sono finite con mia grande sorpresa nel mio nuovo cellulare. La sorpresa ha a che vedere con il fatto che pur se gestisco con sufficente disinvoltura questo blog dovunque io mi trovi, resto pur sempre uno che guarda con sospetto agli articoli sulle nuove tecnologie, uno che piuttosto che leggere il libretto di istruzioni del nuovo hard disk recorder pagherebbe la stessa cifra investita per la prodigiosa macchina. Uno, insomma, che fa un sorriso di approvazione ogni volta che legge il titolo del blog “Torno ai vinili” del dirimpettaio, di rete e di musica, Maurizio Pratelli e che da anni respinge ostinatamente le richieste di acquisto della propria collezione di bootleg a 33 giri di Bruce Springsteen sebbene prenda polvere a tre metri dal pavimento. Avrete capito il soggetto, ma se siete arrivati fin qui, anche perché attratti dalla locandina in stile “anni Sessanta psichedelici”, siete abbastanza strutturati per leggere di due sessantenni inglesi che hanno attraversato la storia del rock riportando il blues in America.

“Live From Madison Square Garden”, approdo newyorchese di un progetto con tutte le caratteristiche del “cash-in” (“facciamo cassa”: è andata così ai tanti Who-reunion tour, è pane quotidiano – e che pane! - quando vanno in giro gli Stones, dicono che Springsteen stia prendendo quella deriva ogni volta che agita le ali della E Street Band), è un disco di spaventosa coesione, talmente bello nel suo sprizzare classic rock da far impallidire ogni jam band che calchi oggi i palchi e ogni formazione che provi a raggiungere quell’equilibrio tra espressività rock-blues e forza del repertorio che solo gli Allman Brothers possono ancora permettersi. Con simile perizia ci si può anche arrivare a suonare anche se non ci si chiama Clapton e Winwood (ma provateci voi, poi ne riparliamo, pur contando che si tratta di slowhands, tanto sulla chitarra Stratocaster quanto sull’organo Hammond B3), ma sembra davvero impossibile, al giorno d’oggi, mettere insieme tante buone canzoni per fare un concerto di pezzi originali. Eh già, perché a parte il largo omaggio a Jimi Hendrix (3 i pezzi, e come non ricordare che anche nella “Voodoo Chile” originale c’era Winwood all’organo) qui viene riscritta una storia quarantennale che è quasi tutta dei protagonisti di questo preziosissimo live. Una storia che dai Bluesbreakers di John Mayall e dallo Spencer Davis Group, passando poi per i Cream, i Blind Faith, Derek and the Dominos e i Traffic è marchiata Winwood o Clapton. Difficile trovare due musicisti che abbiano totalizzato insieme tante esperienze basilari nella storia del rock e che da solisti abbiano raggiunto gli stessi vertici di popolarità toccati da dischi come “Slowhand” (Clapton) e “Arc Of A Diver” (Winwood).


Il bello è che non è qui nemmeno il caso di storcere il naso come si fa di fronte a prodotti del genere, e a nulla serve osservare che negli anni Duemila Clapton non ha fatto altro che unire le forze sue con quelle degli altri (l’album con B.B.King, la fugace reunion dei Cream).


Queste canzoni, il loro amalgama, la piacevolezza con cui tutto ci arriva, quel senso di storia che ti prende alla gola e poi ti mette al tappeto, tutto rende cd e dvd di “Live from Madison Square Garden” una caldo rifugio di vintage rock dove tutto funziona a meraviglia (basti sentire come ci sta bene “Forever Man”, che pure arriva da un Clapton che ammorbidiva il blues nel pop). Tra gemme assolute come “Presence Of The Lord”, “Glad”, “Well Alright”, “After Midnight”, “Can’t Find My Way Home” e “Dear Mr. Fantasy”, ed altre eccellenti riproposizioni come “Cocaine” e “Georgia On My Mind” non avrebbero sfigurato un paio di pezzi del Winwood solista d’alta classifica (“While You See A Chance”?), ma solleveremmo inutilmente la questione del pelo e dell’uovo.

