lunedì 2 febbraio 2009

BRUCE SPRINGSTEEN: WORKING ON A DREAM, il sogno pop della E Street Light Orchestra. E il popolo del Boss si divide.


Ryan Adams, 34 anni, qualche discreto album e nessun capolavoro alle spalle, ha avvisato i fan dal suo blog: “lascio la musica, potrei tornare, ma non ne sono affatto certo”. Bruce Springsteen, 60 anni dietro l’angolo, qualche discreto album e diversi capolavori, pubblica il suo ventiquattresimo disco non senza fiatone ma è qui, a giocarsela su quel terreno che è suo da una quarantina d’anni.
Questo non è un paragone tra il Boss e il giovane Ryan (non Bryan), al quale va dato il merito di aver scritto buone canzoni e di aver provato tutte, ma proprio tutte le strade per realizzare un album da vero Boss: é un modo per spiegare quanto sia difficile, nel mondo della musica, restare competitivi a lungo.
A voler tirare in ballo due grandi, equiparabili a Springsteen per statura artistica, si può evidenziare come sia Bob Dylan che Neil Young abbiano alle spalle paurose oscillazioni. Da un trentennio almeno, quando si parla di album registrati in studio per loro si alternano segnali di giubilo, il pollice verso, entusiasmi e indifferenza: accade di tutto, ormai è la normalità. La normalità, forse, per due artisti che ci hanno preparati a tutto, saltando tra divagazioni elettroniche (lo Young di “Trans”) e incolori album di cover (Bob, nei giorni di “Self Portrait” e “Dylan”), non per Bruce Springsteen, che come i colleghi tiene vivo il suo mito suonando sui palchi di tutto il mondo ormai quasi incessantemente ma che a differenza loro finisce sempre sotto i riflettori quando pubblica nuove canzoni.
Da noi in Italia, addirittura, arriva puntualmente, da vent'anni, al primo posto della classifica di vendita degli album.
Se Springsteen lascia ancora il segno ad ogni pubblicazione è per effetto della sua straordinaria capacità di rimanere in gara, al centro di quella competizione artistica che molti suoi coetanei illustri hanno abbandonato da tempo.


Quando sembrava voler affondare nuovamente la mano negli archivi, offrendo al suo pubblico nel trentennale di “Darkness On The Edge Of Town” (1978) un’edizione rimasterizzata di uno dei suoi dischi più belli (potenziata da un concerto e da un documentario già registrato, con Patti Smith a dire la sua su “Because The Night”), è arrivato l’annuncio di un nuovo disco, nuovo a metà, a ben vedere, perché presentato esplicitamente come una appendice di “Magic”.
Diciamolo subito: “Working On A Dream” è troppo complesso per finire da subito liquidato come l’appendice di qualcosa. Non è un capolavoro, ma un disco da attraversare con cognizione di causa e una giusta dose di rispetto.
Certo, presentarsi con un fumetto anziché una copertina e partire con un pezzo da otto minuti è quantomeno azzardato. Della copertina rispondano l’artista e il suo staff, gli stessi che approvarono l’indimenticabile scatto fotografico usato per “Born To Run” e che rifletterono per mesi proprio sulla grafica di “Darkness”. Sul pezzo non si apra un processo: poche volte Springsteen ha rasentato o superato quella misura (“Incident On 57th Street”, “New York City Serenade”, “Jungleland”, “Backstreets”, “Drive All Night”: parliamone!) e nemmeno “Stairway To Heaven” o “Hotel California” durano tanto, tuttavia “Outlaw Pete” è composizione rock, genuina e roots abbastanza da non far sospettare intenzioni lucrative. Poteva risolversi prima ma ha il merito di concludersi senza che gli occhi siano caduti sull’orologio, e poi sembra coincidere con le intenzioni di due Springsteen al di sopra di ogni sospetto: quello del pre-“Greetings”, che scriveva storie di pistole e malaffare (“He’s Guilty”, “The Ballad Of Jesse James”), e quello delle “Seeger Sessions” che ha nuovamente abbracciato il mondo dei fuorilegge (“John Henry”). Assolta a fatica, ma il tempo e il palco, se Springsteen deciderà di portarsela in tour, le faranno del bene.


