TOM WAITS - IN AMORE SI ESAGERA
Amo Tom Waits come si può amare un fratello che non sai mai a che ora rientra e quando lo fa ha bevuto sempre un bicchiere di troppo. Ma la coperta gliela rimbocchi volentieri, si parlerà domani. È quello che quando ha avuto voglia di raccontare storie romantiche non ce n’è stato per nessuno. Ha scritto quindici, venti canzoni che metterei tra le mie cento preferite. Esagerando. Perché l’amore esagera.
Una buona metà è contenuta negli album del periodo Asylum. Altre si trovano in "Blue Valentine" (1978), "Rain Dogs" (1985) e "Mule Variations" (1999).
Non mi meraviglia osservare oggi che quando per Classic Rock dovetti scegliere nel 2021 un bel gruppo di album di Waits per uno speciale sul songwriter di Pomona pescai negli anni dal 1973 al 1982. Se "Blue Valentine" manca è perché era già stato scelto da qualche collega.
Qualche titolo lo trovate certamente evidenziato in quelle recensioni che ripropongo qui. Ma segnatevi anche Kentucky Avenue, Christmas card from a hooker in Minneapolis e Blue Valentine dal disco del 1978, Time e Downtown Train da quello del 1985, Hold On e House where nobody lives da "Mule Variations".
Sono tornato improvvisamente sull’argomento dopo aver notato che un estratto da una di queste mie brevi recensioni è stato citato da Eleonora Bagarotti nel suo “Tom Waits – La voce e l’oblio”, pubblicato dai tipi di Arcana qualche anno fa. Me n’ero accorto, o forse no. Chi lo può ricordare. Mi fa certamente piacere. Ed è anche per questo che mi sono fatto un’oretta in macchina con la più bella playlist che potessi creare in un giorno di pioggia come questo.
CLOSING TIME (Asylum, 1973)
La Asylum gli apre le porta, Waits, da Pomona Valley, porta un cappello sformato, un pianoforte e le sue canzoni. Che sono oblique come lui, già desiderano il jazz (senza trovarlo) ma ancora abitano in un romanticismo tutto californiano che annienta l’ascoltatore. Melodie che collocano il giovane frequentatore del Trobadour, autore di demos bellissimi (più tardi sui due volumi The Early Years), tra i songwriter più promettenti d’America. Se Ol’ 55 gli renderà per una vita grazie all’incisione degli Eagles (compagni di etichetta) saranno anche Martha, Rosie e Virginia Avenue, con quel suono ancora indeciso tra palme e bar notturni, a fare centro. Un esordio intimo e spettacolare al tempo stesso.
NIGHTHAWS AT THE DINER (Asylum, 1975)
Per Waits, nel 1975, un doppio live non è una celebrazione ma solo un film istantaneo che racconta un inizio di carriera già fulminante. NIGHTHAWKS coglie l’artista in una fase ancora giovane e propositiva, è un passo coerente e sorprendentemente naturale, perché Waits è proprio quello lì, il fumatore pensoso della copertina, che tiene la scoppola in un diner e scruta il domani con la sigaretta tra le dita. La stessa silhouette che barcollante si avvicina al pianoforte e inizia la musica. Con gli ingredienti (On a foggy night) e i problemi di sempre (Warm beer and cold women), con le anime che hanno affollato il club di turno pronte a scommettere che questa storia andrà avanti a lungo.
SMALL CHANGE (Asylum, 1976)
Non inganni la maestosità di alcune orchestrazioni – Tom Traubert’s blues è un gioiello di cui si invaghirà Rod Stewart, uno col fiuto innato per le buone canzoni – perché il Waits di questa quarta tappa non entra in alcun salotto buono, resta ancorato al velluto liso dei vecchi divani, sui quali resta l’odore talvolta pungente delle storie che scrive. Ci sono un pianoforte “che ha bevuto”, un tizio con fegato e cuore compromessi, la ragazza che è fuggita via e parole mai messe a caso. Voce irrobustita, melodie che sanno sempre di carole natalizie, un live sontuoso alle spalle e davanti tanta strada: l’uomo di SMALL CHANGE sta prendendo le misure per costruzioni che si faranno più avventurose.
FOREIGN AFFAIRS (Asylum, 1977)
Al quinto disco ormai Waits è scoperto. Garantisce bellezza ogni volta che entra in studio. Dischi intercambiabili, si dirà, sovrapponibili, portatori di un’atmosfera che come in certi film noir è li dalla prima scena, prevedibile forse ma di quelle che ti prendono al collo senza lasciarti, soffiano ora amore ora vento gelido. Tommy sembra assorto nei suoi pensieri, non dà confidenza, poi piazza i soliti colpi. Negli anni del punk resiste quel bar un po’ demodé dove sentirsi a casa e dove si può trovare Bette Midler a fare la fascinosa (I never talk to strangers) e intuire da dove arrivano certi slanci dell’amica Rickie Lee (Jones, quella di Danny’s all star joint, cosi influenzata da Barber Shop).
HEARTATTACK AND VINE (Asylum, 1980)
Se quasi sempre i dischi di Waits avevano accarezzato subito l’ascoltatore con ballate diventate un marchio di fabbrica, qui c’è una palese aria di commiato. Immediata, la title-track irrompe con un’aria inquieta e strafottente, di un rhythm’n’blues inacidito dalla chitarra elettrica che trama livida. Una nuova strada è pronta. Né migliore, né peggiore, s’intende: semplicemente altra. Fatta di percussioni possenti, voce più impastata del solito, suoni più saturi su tutta la linea. Un disco spaccato a metà, questo, con Ruby’s arms, Jersey girl e On the Nickel, splendidamente conservatrici, da una parte, e un blues incarognito, altrettanto affascinante, dall’altra (In the shades, Mr. Siegal).
ONE FROM THE HEART – Colonna Sonora (Columbia, 1982)
Waits che lavora per Francis Ford Coppola e pubblica per la Columbia sembra giocare fuori casa, perché la formula non sembra del tutto congeniale ai metodi di lavoro dello scombinato artista californiano. Scrivere su commissione, pensare per due (alla voce, con lui, c’è la cantante country pop Crystal Gayle), lo porta a confezionare un album che in qualche modo era stato anticipato qualche passo prima dal duetto con Bette Midler. Il film non convince, cosi il buon lavoro di scrittura di Waits annaspa in un prodotto tutto sommato laterale alla sua attività. Ciò non limita il disco quando lo si ascolta, c’è del bello e tanta eleganza (Broken bycicles, Old boyfriends, Take me home) forse troppa.
FRANK’S WILD YEARS (Island, 1987)
Il disco che, fino a questo momento della carriera, suona come l’opera più teatrale di un artista psicotico e umorale, terribilmente affascinante e sinistro, uno che ti ha preso il cuore strizzandotelo più volte e ora non sa più cosa farsene, vuole il tuo cervello, vuole che tu lo segua ovunque dopo averti narcotizzato. Non si allontana dal classic rock, e se in RAIN DOGS ospitava Keith Richards, qui torna a flirtare col mondo Los Lobos (i Lupi di KIKO si faranno molto waitsiani), ma la sua testa è visibilmente altrove, più Brecht che Randy Newman (col quale ha sempre avuto qualcosa in comune). Ma quando arriva sotto al balcone con una fisarmonica (Train Song) gli porgeresti la solita corda.