Disco dell’anno, va scritto osando un po’, senza remore né vergogna, anche se mette tristezza sentenziarlo nel giorno in cui muore Les Paul, l’uomo che ha scritto la storia della chitarra elettrica, quindi anche di Clapton.

sabato 8 agosto 2009

HEART AND SOUL: Addio a Willy De Ville


Stava male, si sapeva. Ma l’sms spuntato ieri sera sul mio cellulare è arrivato prima del previsto: “E’ un brutto giorno per la nostra musica: è morto Willy De Ville”. Parole scritte da un amico, con sincero dolore. Ora ho il mare davanti e i monti alle spalle, in mano una copia di Repubblica che ufficializza il decesso e tra le dita un fragile collegamento a Internet che non mi consente di girare troppo per il Web. C’è poco da girare, basta la memoria.
Wille De Ville è quei tacchi che atterrano sul mio tavolo del Savoy (non c’è più, erano i primi anni Ottanta newyorchesi) facendo vibrare i bicchieri. E’ quello sguardo tagliente che mi ha raggiunto da tanti palchi italiani (ce lo siamo goduto davvero, il buon Willy!). E’ quei dischi che hanno flirtato col punk e col rhythm’n’blues ("Coup De Grace": chi non ce l'ha si affanni ora su Amazon), che hanno rasentato il pop (“Miracle”, con Mark Knopfler: che bellezza!) e percorso le strade di New Orleans. E’ quegli angoli di Manhattan dove si parla spagnolo, ne succedono di tutti i colori e le ragazze di nome Rosita camminano al ritmo di Tito Puente.

E’ una musica scritta sempre con amore, anzi con “heart and soul”, dovunque si trovasse lo studio di registrazione in cui veniva prodotta. Willy De Ville è in quelle giacchette strette dell’epoca Mink De Ville (la sua band, quasi una E Street Band con sala prove ad Alphabet City anziché nel New Jersey) e nella trasandatezza un po’ piratesca degli ultimi anni. E’ “Maybe Tomorrow”, è “Could You Would You”, è “Cadillac Walk”, è “This Must Be The Night”, è ”Teardrops Must Fall”, è "You Better Move On", è la migliore “Stand By Me” dopo quelle di Ben E.King (l’originale) e di John Lennon. E’ tutte queste canzoni che ricordo in ordine sparso e che dovrò farmi bastare per un sacco di tempo. Perché, come ha scritto il suo ufficio stampa, “Willy è andato a trovare Jack Nitzsche e Johnny Thunders” (ovvero un sagace mescolatore di suoni e un altro ragazzaccio del rock’n’roll - vedi: New York Dolls). Gente giusta a tenergli compagnia nel silenzio eterno, che tanto silenzioso – immaginiamo – non sarà.

Willy De Ville, che aveva solo cinquantanove anni – 59, come una buona annata della Cadillac - ha attraversato oltre trent’anni di carriera senza mai uscire troppo allo scoperto, senza smettere quasi mai gli abiti del cult artist ma lasciandoci canzoni che solo lui sapeva confezionare in quel modo. Canzoni che hanno infiammato il Bottom Line o l'Olympia allo stesso modo in cui infiammavano, quando giravano meno soldi, i palchi e i festival di provincia. Ci è piaciuto tanto, Willy, anche per la sua unicità, e ora ci mancherà molto. C'è davvero poco da aggiungere.

lunedì 20 luglio 2009

A ROOM AT THE TOP



I got a room at the top of the world tonight
I can see everything tonight
I got a room where everyone
Can have a drink and forget those things
That went wrong in their life

I got a room at the top of the world tonight
I got a room at the top of the world tonight
I got a room at the top of the world tonight
And I ain't comin' down, I ain't comin' down

(Tom Petty)

giovedì 16 luglio 2009

LONG WALK HOME - i testi commentati di Bruce Springsteen, 1992-2009




Eccomi, a un anno esatto di distanza. Di nuovo in libreria. Questa volta al settaccio ho passato tutto quel che è stato dal 1992 a oggi. Se fate in tempo, portatevi queste riflessioni nei tre stadi italiani in cui si esibirà Bruce Springsteen. Vi terranno buona compagnia. Il libro è uscito oggi.

Si intitola SPRINGSTEEN. LONG WALK HOME - test commentati 1992-2009 (413 pagine). Lo pubblicano i tipi di Arcana.

Il testo riportato qui sotto è un estratto dall'introduzione.


TOGETHER THROUGH LIFE, "insieme attraverso la vita" (ho rubato il titolo, bellissimo, al nuovo Dylan). Le canzoni "recenti" di Bruce Springsteen.