Bruce non è tipo da cadute verticali. Ha lasciato perplessi ma mai sconcertati. Ha pubblicato dischi che potevano essere più concisi (i due del 1992, dai quali poteva trarne uno potenzialmente bellissimo, da metterci la mano sul fuoco; un album che avrebbe reso ancora di più se fosse stato suonato dalla E Street Band e non da musicisti di talento chiamati a percorrerne il solco) ma mai ha veramente tradito le aspettative dei suoi fan.
Oggi c’è da seguirlo nella sua evoluzione e nella sua lecita curiosità verso ciò che non ha fatto prima d’ora, c’è dunque da esplorare con affetto e interesse la strada che Springsteen è libero di permettersi.
“Thunder Road” su disco non la ritroveremo più? Pazienza, si era capito da un pezzo. Quando si stacca dalle assi del palco, dove tutto continua a funzionare a meraviglia, l’uomo di “Born To Run” cerca un’altra dimensione. È meno terreno, toglie il freno a mano all’immaginazione. E diventa più poetico. Osa. Sogna. Questa è la chiave di lettura per godersi in serenità il sedicesimo album in studio di un uomo che a trentasette anni dal suo primo disco è ancora oggetto di studio e accorate discussioni.


Fresco di Golden Globe (per “The Wrestler”, dal film con Mickey Rourke, bonus track ma punto più ispirato della raccolta), Bruce si presenta sotto un cielo di stelle che sembrano porporina. La giacca l’ha presa dal guardaroba che nemmeno Little Steven usa più. Tra i capelli, un riflesso biondiccio innaturale. Dietro c’è la luna. D’accordo, siamo nel limbo tra magic e dream eppure si poteva essere più sobri nel raccontarlo.


Va detto però che preso in mano e osservato da vicino, soprattutto nella sua versione de-luxe, che è più ampia, l’oggetto “Working On A Dream” smorza lievemente la diffidenza verso l’impasto cromatico della copertina e lo stile scelto per illustrare questo viaggio nel pop di un consolidato boss del rock.

Subito ci investe come già detto il brano di apertura e sono otto minuti da prendere o lasciare, un corpo quasi estraneo che tuttavia – e qui sarà necessaria un’analisi molto più approfondita, prevista anche per il resto dei brani (prossimamente su questo blog) – attraversa più la vita stessa di Springsteen che quella del precoce pistolero qui cantato. Un passo dopo "Outlaw Pete" arrivano “My Lucky Day” (media statura, da quinto disco di “Tracks”) e “Working On A Dream” (rinfrescante fischiettata pro Obama in stile Roy Orbison voltata a guardare quei 60 – dei Kennedy, di Pete Seeger e di Martin Luther King – per l’America mai più tornati), e il fatto che sembrino di seconda mano, ovvero che siano state offerte al pubblico in più modi prima dell’uscita ufficiale, smorza un po' la nostra curiosità.
Anche qui il tempo sarà galantuomo e consentirà alle due canzoni di finire riassorbite dall’album che le ospita dopo essere state veloci e improbabili singoli online (ma perchè poi chiamarli singoli, ormai sono fugaci apparizioni da rete, anticipazioni elettroniche senza più cuore nè copertina).

