domenica 4 gennaio 2026


TOM WAITS - IN AMORE SI ESAGERA


Amo Tom Waits come si può amare un fratello che non sai mai a che ora rientra e quando lo fa ha bevuto sempre un bicchiere di troppo. Ma la coperta gliela rimbocchi volentieri, si parlerà domani. È quello che quando ha avuto voglia di raccontare storie romantiche non ce n’è stato per nessuno. Ha scritto quindici, venti canzoni che metterei tra le mie cento preferite. Esagerando. Perché l’amore esagera. 

Una buona metà è contenuta negli album del periodo Asylum. Altre si trovano in "Blue Valentine" (1978), "Rain Dogs" (1985) e "Mule Variations" (1999).

Non mi meraviglia osservare oggi che quando per Classic Rock dovetti scegliere nel 2021 un bel gruppo di album di Waits per uno speciale sul songwriter di Pomona pescai negli anni dal 1973 al 1982. Se "Blue Valentine" manca è perché era già stato scelto da qualche collega.

Qualche titolo lo trovate certamente evidenziato in quelle recensioni che ripropongo qui. Ma segnatevi anche Kentucky Avenue, Christmas card from a hooker in Minneapolis e Blue Valentine dal disco del 1978, Time e Downtown Train da quello del 1985, Hold On e House where nobody lives da "Mule Variations".

Sono tornato improvvisamente sull’argomento dopo aver notato che un estratto da una di queste mie brevi recensioni è stato citato da Eleonora Bagarotti nel suo “Tom Waits – La voce e l’oblio”, pubblicato dai tipi di Arcana qualche anno fa. Me n’ero accorto, o forse no. Chi lo può ricordare. Mi fa certamente piacere. Ed è anche per questo che mi sono fatto un’oretta in macchina con la più bella playlist che potessi creare in un giorno di pioggia come questo.




CLOSING TIME (Asylum, 1973)

La Asylum gli apre le porta, Waits, da Pomona Valley, porta un cappello sformato, un pianoforte e le sue canzoni. Che sono oblique come lui, già desiderano il jazz (senza trovarlo) ma ancora abitano in un romanticismo tutto californiano che annienta l’ascoltatore. Melodie che collocano il giovane frequentatore del Trobadour, autore di demos bellissimi (più tardi sui due volumi The Early Years), tra i songwriter più promettenti d’America. Se Ol’ 55 gli renderà per una vita grazie all’incisione degli Eagles (compagni di etichetta) saranno anche MarthaRosie Virginia Avenue, con quel suono ancora indeciso tra palme e bar notturni, a fare centro. Un esordio intimo e spettacolare al tempo stesso. 


NIGHTHAWS AT THE DINER (Asylum, 1975)

Per Waits, nel 1975, un doppio live non è una celebrazione ma solo un film istantaneo che racconta un inizio di carriera già fulminante. NIGHTHAWKS coglie l’artista in una fase ancora giovane e propositiva, è un passo coerente e sorprendentemente naturale, perché Waits è proprio quello lì, il fumatore pensoso della copertina, che tiene la scoppola in un diner e scruta il domani con la sigaretta tra le dita. La stessa silhouette che barcollante si avvicina al pianoforte e inizia la musica. Con gli ingredienti (On a foggy night) e i problemi di sempre (Warm beer and cold women), con le anime che hanno affollato il club di turno pronte a scommettere che questa storia andrà avanti a lungo. 


SMALL CHANGE (Asylum, 1976)

Non inganni la maestosità di alcune orchestrazioni – Tom Traubert’s blues è un gioiello di cui si invaghirà Rod Stewart, uno col fiuto innato per le buone canzoni – perché il Waits di questa quarta tappa non entra in alcun salotto buono, resta ancorato al velluto liso dei vecchi divani, sui quali resta l’odore talvolta pungente delle storie che scrive.  Ci sono un pianoforte “che ha bevuto”, un tizio con fegato e cuore compromessi, la ragazza che è fuggita via e parole mai messe a caso. Voce irrobustita, melodie che sanno sempre di carole natalizie, un live sontuoso alle spalle e davanti tanta strada: l’uomo di SMALL CHANGE sta prendendo le misure per costruzioni che si faranno più avventurose. 



FOREIGN AFFAIRS (Asylum, 1977)

Al quinto disco ormai Waits è scoperto. Garantisce bellezza ogni volta che entra in studio. Dischi intercambiabili, si dirà, sovrapponibili, portatori di un’atmosfera che come in certi film noir è li dalla prima scena, prevedibile forse ma di quelle che ti prendono al collo senza lasciarti, soffiano ora amore ora vento gelido. Tommy sembra assorto nei suoi pensieri, non dà confidenza, poi piazza i soliti colpi. Negli anni del punk resiste quel bar un po’ demodé dove sentirsi a casa e dove si può trovare Bette Midler a fare la fascinosa (I never talk to strangers) e intuire da dove arrivano certi slanci dell’amica Rickie Lee (Jones, quella di Danny’s all star joint, cosi influenzata da Barber Shop). 


HEARTATTACK AND VINE (Asylum, 1980)

Se quasi sempre i dischi di Waits avevano accarezzato subito l’ascoltatore con ballate diventate un marchio di fabbrica, qui c’è una palese aria di commiato. Immediata, la title-track irrompe con un’aria inquieta e strafottente, di un rhythm’n’blues inacidito dalla chitarra elettrica che trama livida. Una nuova strada è pronta. Né migliore, né peggiore, s’intende: semplicemente altra. Fatta di percussioni possenti, voce più impastata del solito, suoni più saturi su tutta la linea. Un disco spaccato a metà, questo, con Ruby’s armsJersey girl e On the Nickel, splendidamente conservatrici, da una parte, e un blues incarognito, altrettanto affascinante, dall’altra (In the shades, Mr. Siegal). 


ONE FROM THE HEART – Colonna Sonora (Columbia, 1982)

Waits che lavora per Francis Ford Coppola e pubblica per la Columbia sembra giocare fuori casa, perché la formula non sembra del tutto congeniale ai metodi di lavoro dello scombinato artista californiano. Scrivere su commissione, pensare per due (alla voce, con lui, c’è la cantante country pop Crystal Gayle), lo porta a confezionare un album che in qualche modo era stato anticipato qualche passo prima dal duetto con Bette Midler. Il film non convince, cosi il buon lavoro di scrittura di Waits annaspa in un prodotto tutto sommato laterale alla sua attività. Ciò non limita il disco quando lo si ascolta, c’è del bello e tanta eleganza (Broken bycicles, Old boyfriends, Take me home) forse troppa. 