E’ che a noi ci hanno fregato gli anni Settanta. E tutta quella irripetibilità che abbiamo scambiato per un invito a replicare. Rimanendoci poi male perché le cose non sono state più così. C’erano i film giusti e i dischi perfetti, quelli con le due facciate e un numero sovente ineccepibile di canzoni. C’erano "Late For The Sky" e "Running On Empty", "Hejira" e "Tapestry", "Harvest" e "After The Gold Rush", "Transformer" e "Ziggy Stardust", Lou e David, i Rolling Stones di "Sticky Fingers", "Exile On Main St." e "Goats Head Soup". I Beatles non più, ma Lennon scriveva "Imagine" e McCartney registrava "Band On The Run".

C’erano canzoni bellissime come "Werewolves Of London" e "Sweet Home Alabama" che Kid Rock trent’anni dopo avrebbe fuso in una ("All Summer Long") perchè ormai si fa questo e altro. C’erano gli Eagles nel lusso dell’Hotel California e i primi Chelsea Hotel del Punk. Erano anni in cui le trasmissioni televisive avevano le sigle e al cinema capitava che "Amoreena" di Elton John, tutta intera, venisse sincronizzata sulla sequenza iniziale di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, con Al Pacino. In quell’estate del 1975 a New York, quella New York, girava uno Springsteen ancora wild & innocent: aveva la barba e appena l’avrebbe tagliata sarebbe diventato uguale ad Al Pacino. In cinque anni registrò il meglio che potesse registrare: "Born To Run", "Darkness On The Edge Of Town" e "The River" (ne abbiamo parlato nel primo volume: Talk About A Dream). Poi arrivarono gli anni Ottanta. Poi i Novanta. Poi il Big Bang del 2K.

Eccoci qua, a dire sempre che era meglio prima senza accorgerci che Springsteen ha appena completato il suo quarto decennio di registrazioni e che è nella logica delle cose che i primi due abbiano, visti da qui, un’altra marcia. A me viene voglia di pensare che i tanti under 30 che riempiono oggi gli stadi e le arene dove suona Bruce Springsteen non debbano necessariamente sapere tutto questo. Se ci si sono sporcati qualche sera il muso magari è meglio, ma i loro anni Settanta è giusto che se li cerchino tra l’energia di "The Rising" e i chiaroscuri di "Devils & Dust". Per poi andare in giro a ripetere, ossessivamente, che come si stava nei Duemila non si è stati più.

- Ermanno Labianca

venerdì 26 giugno 2009

AIN'T NO SUNSHINE: è morto Michael Jackson


Michael Jackson me lo voglio ricordare con la faccia che aveva quando l’ho conosciuto. Accadeva nel mio primo viaggio americano, anno 1974, in un’America dove c'era ancora la Motown e in cui ero finito, tredicenne, ad accompagnare mia madre e i miei nonni in un viaggio meraviglioso – un’iniziazione, è il caso di dire - che ci avrebbe portati a Manhattan, a Boston, alle cascate del Niagara, ma anche ad Albany e Rochester perché è America anche quella. Compravo dischi con frenesia, quasi compulsivamente, già allora, risparmiando sui vanilla ice cream. Ricordo che misi in valigia i miei primi trofei americani: un copricapo paracolpi in plastica dei Pittsburgh Pirates, una palla da baseball firmata da mio cugino Dave Giusti (che dei Pirates era stato un pilastro negli anni Sessanta), una mazza in legno della Adirondack e un sacco di 33 giri.

Conservo ancora tutto: la palla quando il mio conto va in rosso sono tentato di metterla su Ebay (anche perchè riporta una serie di dati tecnici di quel memorabile Pirates-San Diego Cardinals del 18 maggio 1969), i dischi no. Casomai li ricompro in cd. L’ho fatto anche per “Got To Be There” (1972) di Michael Jackson un sacco di tempo fa perché il vinile, sul quale c’è ancora l’adesivo “consigliato da Diana Ross”, gracchia che è una bellezza.