E’ quando si giunge a “Queen Of The Supermarket” – incedere classico, pianoforte e glockenspiel, tenerezze da E Street Band di un tempo e complesse elaborazioni vocali – che scendono in campo, col motore del disco già caldo, tutti gli elementi che divideranno il popolo springsteeniano. Si apre qui un mondo di non facili compromessi tra un deciso sapore rock (marcatamente alla Tom Petty quello di “What Love Can Do”, con cori in stile Byrds che affiorano anche altrove) e un rischioso pastiche pop con la bussola che sterza verso la California dei surf incrociando abbastanza spesso certe orchestrazioni marcatissime che sono sempre state una prerogativa dei gruppi anni Sessanta (ecco il vero riferimento di questo Springsteen anni Duemila che gioca a tuffarsi nei ricordi).
Altra spiegazione è che al contrario di “The Rising”, che trasudava smarrimento e cordoglio, questo lavoro presenta una maggioranza di brani che invitano ad accettare la vita per quella che è, celebrandola con un sorriso. È un disco felice che indugia sull’amore. La politica è una eco lontana, è lambita, forse volutamente silenziata.


L’impasto creato da Brendan O’Brien (che sembra avere esaurito un ciclo) è avvincente ma può stordire. L’orecchio attento ci scoverà i Beau Brummels, i Left Banke, i Monkees e i Kinks. La sponda dei diffidenti e dei meno riflessivi avanzerà il sospetto che questa volta, partendo dai Beach Boys come accadde in “Girls In Their Summer Clothes”, si sia presa la deriva che porta a Jeff Lynne. In “This Life” (e non solo) c’è la E Street Light Orchestra? Nessun problema: è bellissima, quel prologo alla Bacharach è un incanto imprevedibile che abbracciamo con ricambiato incanto, anche perché con la frase «a blackness then the light of a million stars» («buio pesto, poi la luce di milioni di stelle») ben spiega la copertina, il mood dell’autore, il senso del disco e le aspettative del mondo dopo Obama.

Intromissioni d’archi alla Beatles e chitarre che fanno sognare appaiono anche in “Kingdom Of Days” (ampollosa ma convincente e amabile almeno quanto “This Life”) e “Surprise, Surprise” (che a un certo punto cita “You Got It” di Orbison: quindi tutto torna, anche Lynne). Ormai libero dall’obbligo di dover sempre offrire un concept o di cercare un suono unitario, l’autore svolazza, ondivagante e sovente con approccio vocale vagamente tenorile, tra i “singoli” della sua adolescenza e tra i tanti Bruce che ci hanno intrattenuti negli ultimi tempi. Ne raccogliamo in frutto anche l’elegante e composta “Life Itself”, il blues tutto jersey devil di “Good Eye” e l’ottimismo country di “Tomorrow Never Knows”. Anche quando accarezza i ricordi nella bella, acustica e dolente “The Last Carnival” (due funamboli, due polsi che a un certo punto non si trovano più, due amici per la vita separati dalla morte: Bruce e Danny Federici) è uno Springsteen tutto sommato normale, colto qualche centimetro sotto le aspettative (ma due sopra la media dei suoi colleghi coetanei).
L’errore sarebbe volerlo sempre speciale, chiedergli di restituire a noi e a lui stesso l’età che tutti avevamo ai tempi di The River.
Quella è cosa che nessun musicista sa fare.

_____________________________________________________

16 commenti:

Vernè ha detto...

Tutto ok, Ermanno. Ma perchè mi tocchi proprio Ryan Adams?. Secondo me nel nuovo millennio è l'unico che ha saputo "rinverdire" i suoni tanto amati da noi westcoastiani.

Ermanno Labianca ha detto...

Ciao Vernè, in realta non lo "tocco", il buon Ryan, anzi ne evidenzio le qualità, pur con la misura del caso. Ha fatto buone cose, ma secondo me ha prododotto troppo ed è stato abbastanza ondivago, col risultato di disorientare il pubblico, stancare sè stesso e allontanarsi inevitabilmente dall'obiettivo di passare dall'eterna promessa a rocker consolidato. La sua uscita di scena, che lui stesso ha comunicato in questi giorni, è insolita ma mi sorprende fino a un certo punto.

Anonimo ha detto...

quando uscirà il seecondo volume di "talk about a dream"?
in alcuni negozi online lo danno già disponibile, ma poi procedendo all'acquisto non si perfeziona.
e neppure da feltrinelli l'ho visto 10 giorni fa.
un grosso grazie a chi scrive di Bruce con competenza e professionalità spinto da grande passione, l'unico in italia.