FRANK’S WILD YEARS (Island, 1987)

Il disco che, fino a questo momento della carriera, suona come l’opera più teatrale di un artista psicotico e umorale, terribilmente affascinante e sinistro, uno che ti ha preso il cuore strizzandotelo più volte e ora non sa più cosa farsene, vuole il tuo cervello, vuole che tu lo segua ovunque dopo averti narcotizzato. Non si allontana dal classic rock, e se in RAIN DOGS ospitava Keith Richards, qui torna a flirtare col mondo Los Lobos (i Lupi di KIKO si faranno molto waitsiani), ma la sua testa è visibilmente altrove, più Brecht che Randy Newman (col quale ha sempre avuto qualcosa in comune). Ma quando arriva sotto al balcone con una fisarmonica (Train Song) gli porgeresti la solita corda. 

 

 

martedì 30 dicembre 2025

 



INTERVISTA A WARREN ZANES

 

dai Del Fuegos a Bruce Springsteen,

un percorso rock che ha attraversato la Rock'n'Roll Hall of Fame 

 

Con a disposizione strumenti di ogni tipo per comprendere come è nato e cosa ha rappresentato NEBRASKA per il mondo della musica d’autore, diventa essenziale la lettura di “Deliver Me From Nowhere”, tanto nella sua versione originale (Crown, 2023) quanto in quella italiana (Jimenez, 2024). Ne abbiamo parlato con l’autore, disponibilissimo ad aprire una finestra anche sulla sua vita personale e sui motivi che lo hanno spinto, da chitarrista e storico della musica, ad interessarsi così profondamente a quelle registrazioni. Il suo amore per la musica di Springsteen ha radici lontane.


di ERMANNO LABIANCA (dell'ottobre 2025)

foto di CHRIS HARTFORD


Da rock’n’roller a biografo dei propri idoli è un lungo viaggio. Non accade a tutti i

ragazzi con una Fender al collo…

Prima di formare con mio fratello i Del Fuegos sognavo di fare il ciclista, sapevo tutto della

Vuelta e del Giro d’Italia. Poi mi ha chiamato il rock’n’roll, quindi sciolta la band mi sono

trasferito a New Orleans e ho fatto il riparatore di biciclette nel Quartiere Francese. Ero

pronto, sapevo cosa fare, anche se un anno prima con i ragazzi aprivamo per Tom Petty al

Madison Square Garden. Nel retrobottega con le mani unte di grasso non fu facile, poi

ascoltai I Won’t Back Down di Tom Petty alla radio e quella canzone mi spinse verso una

reinvenzione di me stesso. “Non mollare”, mi ripetevo in continuazione.





 

Lei entrò a far parte del direttivo del Rock’n’Roll Forever Museum, supervisionando

i programmi di quella casa del Rock’n’Roll che si trova a Cleveland. Deve essere

stato stimolante a un certo punto osservare tutto con altri occhi.

All’inizio la cosa mi spaventava. Ero a un crocevia. Volevo fare musica, insegnare,

scrivere. Un ruolo nella Rock’n’Roll Hall of Fame poteva scalfire la mia credibilità un po’

punk da chitarrista in una band? Mi stavo vendendo? Mi sbagliavo, non avevo motivo di

preoccuparmi. Ho imparato molto lavorando con Elvis Costello, Dr.John, Robbie

Robertson. All’improvviso insegnavo nelle università, e incidevo dischi per conto mio. Il

tutto riuscendo anche a prendermi un dottorato in ricerca. Ero in una posizione

formidabile.

 

Nel libro su Tom Petty lei raccolse da lui una bella confidenza: “vidi Springsteen al

Roxy di Los Angeles nel 1975, quella fu la miccia, misi ancora più energia in quel

che stavo facendo come musicista”. Qual è stata invece per lei la miccia?

La collezione di dischi di mia madre. Il suo giradischi messo accanto al tavolo dove si

mangiava tre volte al giorno ascoltando Van Morrison, Leadbelly, Aretha Franklin, gli

Stones. Anche il tipo del piano di sopra che suonava in continuazione gli oldies, da Buddy

Holly alle Shangri-Las. Tutto ciò ha portato me e mio fratello Dan a cercare i “nostri” artisti:

Petty, Bruce, Marley, Costello, i Clash, gente che si portava sulle spalle il peso del passato

e ci indicava la strada. Poi un nostro cugino, Trigger Cook, mise insieme una band e noi

capimmo cosa avremmo dovuto fare delle nostre vite.

 

Come arrivaste a Springsteen?

In casa ero il piccolo di tre fratelli. Un buon punto di osservazione, il mio. Fu Dan a

scoprire Bruce con THE WILD, THE INNOCENT & THE E STREET SHUFFLE. Ci

connettemmo immediatamente. Capimmo che lui era arrivato per presentarci a noi stessi.

Quando uscì BORN TO RUN, Dan rivesti il suo diario scolastico con le copertine di Time e

Newsweek dedicate a Bruce, così finimmo noi incartati nel rock’n’roll. Meglio di Dylan, la

cui narrazione richiedeva una concentrazione maggiore. Non ne uscimmo più. Sono

trappole che durano una vita.



Avendolo conosciuto e frequentato per il libro, quali qualità evidenzia in

Springsteen come uomo e artista?

Il modo di comporre, di raccontare. Lo stile. Lo aveva come performer e non solo. Con lui il

rock’n’roll non era soltanto fico, era profondo. Poi il suo romanticismo, che scoprii da

giovanissimo bevendolo in un solo sorso, perché conteneva amore, amicizia, sostanza,

sofferenza, gioia. Bruce ci spinse a partecipare alla vita con un giubbotto di pelle addosso.

 

Immaginava che “Deliver Me From Nowhere” sarebbe servito da spunto per un film

su Springsteen?