Mi fece simpatia quella faccia negretta. Ricordo che un altro mio cugino più grande, a Seneca Falls, suonava a ripetizione “Ain’t No Sunshine”: la trovai bellissima e uscii a comprarmi il disco. Che è bellissimo perché non c’è solo il pezzo di Bill Withers, ma anche “Got To Be There” e la più bella “You’ve Got A Friend” che si possa ascoltare. E’ un Seventies soul ancora incontaminato, quello dei capelli afro e delle macchine gigantesche. Niente incisivi d’oro, collane da un chilo e tatuaggi ostentati come usa oggi tra le star del rap e del Nu Soul. Michael era candido e pieno di fratelli che cantavano bene come lui. Vederli in televisione era una poesia. Poi, dopo essere diventato il re del pop con canzoni belle ma già diverse ("Billie Jean", "Thriller", "Human Nature" e tutto il resto), è diventato Jacko e di candido c’era solo la pelle, al cui sbiancamento Jackson lavorava ossessivamente. Così, quando ha iniziato a mostrificarsi è stata un pena che non mi interessava partecipare. Mascherine sulla bocca, i tanti misteri di Neverland e quei figli bianchi come lui che forse non hanno mai ascoltato un disco dei Jackson 5 perché era patrimonio dell’altra vita, quella - chissà perché - rifiutata.

Michael Jackson è morto qualche ora fa. Così, io che sono un romantico, ho rimesso su "Got To Be There", con tutte quelle orchestrazioni e quelle ingenuità. Mi fa pensare che anche grazie a queste canzoni non sono finito a lavorare in un Ministero. Ce n’è una, carinissima, che non ricordavo. Sembra di ascoltare le Zie Supremes di "Baby Love" e fa anche scappare la lacrimuccia, perché si intitola “Love is here and now you’re gone”.

Love, Michael. E cerca di non sentirti troppo solo anche lassù.

venerdì 15 maggio 2009

RIGO: "Smiles & Troubles", il viaggio di un bassista. Dieci canzoni, quattro corde e "due mogli".


Antonio, Rigo Righetti, Rigo, Antonio Righetti: chiamatelo come volete, ma Rigo va meglio. Perchè è breve, asciutto, musicale, e perché è una bella fortuna avere un marchio che ti rende quasi unico (pensare a Elvis e Bruce, tanto per dirne due ai quali Rigo non è indifferente e sui quali ne sa un bel po’). Poi, fatevi i conti, R.I.G.O, fanno quattro, quattro lettere, come “bass”. Lui e il basso sono una cosa sola, da un bel pezzo di vita, e tra loro c’è l’intruso, o la seconda moglie (perché Rigo naturalmente è bigamo): Robby Pellati, di professione batterista.
Succede tutto in “Smiles & Troubles” (Irma Records), prova numero due (c’era stato il mini “Songs From A Room” qualche anno fa) di una carriera da solista iniziata quando Rigo era già, con Robby (naturalmente), il motore di Luciano Ligabue. Tappe precedenti, in Italia, erano state per entrambi quella nei Rocking Chairs (tra Modena e Reggio, importante perché ha davvero messo le basi a tutto), e quelle al servizio delle canzoni di Edoardo Bennato (fugace) e Marco Conidi (concerti e un brano su disco, “Un passo via da te”, cover di “One Step Up”, venuto bene davvero, con l’apporto di un altro Chairs: Giorgio Buttazzo).


Rigo racconta, e posso confermarlo, di camere quadruple, poi triple, diventate improvvisamente comode singole, in quel salto dal rock'n'roll di provincia con puzzo d'America alle 4 e 5 stelle da classifica del lusso garantito dal suo Boss più acclamato, quel Luciano Ligabue che, come usa talvolta nel rock’n’roll, a un certo punto ha voluto continuare il viaggio da sé e “ha messo via” i cilindri cromati di Rigo e Robby per cambiare motore. Ecco che nella strada lastricata di esperienze di ogni tipo e collaborazioni con nomi che al pubblico del rock più genuino dicono molto (The Gang e Mauro Pagani in Italia, Elliott Murphy, Robert Gordon e Willie Nile dove capita) sono tornati d'attualità gli alberghi a due e tre stelle, che in questo lavoro significano due metri quadri di bagno in meno, niente servizio in camera ma un chilometro di strada libera in più.
Se l’è presa tutta, Rigo, quella strada e ci ha messo le sue idee e il suo gusto, senza commettere l’errore di confezionare un disco per i vecchi appassionati dei Rocking Chairs né per l’esercito da stadio che canta a memoria ogni canzone che passa la radio al Bar Mario. Ci ha messo dentro le letture che ama, i bei film che ha visto, i viaggi, gli anni passati ad ascoltare la musica (cosa utile per migliorarsi, perché non basta fare come in Italia fanno quelli bravi “ma bravi un bel pò”, non basta solo suonare). L’ha inzeppato, questo disco, delle cose che ha imparato quando vendeva, in un buco di quelli che non esistono più, i dischi dei musicisti che apprezzava. Ne è venuto fuori un lavoro ambizioso e atipico, un disco da cantautore rock che non suona da cantautore rock, perchè non è prodotto come lascerebbe supporre il curriculum di questo musicista curioso e di Pellati (a cui si aggiungono qui Marco Montanari, chitarrista di ruolo, e pochi pochi ospiti, tra cui Pagani).