Ermanno Labianca ha detto...

Grazie a te per l'attenzione e la fiducia. Il volume 2 è in (lenta)lavorazione, uscirà entro la fine dell'anno, direi tra settembre e dicembre 2009, intorno ai 60 anni di Bruce. Preferisco digerire tutto e chiudere il lavoro con calma, senza cavalcare necessariamente l'onda del nuovo album, del Superbowl e del tour. Ciao, E

silvano ha detto...

Bella e profonda recensione.
Sono praticamente d'accordo su tutto. La cosa che non riesco a capire molto bene è perchè si leggano da parte di alcuni critici (quindi persone mediamente più preprate e professionali dei normali appassionati) delle recensioni di questo woad decisamente negative. Ora a parte i gusti personali, resto interdetto quando leggo che working non è come born to run, o the river...grazie questo lo so anch'io.
Dico come si fa non tener conto che passano gli anni, le persone, e che sarebbe oggi impossibile rifare born to run e che non avrebbe nemmeno senso?
Non capisco chi si ostina a dire queste cose, manca di logica e di gusto minimi.
Comunque a parte la polemica, chè queste cose le posso accettare da alcuni fan ma non da persone preparate, volevo dirti che anche secondo me (semplice fan) Bruce ha fatto un gran disco.
Ci sono delle belle canzoni, alcune veramente ottime, e poi c'è outlaw pete.
Ecco Outlaw Pete, penso sia fuori dalla media, non solo per il minutaggio, dal vivo se la farà rivelerà delle potenzialità inaspettate, mi ci vedo già cantarla tra il pubblico, ma ha anche qualcosa di più che ancora non so ben definire.
Ci sto pensando perchè per ora sono solo suggestioni, ma colgo degli eco familiari quando urla quel "can you hear me?", con "is there anybody out there?", solitudine, vita, sofferenza, diverso tra uguali...il tutto trattato in modo meno intellettualistico di quanto abbia fatto a suo tempo waters, ma comunque efficace ed angosciante.
Mah, ci devo ancora pensare però.
Ti ringrazio ancora per la bella recensione ed anch'io non vedo l'ora che esca il seguito di "Talk about a dream", ci metterai dentro anche l'analisi di quest'ultimo abum vero?
ciao, silvano.

Anonimo ha detto...

caro ermanno ti conosco e ti stimo sin dai tempi di FTD,
mi riconosco in toto nella tue recensione...finalmente parole pacate che colgono il vero spirito di bruce. grazie per tutto ciò che fai. ilario

Skywalkerboh ha detto...

[“Working On A Dream” è troppo complesso per finire da subito liquidato come l’appendice di qualcosa. Non è un capolavoro, ma un disco da attraversare con cognizione di causa e una giusta dose di rispetto.]

E' proprio questo il problema: in molti, troppi forse, vista la copertina (comunque brutta a mio avviso) e sentita qualche canzone, hanno subito preso il bastone per andare giù duri nel giudizio su questo album.
E' un album pop: chi dice che Springsteen deve sempre fare Rock?
E' un buon album pop, magari non troppo elaborato nelle liriche (per esempio D&Dust in questo gli è molto superiore), ma ben elaborato nelle melodie, forse troppo pieno di suoni ma buono.

Quello che dà fastidio di Springsteen è che la sua carriera ha avuto davvero pochi punti bassi, e soprattutto il fatto che dal vivo è sempre il Numero Uno, godendo di una ammirazione smisurata da parte di fans di tutte le età.

Lui è il migliore esempio di come si possa fare (buona) musica a tutte le età, restando coerente con la propria vita, cercando spunti di riflessione su tutto, e esortando a guardare avanti, rimboccarsi le maniche e vivere a pieno.

Springsteen è scomodo, forse, ma per questo lo adoro.