Se la tua testa pensa a Hollywood allora è bene non scrivere. Le cose devono venire da

sole. Cercavo una scrittura immediata, ho messo un grado di attenzione enorme nel

cercare quella caratteristica. Pensavo solo al mio racconto. Naturalmente sono felicissimo

che Scott Cooper sia arrivato nella mia vita facendo di quelle pagine un film. Non saprei da

dove iniziare per dirle quanto sono felice.

 

Come scelse gli artisti per “Nebraska Celebration”, lo speciale tv che lei ha

realizzato per il canale PBS?

Lucinda Williams, the Lumineers, Eric Church, Emmylou Harris, Lyle Lovett sono legati da

un elemento: la franchezza. Un album così diverso, così quieto e silenzioso, portato da

quella voce richiedeva una partecipazione sentita, vera. Per la sera più bella della mia

carriera avevo bisogno di gente che sottoscrivesse il mio sentimento verso NEBRASKA.

Necessario sottolineare il legame tra Springsteen e il mondo della country music.

Il country ha una certa importanza per Bruce Springsteen, così come lui da un certo punto

l’ha avuta per quel mondo lì. Abbiamo tutti qualcosa da imparare da George Jones, Patsy

Cline, Webb Pierce, Hank Williams e Merle Haggard. Bruce è uno straordinario insegnante

perché è stato un eccellente studente, uno di quelli che non saltano mai una lezione.

 

In un soundcheck del 1978 aveva suonato qualcosa di Hank Williams, poi THE

RIVER aveva iniziato a far trapelare certe sue conoscenze. Lì a mio parere nasceva

NEBRASKA, tra le pieghe di Wreck On The Highway e The Price You Pay..

Aggiunga Stolen Car. Springsteen è stato assiduo nella costruzione della sua arte. È

partito dalla storia della sua famiglia e da tutto ciò che per lui ha poi avuto un significato

nella vita adulta. Il disco del 1982 è stato a un certo punto il raccoglitore di tutto ciò. Lei

dice bene: quel che affiorava nel 1980 e nel tour del 1981 aveva un senso. Bruce non si

stanca mai di citare le sue fonti, è onesto. Ha aperto tante porte con NEBRASKA e la sua

vulnerabilità, e per questo va ringraziato. Lo ha fatto con misura e dolcezza ma anche con

i denti e con la rabbia.

 

Cito Springsteen, dal suo libro: “ci fu NEBRASKA, poi un crollo”. È stato difficile

portare l’artista ad aprirsi su quello che lui nel libro ha definito “il mio personale

inferno”?

Il mio libro sarebbe stato penalizzato se lui non si fosse aperto in tal modo. Doveva

portarmi nelle sue vene e lo ha fatto. Mi ha molto colpito e ne ho parlato con il mio analista

mentre scrivevo il libro. È stato un momento molto educativo per me. Ho compreso quanto

sia necessario rivelarsi dal profondo.

 

Leggendo quel che lei scrive, la sento molto vicino alle tematiche di Springsteen, a

quei personaggi così disperati di cui lui canta.

Ero un adolescente quando lui è entrato nella mia vita. Non mi sapevo esprimere granché

bene. Lui era soltanto la copertina di un disco nella mia stanza. Salto in avanti: lui che

viene a un concerto dei Del Fuegos in una sua serata libera. Una cosa gigantesca per noi.

Seguirono altri incontri, anche se non potevo certo dire di essere suo amico. Forse non mi

avrebbe nemmeno riconosciuto incontrandomi per strada. Considero NEBRASKA il vero

legame. Quel disco ci ha uniti. Poi ho perso mio padre, il mio matrimonio è finito, ho

attraversato un mare di guai. Prendevo appunti sulle canzoni e mi sono aggrappato a

quelle canzoni come molte altre volte in passato. Credi si tratti di un aspetto che tocca

molti, non solo me. Molta musica pop evita certe tematiche, gli autori tirano il freno quando

il terreno si fa difficile. NEBRASKA è un documento raro, nato nell’ombra. Aiuta a sentirsi

meno soli.

 

Ha avuto modo di ascoltare qualcosa della nuova pubblicazione del disco? Che

effetto le fa?

Le canzoni elettriche le considero un terzo disco. Formano un grande album, indipendente

direi. Non è NEBRASKA, e non è BORN IN THE U.S.A.

Ascoltare la versione primitiva di Born In The U.S.A., solo basso chitarra elettrica e

batteria, poi abortita, porta a chiederci cosa sarebbe stato l’album del 1984 senza

quel pezzo e se la carriera di Springsteen da lì in poi sarebbe stata differente.

Difficile dirlo. La canzone pubblicata ha avuto un grande impatto ed è noto come siano

andate le cose. Sappiamo solo che Bruce nel 1982 aveva voluto deviare verso

NEBRASKA, pretendendo che uscisse prima. Ha scelto la strada più impervia ed è stato

ripagato.



 

INTERVISTA A BENMONT TENCH


LONG AFTER DARK, gioiello (semi) nascosto di Tom Petty & The Heartbreakers, torna sul mercato in versione “potenziata”

 

Nello splendido cofanetto che nel 2020 celebrava, ampliandolo, il bellissimo WILDFLOWERS c’è una canzone che si intitola “È difficile trovare un amico”: durissimo, per gli Heartbreakers di Tom Petty - soprattutto per il chitarrista Mike Campbell e il tastierista Benmont Tench - è stato perderlo l’amico di sempre, in questo caso anche il leader, il fratello di tante imprese artistiche, l’iniziatore di una vicenda musicale che nessuno oggi si stanca di celebrare. 

Petty manca dal 2017 ma una produzione dopo l’altra tiene viva la sua memoria, in maniera vivace, stimolante, mai stancamente speculativa come accade in molti casi.

Benmont Tench, con Petty per cinquant’anni filati, dai Mudcrutch fino a ogni passo degli “spezzacuori”, ha suonato per Dylan, Cash, Orbison, Ringo Starr e Rolling Stones, ma la musica di famiglia è quella che gli sta più a cuore e che racconta sempre con trasporto e accuratezza. 

 

Intervista di Ermanno Labianca

 

Lucca 2012, tornavate in Italia a venticinque anni dai concerti con Bob Dylan. Chi avrebbe potuto dire che sarebbe stata l’ultima volta?