“Smiles & Troubles”, registrato e missato tra Correggio e El Paso, Texas (davvero tra la Via Emilia e il West, mica chiacchiere) brilla perchè mai prevedibile, nè banale. Lo si capisce da come inizia “A Girl Called You”, con quell’organo che parte quando invece ti aspetti la voce, una voce con la quale Rigo, che è e resta un eccellente bassista prima di essere un cantante, fa un lavoro onesto ed essenziale, senza puntare a convenienti modelli visibili o a canoni imposti. Qui di imposto, e di conveniente, non c’è nulla, lo capisci da quella love-song un po’ fifties – “Stay” - che viene lanciata nello spazio dei Duemila da un lavoro di voci in retrovia e di programmazioni abbracciate a un malinconico violino. Lo capisci quando le chitarre lontane di “I Love You” ricordano i primi R.E.M. e non gli U2 dei grandi tour. Ne sei certo quando l’incedere di “(Just Like) St.Thomas” più che al mainstream rock che è stato la prima casa per Rigo negli ultimi vent’anni (ma qualcosa riecheggia nell'ottima "The Wrong Side Of Everything”, con quel basso “bello fuori”, così “Rigo”, così "Rocking Chairs") fa pensare a un bizzarro ma gustoso incrocio tra l’Europa dell’est e i Los Lobos più sperimentali (la ritmica, e quella chitarra twang che suona sul canale sinistro). “Lonely Winter”, “All I Really Want” e le altre, sono canzoni pensate e scritte nell’intimità, ricolme di sentimenti personali, tra riflessioni, amore per la donna amata e quel senso di libertà che ti lasciano sempre le esperienze importanti appena concluse.

C’è sempre, qui, un protagonista che si dibatte tra la dolcezza e l’amarezza, che poi sono componenti inscindibili della vita, su quella strada che percorriamo ogni giorno. Non c’è da credere completamente a Kerouac, uno che la strada la conosceva bene, e a quelle sue parole: “Mankind is like dogs, no gods”. Però un bel po’ di verità da lì’ arriva ancora, perché - a chiunque, ovunque e sempre - dopo una carezza è facile che la vita assegni un paio di morsi alle caviglie. Ecco allora Kerouac e gli altri. Rigo, dopo aver realizzato un disco ispido e morbido come la vita, accattivante ma perfettibile, cielo azzurro e nuvole, “sorrisi” e “preoccupazioni”, quelli bravi a mettere insieme le parole (Pavese, Miller, Pessoa, Kerouac) se li porta dietro anche nei live show. “Musica e readings”, potrebbe esserci scritto qualche volta sulla locandina. Canzoni di "love and hate" insieme a fogli strappati scegliendo bene. Cose che negli stadi non si possono fare. C’è un prezzo per tutto. Cosi si torna ai piccoli club, con una sacca piena di idee e i sogni non ancora consumati. Tanti auguri.

Acquista il disco: www.msol.biz/

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Il Rigo Righetti Trio (Righetti+Pellati+Francesco Pugnetti) gira l’Italia (questa sera, 15 maggio, è di scena a Roma, al Caffè Fandango, vicino Piazza del Pantheon) con le canzoni di “Smiles & Troubles” + Elvis, Robert Johnson, Leonard Cohen and more. Altro piattino niente male che vedrà Rigo tra i protagonisti è un giro di concerti estivi con Steve Wynn (Dream Syndicate), Chris Cacavas (Green On Red), Linda Potmon (Miracle 3) e altri. “Wynn plays Dylan” sembra molto di più di un “very special project”, come annuncia Antonio. E’ troppo bello per essere vero. Sarà agosto – “Antò, faaa caldo” – ma un pensierino…

Live gigs and more www.myspace.com/rigorighetti