Anonimo ha detto...

caro Ermanno, aspettavo con curiosità la tua recensione su WOAD. nei giorni passati più volte sono entrato nel blog nella speranza di leggerla. oggi la trovo,la leggo in un fiato e la condivido pienamente nella sostanza.
Mi sento sollevato dal fatto che quello che scrivi coincide perfettamente con la mia analisi, a parte Kingdom of Days che reputo veramente stucchevole.
Outlaw Pete poteva chiudersi a 5,30 min.(non vedo l'ora però di sentirla dal vivo)
In realtà proprio perchè è un disco che sulle prime spiazza, disorienta, più che mai ho bisogno di capire se queste sensazioni colpiscono solo me o si tratta di un discorso generalizzato.
Ho letto diverse recensioni, ma la tua per me è una "special one".
Fai bene a ricordare che Bruce a 60 anni è ancora lì, nel bene e nel male.
I 12 minuti del Superbowl sono stati un scarica di energia incredibile.
Dal vivo Bruce è il più grande di tutti i tempi.
Aspetto la tua analisi approfondita.

see you on the road!!

Antonio
www.blastwaves.net

Massimo Radicchio ha detto...

Condividendo gli apprezzamenti a te rivolti dai frequentatori del blog, mi sono trovato a riflettere sui momenti in cui leggo qualcosa di tuo su Bruce e volevo dirti sinceramente che provo la stessa intensità di emozione di quando ascolto le canzoni di Bruce! Grazie da sempre (notturni Rai e FTD inclusi) e per sempre per l'impegno, la competenza e la passione che ci metti.
Anch'io aspetto il seguito di talk about a dream, così come aspetto le profonde recensioni delle canzoni di WOAD. "Count the wrinkles and the grays
write away, write away".

Elena ha detto...

Impossibile contestare una tua recensione, non oso! Ogni volta che si parla di Lui sono sempre belle parole e non mi stupisco che con il nuovo cd il nostro grande popolo di springsteeniani si sia diviso...chissà cosa ci aspettavamo?!Ogni canzone di Bruce per me è come un regalo, un consigio di un uomo che a volte mi sembra il mio mgliore amico, alle volte mio padre e alle volte, diciamo pure sempre, vorrei che fosse ancora il ragazzo di born to run. Forse perchè sono molto giovane (mi manca ancora qualche anno ai 20) ma ogni volta che pubblica un disco, è come se rimanessi un po' "delusa" nel vedere dalla copertina che non è più quel giovane selvaggio e innocente; ma mai nessuna critica: una delle cose che amo di Lui è che sia riuscito a crescere e non farsi intrappolare da ciò che aveva lui stesso creato; è cresciuto e ha fatto crescere il personaggio; pensateci, quanti altri ci sono riusciti? Come ha scritto Silvano, non avrebbe senso un born to run adesso. E scusate, come si può criticare qualcosa a Bruce Springsteen? Parliamo di un uomo che per più di 30 anni ci ha regato le migliori performance live, i migliori cd della storia (e mi riferisco al secondo, terzo e quarto e, beh ovviamente anche al quinto); Lui che per anni ci ha fatto sognare, guidandoci per un'America che tutti sognano, ma che pochi trovano; Lui che ci ha aiutati e fatti divertire (ramrod live?!)...ormai non ci sono più grandi Artisti come Lui! Voglio cogliere l'occasione per ringraziarti e complimentarmi per libri come Real World e American Skin, libri che guardo ogni sera, lasciandomi trasportare in quel Jersey Shore dove Madam Marie non è ancora stata presa dai poliziotti...che dire, io continuerò a credere in Lui e a sognare, con le Sue canzoni e i tuoi libri...that's a fact!

Ermanno Labianca ha detto...