È un gran ricordo, quello di Lucca. Tom ha amato molto quello show. A fine tour, quando tutti sono ripartiti per gli Stati Uniti, io mi sono trattenuto in Italia e sono tornato a Lucca, poi sono stato a Firenze. Dieci anni fa, nel 2014, ero di nuovo nel vostro paese e ho conosciuto la ragazza torinese che avrei sposato e che mi avrebbe dato una figlia.  Non essere più tornato qui con Tom è un dolore, uno dei tanti, che mi porto dentro.

L’affetto sincero traspare dai messaggi che ogni tanto, per un compleanno o per semplice istinto, per necessità lei pubblica sui social. Sono frasi che tradiscono il vuoto che lei sicuramente prova.

Lo riempiamo dedicandoci quasi costantemente al recupero di tante cose belle che abbiamo fatto.

Lei e Mike Campbell state facendo un lavoro egregio, una pubblicazione retrospettiva dopo l’altra, nel tener vive la nostra e la vostra passione per la musica creata come Heartbreakers. Dopo la pubblicazione dei concerti tenuti al Fillmore di San Francisco (del 1997, n.d.ri), tempo due anni e troviamo sul mercato la versione expanded di LONG AFTER DARK.

Eravamo bravi, me lo lasci dire, e Tom scriveva canzoni meravigliose che aprivano mille strade per noi musicisti. Lui e Mike componevano insieme o separati, poi in gruppo succedeva quello che sentite nei dischi. E anche quello che state scoprendo in questi anni. Tutto ciò non può, non deve evaporare. Insieme ad Adria, la figlia di Tom, che attiva sempre tutto, e al co-produttore Ryan Ulyate, ci siamo messi alla ricerca di materiale restato fuori da quell’album del 1982. Non vogliamo pubblicare necessariamente materiale che renda un profitto, vogliamo farvi sentire qualcosa in cui crediamo, che sia molto buono o in qualche caso eccezionale.

È vero. Anche se delle canzoni uscite allora - ora rimasterizzate e unite a molti inediti e live del periodo - Tom ebbe a dire che pur amandole molto non le riteneva evolutive rispetto al suono incontrato nei due dischi precedenti. 

Il disco suonava come volevamo che suonasse allora, rappresentava quel che eravamo: una rock’roll band, nel pieno della maturità, ma che guardava anche oltre, basti pensare al sintetizzatore che rendeva You Got Lucky diversa da cosa fatte prima e compatibile con quanto succedeva in quei giorni. Diciamo che stavamo cambiando con moderazione. Abbiano sempre, tutti, amato quelle canzoni, così graffianti.

Qualcuna più di altre? 

Tutte. E provammo tanta sofferenza nel lasciarne fuori alcune. Keeping Me Alive, ad esempio. Ritenemmo che l’avvio con le chitarre acustiche potesse spezzare quel flusso e ricordare al pubblico alcuni momenti di HARD PROMISES, che conteneva brani più docili. Volevamo sprizzare energia. Non eravamo ancora pronti per esprimerci con la delicatezza e l’introspezione messe poi in WILDFLOWERS. E anche il pop che alcuni di noi hanno suonato in FULL MOON FEVER era ancora lontano dalle nostre corde. Altri brandelli di LONG AFTER DARK dovevano venire fuori, e sono felice che canzoni come Keep A Little Soul, che apriva nel 2018 l’antologia di rarità AN AMERICAN TREASURE, trovino ora un seguito.

Ora sappiamo che Ways To Be Wicked l’avevate registrata nel 1982, prima che venisse donata ai Lone Justice nel 1985. Quella pubblicata adesso è diversa dalla versione comparsa nell’antologia PLAYBACK, che porta come copyright 1986. Era stata riconsiderata per un disco successivo all’esordio della band di Maria McKee?

A dire il vero, la canzone l’avevamo registrata una prima volta già negli anni Settanta, per DAMN THE TORPEDOES e ce l’eravamo tirata dietro fino alle session di LONG AFTER DARK. Credo che Tom volesse depositare la nostra dopo averla data a Maria. Quella che si ascolta su PLAYBACK è la versione di allora, potenziata poi dalla batteria di Steve Ferrone negli anni Novanta. Ha una lunga storia quella canzone. Oggi la ascoltate come l’avevamo pensata per l’album del 1982.

Anche Never Be You era ai margini della vostra produzione ed è finita a Maria McKee che ebbe a registrarla per il film STREETS OF FIRE.

Maria era una nostra amica e fece un bel lavoro, anche grazie all’intervento del nostro produttore Jimmy Iovine. Io ci avevo messo la firma insieme a Tom. Rosanne Cash portò la canzone addirittura al numero uno delle classifiche country poco dopo. In entrambe le versioni c’è un tocco di Heartbreakers. Credo che io e Mike Campbell realizzammo da soli la traccia per Maria, ed io sicuramente suonai a New York per Rosanne.

Oggi nelle classifiche country ci siete voi. Anzi, siete un po’ ovunque con la musica di Tom Petty e questo fa piacere: col cd PETTY COUNTRY: A COUNTRY MUSIC CELEBRATION che vi vede in qualche misura coinvolti, con la serie tv BAD MONKEY piena di cover di vostre canzoni, vecchie e più recenti, e con la riedizione di LONG AFTER DARK di cui stiamo parlando.

We don’t want to fade away (letterale, n.d.i). Faremo sempre di tutto perché la nostra musica e la voce di Tom resistano al tempo che passa.

Vi vedremo mai suonare queste canzoni su un palco con qualche vocalist “scelto”?

Mai dire mai, ma in tutta sincerità non è qualcosa che ora vediamo possibile o vicina. Tom era anche un grande chitarrista e sul palco animava queste canzoni con la forza con cui le aveva scritte. Non sono pronto a vedere qualcuno li, davanti a me, al suo posto.





PERCHÉ "ALLA FINE TUTTI NOI VOLEVAMO SOLO FARE IL DEEJAY"

Lo scrive Sofri, Luca, del quale una ventina di anni fa mi ero sciroppato con estremo piacere le 2556 canzoni che aveva scovato, elencato e commentato nel suo primo “Playlist”.
In qualche modo, adesso che le playlist e le app hanno preso il sopravvento, tutti facciamo i deejay. Solo alcuni scrivono, da deejay. Sofri lo fa benissimo. Con profondità e leggerezza, perché in fondo “it’s only rock’n’roll” o soltanto, come dissero Jannacci e Bennato, “canzonette”.
Lui non è un mio amico, perciò scrivo disinteressatamente. Forse un secolo fa gli combinai un incontro fugace con Morgan al tavolo di un ristorante. Forse lo ricorda, forse no. Del resto era fugace.
Quel che ricordo io è che Sofri era accanto a me, a Milano, sulla balconata dell'Alcatraz, alcune settimane fa.
Pensai: starà facendo ancora raccolta di canzoni? Sotto di noi i Counting Crows, che ne hanno azzeccate parecchie negli ultimi trent'anni e più, anche se la critica (soprattutto quella americana - fuoco amico) è un po’ così.
Ora mi arriva questo “Playlist 2025”, che di canzoni ne riporta 3485. Quelle di allora più altre 959, per la precisione.
Cosi, senza scartare quelle già lette, ché sarebbe da pazzi, sono ripartito da zero. sempre con piacere.
Con piacere. Perché trovare qualcuno che sente come te, pondera, riflette, rimugina, si intestardisce come te su quelle cosette che durano due, tre, quattro minuti e che talvolta cambiano la vita, ti regala un senso di compagnia. Dicono che a fare tutti insieme quel viaggio tra ricordi, potenziometri, libretti illeggibili, vinili ondulati, saltelli e malinconie varie sia parecchio più bello.
Tutto il bene possibile l'ho lasciato intuire, andate e comprate il libro senza indugi, perché è tutto sentito, ponderato e rimuginato con testardaggine, come allora, solo che le canzoni sono aumentate e, come scrive l'autore nelle 21 pagine introduttive (ce ne sono altre 663 di appunti saporiti sulle canzoni scelte e c'è il generoso indice casomai voleste cercarne una a lettura finita, o a metà, o subito), ci sono state rimozioni e correzioni, perché anche delle canzoni ci si può stancare, anche le canzoni invecchiano, e non sempre bene.
Quello che segue trascuratelo se volete, perché si tratta di un noioso elenco di curiosità più rivolte al sapiente autore che a voi che leggerete. Non mi sogno di muovere critiche, sono solo le osservazioni di uno che gradirebbe leggerle se avesse analizzato 3485 canzoni e in qualcuna, solo qualcuna, si fosse distratto.
Tra un'osservazione e l'altra si nasconde l'elogio.
Caro Luca Sofri,
ci vuole un bel coraggio a piazzare sei canzoni degli A-ha tenendo fuori “Take on me”, l’unica universalmente conosciuta. Ma capisco sia voluto, anche perché accade per altri nomi.
Adele, ad esempio: sei canzoni e niente “Hello”? E "Rolling in the deep"?
Tranquillo, ti scrive uno che ha pubblicato un libro sulla canzone d'autore americana. Circa 200 nomi citati, da Adams, Ryan a Zevon, Warren, e ancora mi scrivono, vent'anni dopo, minacciosi, "e Elliott Smith?".
Viva la soggettività.
È simpatica la ricerca delle tante canzoni di De Gregori che prevedono il passaggio di qualcosa: del tempo, del "tram di mezzanotte", delle donne che "vanno e vengono nel porto di Buenos Aires" ecc. Ma dov’è “Cose”? (“Come io e te che stiamo a guardare / Tutte queste cose, passare”).
Hai fatto bene a definire i Blondie, mirabilmente descritti in sole sette righe e mezza, una band proficuamente curiosa, e benissimo a non commentare “Maria”, la loro peggiore pop song.
Anche Costello e Bacharach, oltre ai Blue Nile, hanno citato Toledo. A proposito, ma Burt Bacharach?
Mettere “The Road” in relazione con Jackson Browne (che ne fece una bellissima versione, certamente “la” versione) senza dire che non l’ha composta lui ma Danny O’Keefe è strano assai.
Evviva i guilty pleasures di cui molti si vergognano. Thumb up per le ballatone dei Chicago (quelle tra il 1976 e il 1982) e quasi tutto Baglioni. Quando ci vuole ci vuole.
Evviva le canzoni dove si parla di Bologna (Guccini) e del Bologna (Carboni, Cremonini) o in cui, fatto più raro, un bolognese (Dalla) si lascia sfuggire una frase su Milano. Evviva le nostre città cantate, quando le cantano come si deve.
Yvonne Elliman il suo gran momento di celebrità prima di cantare con Clapton “Let it grow” (1974) lo aveva già avuto, essendo stata la Maria Maddalena di "Jesus Christ Superstar" (1973). La botta di "Saturday Night Fever" (1977) fu solo un ritocco alla sua visibilità.
E va bene che quando si parla di canzoni diventa tutto soggettivo, ma per Lou Reed tre dal discreto "Ecstasy” e nessuna dallo spettacolare "New York"? Nemmeno una "Dirty Blvd." per sbaglio?
Ti aspetterò tra vent'anni con Playlist #3. Per verificare se saremo riusciti a trovare altre 1000 canzoni degne di nota. Io qualche dubbio lo nutro.
E se ho scritto qualcosa di contestabile, ci si vede presto in balconata.



È NATALE, TEMPO DI CANZONI… A TEMA.

Alcuni miei consigli per avvicinarvi in modo ragionato alle Christmas Songs, colte in quel terreno che offre prevalentemente roots punk folk e rock’n’roll.

Elenco solo alcune delle mie preferite, desunte da miei album che potrebbero non essere più in circolazione. Non ho verificato, potreste però trovarne alcune su Apple Music, Spotify o Tidal e farvi una playlist.
Escono un po’ dal seminato, eludendo quel che potete ascoltare in diffusione, e a ripetizione, nei centri commerciali.
Enjoy it!