Elena, un po' sotto ai vent'anni e già così saggia? Io alla tua età compravo "Darkness": era il "nuovo" disco di Bruce Springsteen. A qualcuno non piaceva "Adam Raised A Cain", altri trovavano "Racing In The Street" un po' noiosa, e c'è chi riteneva "Factory" e "Something In The Night" due doppioni. Ma ci pensi? Io ho addirittura faticato un po' a digerire i primi ascolti. E' che bisogna aspettare, far crescere le emozioni, le canzoni devono respirare, come il vino. "wise man says, only fools rush in...".
Con ciò non dico che cambierei "Prove It All Night" con "My Lucky Day", ma ora che ho qualche anno in più dei tuoi quasi venti cerco sempre di spiegarmi, e godermi, quello che la vita mi mette davanti. Ciao e grazie per come concludi il tuo post, - E

Maurizio Pratelli ha detto...

Caro Ermanno, già la premessa racconta un mondo intero. Un abbraccio e grazie.

Luigi Mariano ha detto...

Caro Ermanno,
molto felice di ritrovati in un blog e di gustare i tuoi pensieri.

Ogni volta che leggo quello che scrivi di Bruce, come immaginerai, un po' mi commuovo per l'affetto (identico al mio, naturalmente) che trasuda ogni tua "singola" parola scritta. E' un affetto maturo, quasi mai stucchevole nel compiacimento forzato, ma sempre piuttosto sincero e credibile.

Io negli ultimi tempi (da "The rising" in poi) sto diventando forse solo un pelino più critico col nostro fratello Bruce, ma sono davvero lievi sfumature.
Perché il discorso (chiaro e incontrovertibile) che hai fatto tu e altri deliziosi commentatori non si discute: Bruce è un grande a restare "sulla cresta" per così tanto tempo, sempre con vigore e passione sconfinata, con alta qualità. Altri suoi colleghi anche più giovani si abbandonano a imbarazzanti sbiadimenti e a parentesi molto più imbarazzanti del peggior Boss.

Il "suono Brendan O' Brien" non ha mai riscosso le mie simpatie, ma è anche Bruce che vuole certe cose.

Quello che posso dire è che secondo me Bruce scriverà altri capolavori, ma i certo non nel pop e nel rock, dove credo abbia già dato tutto. Scriverà e racconterà ancora cose magnifiche come menestrello folk, con album tipo Tom Joad. Secondo me su quel lato ne vedremo ancora delle belle e non vedo l'ora, perché (come sai) io amo il modo in cui SCRIVE i testi e le storie Bruce, una roba che rimarrà come letteratura. Del resto me lo immagino, 74enne, in qualche vecchio teatro, in qualche solo-tour tipo il '96, o ancora meglio come nell'indimenticabile tournèe di D&D, anche col pianoforte. Sì, ne vedremo ancora delle belle pe moltissimo tempo.

Un abbraccio.

Luigi

Gianluca ha detto...

Ciao Ermanno.
Finalmente "LA RECENSIONE" di WOAD dopo tanto straparlare di gente (giornalisti) che non ne sa nulla. Sono davvero felice di leggerti e di condividere le tue parole. Hai la capacità di trasmettere quella cosa che ti prende allo stomaco ogni volta che arriva qualche novità da Bruce, che è patrimonio di non tutti coloro che affermano di amare il nostro.
Devo dire che alla soglia dei miei 45 anni, resti un punto di riferimento che sfiora l'amicizia vera pur senza conoscerti. Mi hai tenuto compagnia ogni sera quando le luci si abbassano e la giornata si chiude definitivamente. Spero troverai tempo e voglia per parlare ancora a lungo di Bruce e di farlo come hai sempre fatto in tutti questi anni. Con grande affetto, Luca

Carmain ha detto...

Ciao Ermanno, ti ritrovo dopo un po'...
Seguivo puntualmente e con grande attesa FTD, (avevo partecipato anche con qualche disegno).
Ogni volta che scrivi su Bruce, io mi fermo e considero il tuo parete un punto di riferimento.
Complimenti anche per la recensione di WOAD.
Lucido e disincantato.
Grazie per il tuo lavoro. Carmain

Anonimo ha detto...

Abbiamo un po 'di difficoltà a sottoscrivere l'RSS, in ogni caso ho libro è contrassegnato con questo grande sito, è molto utile, più pieno di informazioni.