Come prima cosa preparate una cartolina di auguri per la grande Annie Lennox e mandate un pensiero a tre prodi della nostra musica che non ci sono più: Jimmy Buffet, J.D.Souther e Shane McGowan. Tutti nati il 25 dicembre. La prima, nella fase Eurythmics, aveva cantato, meravigliosamente sorretta dall’armonica di Stevie Wonder, There must be an angel (Playing with my heart), immaginandosi immersa in un’orchestra di angeli. “Nessuno sulla terra può cantare così”, ripeteva lei, in quella che era una canzone ascrivibile al clima natalizio senza essere dichiaratamente una carola. Due anni dopo, nel 1987, chiamata a raccolta dagli organizzatori per il primo volume di quella che si sarebbe rivelata una gran bella serie discografica, denominata A Very Special Christmas (incassi in favore della ricerca sul ritardo mentale, grafica di Keith Haring), la Lennox incise con il suo sodale Dave Stewart una bella versione di Winter Wonderland del 1934, una delle 25 canzoni natalizie più eseguite del secolo scorso. In quel disco c’erano anche Bob Seger (Little Drummer Boy), John Cougar Mellencamp (I Saw Mommy Kissing Santa Claus) e Bruce Springsteen (Merry Christmas Baby), e forse bastano questi tre nomi a farvi correre.
L’indimenticato leader dei Pogues Shane McGowan pur non avendo mai inciso un Christmas Album è una voce natalizia ricorrente perché la sua atipica, sbilenca, amatissima canzone di Natale è Fairytale of New York, dialogo surreale tra due ubriachi, incastonato in un brano la cui storia (cercatevela) è un romanzo. Lui e lei (voce femminile Kirsty MacColl) litigano aspramente per strada. Nel video un poliziotto (il cameo è di Matt Dillon) incastra McGowan nel Lower East Side, un’orchestra di grancasse e cornamuse suona davanti all’arco di Washington Square, ma quando lei si avvicina al pianoforte di lui è magia. Siamo dalle parti del romanticismo ad alto tasso alcolico di Tom Waits. Meraviglia.
Se poi intendete restare dalle parti dell’Irish Sound in salsa natalizia il vostro disco è The Bells Of Dublin dei Chieftains, dove il gruppo canta con Elvis Costello (un altro noir, intitolato St.Stephen’s Day Murders), Jackson Browne (The Rebel Jesus, una delicata anti-christmas song che accusa i fedeli di impegnarsi in preghiere spesso ipocrite) e Rickie Lee Jones (la classicissima O Holy Night, insieme a Suzie Katayama).
Aspri nei suoni ma amabili per le intenzioni furono i Ramones nel 1989 quando registrarono Merry Christmas (I Don’t Wanna Fight Tonight), un numero punk composto da Joey Ramone che intendeva regalare un po’ di distensione in un momento di conflitti interni alla band.
Se queste frequenze fanno per voi, se i quattro sempre fasciati di pelle vi fanno suonare qualche corda, gettatevi su Punk Goes Christmas (2013), doppia compilation della Fearless in cui i Man Overboard cantano Father Christmas dei Kinks e gli Yellowcard, altro Punk USA ma da Jacksonville, strapazzano un po’ Christmas Lights dei Coldplay. Se gradite i Green Day questo pezzo vi conquisterà. È, quello dei Ramones, degli Yellowcard ma anche quello dei Coldplay, un rock che attraverso le canzoni natalizie offre un segno di pace.
Come fece anche Nick Lowe nel 1974 con i suoi Brinsley Schwarz (What’s So Funny ‘Bout) Peace, Love And Understanding. Non proprio natalizia come carta d’identità (ma influenzata, a detta dello stesso ex Rockpile, da Jesus Was A Cross Maker della cantautrice Judee Sill), la canzone, dal 1979 quando Elvis Costello la inserì nel suo album Armed Forced prodotto proprio da Lowe, è entrata nelle scalette di molti artisti ed è stata suonata in occasione di concerti e benefit natalizi.
“The Christmas Extravaganza” erano nominate le serate a tema organizzate dall’ex Stray Cats Brian Setzer che con la sua combriccola swing, la Brian Setzer Orchestra, tanti leggii, tanti fiati, tanto rock’n’roll, si divertiva a riproporre tutto lo scibile natalizio sempre accompagnato dalla sua prodigiosa chitarra Gretsch. Almeno tre i dischi – Boogie Woogie Christmas (2002), Dig That Crazy Christmas (2005) e Rockin’ Rudolph (2015) – che non possono mancare nei vostri scaffali se amate il rockabilly che lì esplode sterzando verso le tonalità del country. Nell’orchestra ha fatto anche capolino il pianista Matt Rollings, un vero maestro quando si tratta di incrociare le carriere di artisti di quell’area li.
Di nomi del country, o songwriter e assimilabili al genere potrei qui consigliarvi un’infinità di dischi. Ne hanno pubblicati parecchi, e che vi piaccia o meno la scrittura delle canzoni natalizie sono bellissimi.
Parto a raffica per concentrarmi poi su un solo titolo: fidatevi di John Denver, Dan Fogelberg, Shawn Colvin, Jesse Colin Young, Shelby Lynne, Kenny Loggins, Dwight Yoakam e Chris Isaak, ma la palma del miglior album “natalizio” di un cantautore va A John Prine Christmas (Oh Boy, 1993). Perché è conciso (8 tracce), a fuoco, originale. Prine pesca un titolo tradizionalmente preda un po’ di tutti, I Saw Mommy Kissing Santa Claus del 1954, ma gli affianca canzoni adatte, grazie a un egregio lavoro di compilazione. Ecco brani autografi come All The Best, in versione live, che è un augurio bellissimo, If You Were The Woman And I Was The Man, anch’esso dal vivo con i Cowboy Junkies, e il bellissimo Christmas In Prison così come venne trasmesso, in versione acustica, da una stazione radio nel Tennessee.
Steve Earle non ha all’attivo nulla di prettamente natalizio ma con lo stesso gusto un po’ amaro e grossomodo lo stesso sound di Prine confezionò nel 2004 un autentico capolavoro: Christmas In Washington, che oltre a lanciare strali verso i repubblicani per la loro politica estera durante la guerra in Iraq (“Non nevica più a Natale a Washington, il Presidente siede nella Casa Bianca senza sapere cosa fare”) rifletteva con amarezza quel senso di paura che pervadeva il paese (“Ti prego torna da noi Woody Guthrie, asciugati gli occhi dal Paradiso dove ti trovi e risorgi”).
Anche l’America delle band ha prodotto album natalizi significativi.
Spaziando nel tempo e negli stili, citerei il Christmas Album dei Beach Boys (1964), Have Yourself A Tractor Christmas (The Tractors, la band di Steve Ripley, anno 1995), il ruvido Christmas Time Again dei Lynyrd Skynyrd (2000) e Llego Navidad dei Los Lobos (2019). I Lupi si presero la briga di raccogliere e valutare circa 150 canzoni della tradizione latina per affiancarne undici – tra cumbia, ranchera, son jarocho e tex-mex - e comporre la loro Christmas And You.
Vedete? Ce n’è per tutti i gusti. O quasi.



mercoledì 27 gennaio 2016

STEVE VAN ZANDT
discografia consigliata 1976-2016
40 anni di produzioni

Questa vuole essere una lettura utile ad accompagnare la mia lunga intervista a Van Zandt che Classic Rock pubblica sul numero di Febbraio (il 39, ora in edicola). 

La foto di Van Zandt pubblicata qui sotto e le altre con Darlene Love che concludono la discografia mi sono state gentilmente concesse dall'artista e sono di Josh Goleman.

Buona lettura!





Southside Johnny & the Asbury Jukes - I DON'T WANT TO GO HOME (1976)

E' l'anno dopo Born to Run. La voce di Johnny Lyon, all'esordio, è unica, le canzoni sono gioielli e non solo quando le firma Springsteen (You mean so much to me, un duetto Lyon/Ronnie Spector, e The Fever, gigantesca). Van Zandt produce magistralmente, scrive l'epica title-track e nelle note il Boss lo definisce "soul man extraordinaire". Steve promosso sul campo.

Southside Johnny & the Asbury Jukes - THIS TIME IT'S FOR REAL (1977)

Sezione fiati imponente (in parte la ritroveremo con Springsteen undici anni dopo, in tour), il miglior campionario di special guest possibili in campo vocal groups (dai Coasters ai Five Satins, ci sono tutti), quando Van Zandt e Springsteen scrivono insieme partono i fuochi d'artificio in tutto il New Jersey. Altro voto altissimo.


La copertina del singolo "Say goodbye to Hollywood"
(Van Zandt è al centro, in piedi. Seduti, Springsteen e Ronnie Spector)


Ronnie Spector and the E Street Band - SAY GOODBYE TO HOLLYWOOD (1977) 45 giri

Con un passato passato glorioso come il suo nelle Ronettes, Ronnie Spector, ex moglie di Phil,  avrebbe meritato di più. Questa è la cosa più memorabile del suo percorso solista. Ci si ferma a un singolo, per vari problemi. Un'occasione simile non tornerà più.  Arranged and produced by Sugar Miami Steve, dice la copertina di questo introvabile vinile.

Southside Johnny & the Asbury Jukes - HEARTS OF STONE (1978)

Disco che completa una trilogia imperdibile (i primi tre dischi di Southside Johnny). Basterebbero la title-track (proposta da Springsteen in TRACKS solo nel 1998) e Talk to me (in THE PROMISE del 2010) a renderlo indispensabile. Invece è tutto da 9 in pagella. Finisce qui il rapporto a tempo pieno di Van Zandt con i ragazzacci dei Jukes.


Gary US Bonds e la E Street Band

Gary U.S. Bonds - DEDICATION (1981) / ON THE LINE (1982)

Vanno cercati in cd versione "compatta" (un solo disco a contenere i due vinili di un tempo) questi preziosi titoli di Gary Anderson, l'uomo di Quarter to three che a un certo punto, nel post-THE RIVER, incontra Springsteen e la E Street Band e ricomincia la vita. Van Zandt e Bruce producono insieme canzoni loro ma anche dei Beatles (It's only love), di Dylan (From a Buick 6) e di Jackson Browne (splendida la rilettura soul di The Pretender).

Little Steven & the Disciples of Soul - MEN WITHOUT WOMEN (1982)

Cinque album per Van Zandt tra il 1982 e il 1999. Questo ha le migliori canzoni (su tutte Lyin' in a bed of fire e Until the good is gone ma la track list è perfetta), dei fiati poderosi e una produzione che esalta il meglio delle capacità di Van Zandt.  Arriveranno sonorità più dure in VOICE OF AMERICA, poi il funk e una scrittura meno efficace a spegnere un passo dopo l'altro una carriera da solista che poteva dare di più ma che non è affatto trascurabile, come prova GREATEST HITS, pubblicato nel 1999 (a ridosso del Reunion Tour di Springsteen con la E Street Band) e contenente il meglio dei primi tre album, tutti su etichetta Emi.

Artisti Vari - SUN CITY (1985)

Van Zandt mette insieme proditoriamente tanti grandi artisti (da Bono a Springsteen, da Jimmy Cliff a Lou Reed) e lancia un j'accuse contro la politica sudafricana che tollera l'Apartheid. Questo coro soul-funky e mille altri sono quelli che porteranno Nelson Mandela verso la libertà, la presidenza del paese e il Nobel per la pace.  L'album contiene, oltre alla canzone del titolo, popolarissima in quegli anni, altre sei tracce, nelle quali spiccano Peter Gabriel (No more apartheid) e Bono con Keith Richards e Ron Wood (l'acustica, bluesy Silver and Gold).

Springsteen, Eddie Kendrix e Jimmy Ruffin dei Temptations
sul set del videclip realizzato per "Sun City" 

Lone Justice - SHELTER (1986)

Dopo avergli dato Sweet sweet baby, presente nell'album di esordio della band di Los Angeles, Van Zandt offre ai Lone Justice di Maria McKee il suo tocco (con l'aiuto - una garanzia - di  Jimmy Iovine) e vi aggiunge la title-track. Il crossover tra certe sue vecchie teorie e la voglia di suonare nuovo che Van Zandt ha non giovano più di tanto al gruppo. Il disco è energico e contiene buoni brani (I found love, Wheels) ma è un canto del cigno. La band si ferma lì e il suo chitarrista Shane Fontayne accompagnerà Springsteen nel tour 1992-93, dopodiché torneranno Van Zandt e la E Street Band.

Southside Johnny & the Asbury Jukes - BETTER DAYS (1991)

Tredici anni dopo THIS TIME IT'S FOR REAL si rinnova il sodalizio tra Johnny e Steve, i vecchi amici. E torna la magia di un suono tutto fiati e soul bianco che si era andato un po' smarrendo nella discografia dei Jukes.  Tappeto rosso per la serie A del Nel Jersey, arrivano Jon Bon Jovi e Bruce Springsteen, e It's been a long time è un nuovo inno all'amicizia, come lo era stato I don't want to go home. Ovviamente con BETTER DAYS il cantante di Neptune, NJ tocca nuovamente i vertici della propria arte.

Bruce Springsteen, Southside Johnny e Steve Van Zandt
fotografati allo Stone Pony di Asbury Park durante la registrazione
dello speciale live in supporto dell'album "Better Days".

Arc Angels - ARC ANGELS (1992)

Due grandi chitarristi, Doyle Bramhall II e Charlie Sexton, più la sezione ritmica del compianto Stevie Ray Vaughn chiamano Van Zandt a rendere ancora più robusto e un po' soul il loro blues imbevuto di southern rock. Steve gioca in trasferta ma tiene benissimo il campo. Disco anomalo nel suo percorso ma molto riuscito.





AA.VV. - THE SOPRANOS (music from the HBO original series) (2001)

Segue di due anni il volume 1 ed è più promettente. Promette che presto (ma sono intanto passati quindici anni) i misteriosi Lost Boys di Affection faranno un full album (vedi intervista). Promette e mantiene nel dirci che Van Zandt ha gusto, perché affianca Otis Redding ai Rolling Stones, Dylan a Van Morrison. E c'é anche Jovanotti con Piove. Compilation molto interessante.

Stevie Van Zandt - LILYHAMMER THE SCORE (2015)


50 tracce in vendita solo sul mercato digitale. Sono la colonna sonora delle tre stagioni di Lilyhammer, serie tv norvegese in cui Van Zandt oltre a produrre veste i panni del boss Giuseppe Tagliano. Tra brani d'atmosfera (prevalentemente jazz orchestrale) e slanci da crooner (All of me, My kind of town), Steve si traveste ora da Sinatra ora da Dave Brubeck con esiti accettabili. Non lascia a casa la chitarra e spuntano ogni tanto del rock'n'roll, psichedelia e il Salsa.


Last but not least...

Questa lunga analisi si conclude con una mia recensione del recente disco di Darlene Love apparsa sul sito musicale Distorsioni.net.
Per ovvii motivi ha un respiro più ampio rispetto alle schede stringate riservate agli altri album.
E' il prodotto più recente di Van Zandt e raccoglie tutta la sua filosofia, di musicista e produttore ed anche del music lover che lui stesso racconta di essere nell'intervista a cui si fa riferimento nella parte alta di questo articolo.




Nella foto: Van Zandt, Jake Clemons e Darlene Love in studio durante le registrazioni di Introducing.


Darlene love -  INTRODUCING (2015)

Quando si tratta di parlare di quell’ampio ponte che collega tra loro il suono anni ‘50/’60 di Phil Spector e l’Asbury Sound creato alla metà degli anni ’70 dalle gang di Springsteen e Southside Johnny c’è solo uno che può aprire bocca e mettere mano al banco di registrazione: questo è Little Steven o Steve Van Zandt, chiamatelo come preferite. Lui che fu complice e in qualche modo capobanda sia in Born to Run che in Hearts of Stone (punte più luminose del suono di quel lungomare del North Jersey) ha accolto, coccolato, riverito Darlene Love, settantaquattrenne con la verve di un ragazzina che i vecchi aficionados del rock’n’roll ricorderanno essere stata la voce leader delle Crystals e di Bob B. Soxx & the Blue Jeans, come dire anni splendenti per i Girls Group (con loro vanno citate anche le Ronettes e le Chiffons). Bruce, che cantava le sue canzoni con la E Street Band (“And then he kissed me” faceva capolino proprio nel tour di Born to run), l’ha ospitata sul suo palco più volte, compresa la serata al Madison Square Garden in cui vennero celebrati nel 2009 i 25 anni della Rock’n’roll Hall of Fame. 
Quella sera fu festa, e la E Street Band si divertì a replicare con lei quei successi di quando tutti erano ragazzi e dedicavano forse più ore al surf che agli strumenti musicali.

Darlene Love accompagnata dalla e Street Band e da alcuni
dei suoi coristi al Madison Square Garden di New York.
Introducing Darlene Love è un titolo spiritoso perché si usava ai tempi del r’n’r per introdurre gli sconosciuti sulle scene, roba da esordienti dunque, ma poi passi all’ascolto e le cose si fanno serie anche se molto, molto divertenti. Il lavoro svolto da Van Zandt ha dell’incredibile. Ha preso per mano Darlene facendole trovare canzoni scritte per lei dall’amico Boss (“Night closing in” è un colpo al cuore, è The River che incontra Willy de Ville), da Joan Jett (“Little liar”), da Costello (“Forbidden nights”, anche un video che sa di saturday at the beach) e dall’ex Four Non Blondes Linda Perry (oggi migliore firma nei dischi di Pink, qui autrice della superba “Love kept us foolin’ around”, con un arrangiamento fiati che ricorda tremendamente i Jukes). Tutto si esprime nella ridondanza (voluta) che ricorda le opere di Spector quanto l’esuberanza di alcuni momenti del recente Wrecking Ball di Springsteen (“Just another lonely mile”, da lui scritta, potrebbe essere proprio un’outtake da quel disco).

Un vecchio moderno che non dimentica ma non annoia. Anzi. C’è poi sempre Steven a dare il proprio tocco personale al tutto. La chitarra e i fiati in “Little Liar” sono il suo marchio di fabbrica, e due brani sono proprio il frutto della sua penna: “Among the believers” era sul suo Voice of America (1983) e “Last time” l’aveva composta lui per Gary U.S. Bonds ai tempi di un altro album, On the Line (1982), che come questo santificava il rock’n’roll della giovinezza attraverso la voce di un grande di quegli anni.
Operazione per appassionati del genere ed anche per curiosi di passaggio. Dove c’è una ruota panoramica che gira e un rollercoaster che produce rumore di ferraglia questa musica ci sta a pennello. Darlene Love vi è stata “presentata”, ora tocca a voi.


© 2016, Ermanno Labianca